Ricordo quel 27 giugno 1991: ero Allievo Ufficiale di Complemento nella caserma di Cesano, vicino Roma, quando uno dei nostri ufficiali ci comunicò che l’Armata Popolare Jugoslava era intervenuta per riprendere il controllo delle frontiere interne dopo che, due giorni prima, c’era stata la dichiarazione d’indipendenza della Slovenia (cui si era aggiunta la Croazia). Sul momento, l’unica cosa che mi restò impressa era la (poco – anzi, mal – celata) soddisfazione di un militare di carriera che vedeva profilarsi all’orizzonte una possibile guerra alla quale anche noi neo-laureati o laureandi un po’ fighetti, iscritti a quel corso per vari motivi – fine dei possibili rinvii per motivi di studio, stipendio non disprezzabile e altri ancora – e non certo per “vocazione guerresca”, avremmo dovuto essere pronti… ma non credevo assolutamente che fosse l’inizio di una guerra che avrebbe insanguinato per anni e anni un territorio così vicino a noi.
Ervin Rustemagic è un importante editore e agente di fumettisti americani per l’Europa. Tra gli artisti da lui rappresentati c’è anche una star di prima grandezza come Joe Kubert, che inizia a ricevere – come Hermann e altri autori – i fax che Ervin invia, in condizioni spesso proibitive, dopo essere rientrato a Sarajevo (marzo 1992) per stare vicino alla sua famiglia, vivendo mesi di terrore tra bombardamenti, spari dei cecchini, stupri etnici e tentativi sempre frustrati di fuggire all’estero, fino a riuscire a mettersi in salvo (settembre 1993), trasferendosi in Slovenia…
La cronaca di una ventina di mesi d’inferno, punteggiata dai fax che Rustemagic invia a Kubert e altri artisti che si mobilitano per farlo espatriare. Una storia vera, con personaggi e situazioni reali, anche se – come afferma lo stesso Kubert nella sua nota alla fine dell’opera – potrebbe sembrare il parto di un’immaginazione delirante, mentre invece è la cronaca spietata di una tragedia che nessuno dovrebbe dimenticare.
Il fumetto di realtà ha una regola non scritta che i lettori danno per scontata: il racconto deve essere autobiografico e l’autore deve aver vissuto in prima persona ciò che racconta. Non è il caso di Kubert: l’amicizia che lo lega al suo agente è tale da indurlo a raccontare la storia di Ervin e della sua famiglia basandosi su informazioni di seconda mano. Una storia vissuta solo attraverso le parole scritte sui fogli, attesi con preoccupazione, che escono dal fax.Paolo Interdonato
Se ci sono fumetti biografici (o “fumetti di realtà”, come appunto li chiama Paolo Interdonato nell’introduzione) che dovrebbero essere letti obbligatoriamente, Fax da Sarajevo è senz’altro uno di quelli. I dodici capitoli che lo compongono e scandiscono l’evolversi della trama, con l’alternanza di speranze e delusioni che accompagnano i tentativi di Ervin Rustemagic di mettere in salvo la sua famiglia, hanno la forza potente della cruda verità dei fatti, senza scadere nel pamphlet politico un po’ fine a sé stesso (come invece, secondo me, aveva fatto Hermann nel suo Sarajevo Tango, ispirato a sua volta alle peripezie di Rustemagic) e senza puntare direttamente il dito contro i colpevoli o gli ignavi.
La distruzione di Sarajevo, città-simbolo da sempre della tolleranza (etnica, politica, religiosa) e balzata agli onori della cronaca pochi anni prima, in occasione delle Olimpiadi invernali, viene perpetrata con metodico e disumano accanimento in nome di vecchi rancori, sopiti per decenni sotto la guida unitaria di Tito ma riesplosi dopo la sua scomparsa e dopo l’inizio della dissoluzione dell’URSS e di altri governi dell’Europa dell’Est. Alcune tavole, naturalmente (e potrete vederle voi stessi nelle gallerie successive), inquadrano schematicamente la Storia e le parti in conflitto, ma è la storia dei Rustemagic che resta sempre in primissimo piano, la quotidianità segnata dalle fughe nei rifugi, dai bombardamenti incessanti, dalla difficoltà di procurarsi cibo, dagli espedienti per sopravvivere. Di pari passo procede, incalzante, l’escalation dell’orrore, con i cecchini che sparano ai bambini, le donne stuprate e i deportati nei campi di concentramento, un ritorno a pratiche criminali che avevano tragicamente segnato la Seconda Guerra Mondiale.
Dopo infinite peripezie, Rustemagic riuscirà a salvarsi diventando cittadino sloveno, grazie all’intercessione dei tanti artisti (Kubert, Hermann, l’olandese Martin Lodewijk, Hugo Pratt…), raggiunti dai suoi fax, che hanno perorato la sua causa presso le autorità governative di vari paesi: la storia si conclude con la sua famiglia che lo raggiunge a Spalato.
Parlare, in una sezione a parte, “soltanto” del comparto grafico mi sembra superfluo: nelle opere di denuncia come questa, in cui – oltre tutto – sceneggiatore e disegnatore coincidono, scindere i due aspetti è secondo me impossibile. Fin dalla sua uscita, ormai quasi una trentina d’anni fa, il lavoro di Kubert mi è sembrato eccezionale tout court, e pazienza se alcune inquadrature (riporto qualche commento che mi stupì, a suo tempo) possano apparire troppo “supereroistiche” o che la resa non sia “uniforme” lungo tutti e dodici i capitoli. Forse – anzi: sicuramente – Kubert ha disegnato meglio in altre sue opere, pur ricordandomi di analoghi commenti altalenanti, qualche tempo dopo, per il suo Texone (anche su uBC), ma ripeto: dopo aver letto questo graphic novel, non riesco a immaginarlo disegnato in un modo diverso o da un altro autore. È la stessa sensazione di inscindibilità tra autore (completo) e opera che avevo già sperimentato per Persepolis e Maus.
Non mi dilungherò ulteriormente, quindi, sui disegni… e, d’altra parte, commenti altalenanti sono stati pubblicati in più occasioni anche su Fax da Sarajevo nel complesso: molti recensori preferivano i famosi (e ferocemente sarcastici) indici accusatori di Hermann in Sarajevo Tango, lodando quello che a me è sempre parso – come accennavo in precedenza – un pamphlet talvolta troppo parrossistico e deplorando il taglio quasi “documentaristico” di Kubert, ovvero proprio ciò che ho più apprezzato di quest’opera. De gustibus, eccetera eccetera.
Imprescindibile, in ogni caso, il dossier inserito alla fine dell’opera, contenente alcune foto che sono servite da riferimenti grafici per Kubert, accompagnate da brevi commenti che inquadrano gli avvenimenti con precisione estendendo il punto di vista alla Storia – quella con la lettera maiuscola. Molte delle foto erano state scattate da Karim Zaimovic, cui Fax da Sarajevo è dedicato: come doverosamente spiegato nell’introduzione, questo giovane giornalista era deceduto nel 1995, a Sarajevo, per lo scoppio di una granata, a ricordarci che quella guerra non si era – purtroppo – conclusa con la salvezza della famiglia Rustemagic nel 1993, bensì si sarebbe trascinata ancora a lungo.
Il graphic novel
Fax from Sarajevo: A story of survival, in cui l’artista statunitense (di origine polacche) Joe Kubert racconta le peripezie del suo agente editoriale per l’Europa Ervin Rustemagic, viene pubblicato nel 1996 dalla Dark Horse Comics e diventa immediatamente un grande successo, aggiudicandosi numerosi premi a livello mondiale tra cui l’Eisner Award nel 1997.
La versione che consiglio fa parte del collaterale intitolato Graphic Journalism, collana antologica pubblicata nel 2013 dai quotidiani del Gruppo RCS a cura di Paolo Interdonato e Matteo Stefanelli, composta da 20 “reportage a fumetti” che raccontano eventi storici che si svolgono in zone di guerra (come in questo caso), oppure in paesi lontani di cui spesso conosciamo le vicende soltanto in modo approssimativo (come nel caso di Persepolis).
Kubert è scomparso nel 2012, all’età di 86 anni. Rustemagic, dopo le vicende narrate in questa storia, ha ripreso la sua attività per la Strip Art Features, agenzia editoriale da lui fondata nel 1972. uBC l’aveva intervistato nel lontano 1999, in occasione della collaborazione tra Bonelli & Dark Horse che portò nel mercato USA Dylan Dog, Martin Mystery e Nathan Never.
FAX DA SARAJEVO
Testi & Disegni: Joe Kubert
In: Graphic Journalism
Numero 4, 10 maggio 2013
Editoriali di Paolo Interdonato
Brossurato, colori, 220 pagine
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