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ll Tex che non fu – Parte II: Gino D’Antonio

Seminoles: dalla Storia del West a Tex

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Tex gigante 22Anche una “fabbrica dei sogni” come la casa editrice di fumetti di Sergio Bonelli, ai tempi denominata Editoriale Daim Press, necessita di una base concreta per poter offrire al suo affezionato pubblico un’oretta di evasione dalla realtà quotidiana. E, nel caso del suo personaggio simbolo, Tex Willer, questa era costituita dalle 110 pagine di sceneggiatura che, ogni mese, il puntualissimo G. L. Bonelli consegnava in redazione per assicurare ad ogni disegnatore l’ordinaria quantità di tavole da realizzare e garantire che, ogni 30 giorni, il ranger giungesse puntuale al suo appuntamento con i lettori in edicola.

Almeno questa era stata la consuetudine fino alla metà degli anni Settanta, quando un brutto incidente sciistico e la successiva convalescenza avevano costretto GLB a passare, momentaneamente, la mano e consentire che qualcun altro lo sostituisse nella scrittura di alcuni episodi della serie. Questo qualcuno, coperto dallo pseudonimo Guido Nolitta, era suo figlio Sergio Bonelli che, lasciando alle cure di altri i suoi Zagor e Mister No, si era calato a tempo pieno nei panni di sceneggiatore texiano.

Operazione non certo semplice, tanto meno indolore. Il nuovo scrittore non era propriamente a suo agio nel ruolo e le sue difficoltà a fornire una versione ortodossa del personaggio e del suo mondo trasparivano chiaramente dalle sue storie. Anche se sottoposte al vaglio critico e alla revisione di Bonelli padre prima di andare in stampa, restava comunque evidente la loro matrice nolittiana, un marchio di fabbrica che le etichettava, comunque, come molto distanti dal modello paterno e fuori canone per la stragrande maggioranza dei lettori.

Come se non bastasse, il rientro in servizio attivo del Gran Vecchio dopo il temporaneo arresto e la pubblicazione delle sue nuove fatiche aveva ulteriormente rimarcato le differenze di stile tra i due. Da una parte il consueto Tex senza dubbi di papà Bonelli, dall’altro quello fin troppo fallibile del figlio. Ma ormai il fabbisogno annuale di sceneggiature richieste per garantire la regolarità delle uscite non poteva essere più coperto esclusivamente dalla produzione del primo, man mano fattasi più esigua con l’avanzare dell’età e degli acciacchi. E se Nolitta avesse voluto defilarsi per dedicarsi solo al compito di editore avrebbe dovuto, necessariamente, prima trovare un alternativa a sé stesso, oltre che al padre.Texone 22

Non c’è molto da scegliere, considerato che Luigi Grecchi, nuovamente sondato per l’incarico, ha rifiutato. Sergio Bonelli punta tutto sull’unica alternativa rimastagli, ovvero Gino D’Antonio. Quest’ultimo, al momento, sarebbe anche libero da impegni, dato che da poco ha mandato in edicola l’ultimo numero della sua Storia del West. Competenza in materia e spalle larghe da narratore di razza non gli fanno difetto. In più è anche un abile illustratore, la sua esperienza ai pennelli gli consentirebbe di interfacciarsi senza problemi con i disegnatori in forza alla serie. Un curriculum che giustifica, indubbiamente, l’offerta di prendere in mano le redini della collana più prestigiosa della casa editrice.

Tuttavia, anche da parte sua, c’è un cortese ma deciso rifiuto all’offerta. Milanese, classe 1927, una intera carriera già alle spalle piena di storie, soprattutto western o di guerra, in cui il respiro epico del racconto è sempre strettamente intrecciato alla complessa umanità dei suoi personaggi, ritiene che la sua poetica di autore non sia compatibile con l’universo in cui si muove il ranger. La sua visione del western è molto distante dai parametri texiani, quasi all’antitesi. Aquila della Notte, nella sua monolitica immutabilità, non solletica le corde della sua fantasia, non riuscirebbe a darne una versione apprezzabile per il suo committente e, soprattutto, per i lettori.

Sergio Bonelli, incassato il rifiuto, si muove in altre direzioni per risolvere il problema vagliando anche soluzioni molto audaci. Come il dare fiducia al redattore tuttofare Tiziano Sclavi (già ghost writer di alcuni episodi di Zagor e correttore anonimo di bozze per le storie più recenti del padre), oppure promuovere alla serie principale il promettentissimo Giancarlo Berardi, autore del brillante western revisionista Ken Parker. Ma, alla fine, prevale la linea della prudenza: il prescelto è Claudio Nizzi, un onesto veterano delle nuvole parlanti, fino ad allora collaboratore del “Giornalino” delle Edizioni Paoline come sceneggiatore della serie western Larry Yuma. La consegna è sempre quella,, probabilmente già fatta a Grecchi: storie quanto più possibili simili a quelle di G. L. Bonelli e divieto di metterci la firma.

Texone 22 pag.100Il neo autore si adegua di buon grado alle regole e, lavorando di buona lena, riesce a sfornare nuovi episodi texiani con regolarità, al punto di vedersi affidata la conduzione della serie in esclusiva. Infatti i numeri a firma del vecchio Bonelli si fanno sempre più rari, quelli di Nolitta scompaiono del tutto. Al giro di boa dei quarant’anni del personaggio, nel 1988, Nizzi è – di fatto – l’unico scrittore in forza alla collana. Suoi sono i testi di tutte le storie che escono sul mensile e anche quelli dell’albo speciale in formato gigante, con i disegni di Guido Buzzelli, che esce per festeggiare la ricorrenza. Su quello che, d’ora in avanti, verrà familiarmente chiamato “Texone” c’è, per la prima volta, il suo nome. Nizzi ha approfittato dell’eccezionalità dell’evento per farsi accreditare ufficialmente come erede di G. L. Bonelli.

L’albo speciale è un successo: l’enorme riscontro di vendite impone alla Casa editrice la necessità di ristamparlo più volte. E di renderlo un appuntamento fisso con cadenza annuale. Si rende necessario più che mai l’ingresso di nuovi autori nello staff, soprattutto per i disegni, anche in considerazione del fatto che ormai è stato sfatato il mito dell’insostituibilità del Gran Vecchio. Tra le numerose guest stars del fumetto italiano e internazionale chiamate a cimentarsi con il personaggio, sfruttando la vetrina del Texone, c’è spazio anche per D’Antonio. La stima dell’editore nei suoi confronti non è mai venuta meno: se vuole, può realizzare un albo della nuova collana come autore completo oppure avvalersi, per la parte grafica, di un disegnatore di suo gradimento. Ad esempio, uno come il suo antico partner ai tempi della Storia del West, Renzo Calegari.

D’Antonio, in quel periodo, dopo la sfortunata esperienza del suo western–commedia Bella & Bronco (interrotto per scarse vendite dopo sedici numeri), collabora ancora con la Bonelli soprattutto come autore per Nick Raider, serie poliziesca creata proprio da Claudio Nizzi e poi dallo stesso lasciata alle cure di altri sceneggiatori a causa del suo impegno totalizzante su Tex. È un lavoro in tono minore, la sua storia e il suo talento meriterebbero ben altro. Stavolta è tentato di accettare la sfida, anche se – purtroppo – l’età avanzata non consentirà al suo pard Calegari di affiancarlo, sfornando il malloppo di 224 pagine richieste dall’albo gigante. Calegari riuscirà comunque a mettere la sua firma (in tandem con due giovani disegnatori) su Tex qualche anno dopo, inaugurando una nuova collana, l’Almanacco del West, con una poetica storia breve.

Nel frattempo, una cordiale cena con Sergio Bonelli e una sua intrigante proposta hanno tolto gli ultimi dubbi allo sceneggiatore: D’Antonio scriverà un Texone incentrato su una rappresentazione realistica degli indiani Seminoles, dando corpo ai tanti appunti raccolti sul tema dall’editore, da sempre appassionato dell’argomento. Nessun limite al suo inossidabile estro, l’unica cosa che dovrà tenere a freno è una certa propensione all’ironia. Il disegnatore scelto per affiancarlo è Lucio Filippucci, proveniente dallo staff di Martin Mystère.Texone 22 pag.226

La lavorazione dell’albo fila via liscia, a parte un paio dettagli. La tendenza di D’Antonio al racconto corale gli aveva suggerito di ritardare la comparsa di Tex in scena, procrastinandola fino a pagina 35 dell’albo. Il suggerimento della redazione era stato quello di essere più fedeli alla centralità dell’eroe, anticipando il suo ingresso. Poi, c’era stata una divergenza di vedute sul ruolo di Carson nella vicenda. Lo sceneggiatore, prevedendo di dare un’altra spalla a Tex nel corso della storia, aveva programmato di infortunarlo con una ferita e spedirlo per la convalescenza presso la vedova di un predicatore, un’arzilla vecchietta che l’avrebbe assistito a furia di minestrine e preghiere recitate assieme. L’affetto di Sergio Bonelli per il vecchio ranger gli ha imposto di evitargli un tale strazio facendolo semplicemente ricoverare presso l’infermeria del forte. Il marchio dell’autore su Tex sarà visibile per ben altre caratteristiche.

È un classico inseguimento di Aquila della Notte ad un malvagio attraverso un territorio sconosciuto per salvare degli innocenti in pericolo. Ma declinato alla maniera di D’Antonio: un protagonista risoluto ma consapevole di poter solo ritardare l’inevitabile, un pard che cerca, assieme alla riuscita della missione, anche il suo riscatto personale, una tribù di perseguitati che vuole condurre l’esistenza di sempre senza scendere a compromessi troppo umilianti e un cattivo consumato dalle sue stesse ossessioni.

Non si tratta della riproposizione della Storia del West in versione texiana: il ranger che vediamo in azione non è un Pat MacDonald in camicia gialla e cappello Stetson in testa. Cosi come il suo partner non è un nuovo Abele. È un Tex forse più disilluso del solito, ancora più brusco nel liquidare verbalmente gli oppositori ma sempre capace di quella particolarissima empatia verso gli oppressi che ne ha fatto un personaggio unico nell’àmbito del fumetto di casa nostra. L’interpretazione che ne dà D’Antonio è splendidamente eterodossa, come l’esecuzione da parte di un artista di un brano altrui. C’è lo scontato rispetto per l’opera originale ma non rinuncia ad inserirvi sapientemente elementi che riflettano la propria sensibilità personale. Il destino impedirà, purtroppo, all’autore di approfondire la sua conoscenza con il ranger. Lo stesso Texone rimarrà un opera unica, pubblicato postumo a due anni dalla scomparsa di D’Antonio. E l’eredità di G. L. Bonelli rimane una pesante incognita.

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Attilio Monzo

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