Pubblicata tra il 2007 e il 2008 per Image Comics, Pax Romana è probabilmente l’opera più ambiziosa del primo Hickman. La premessa è alquanto affascinante: nel futuro prossimo, il Vaticano scopre la possibilità di viaggiare nel tempo e decide di inviare un contingente militare nella Roma del IV secolo d.C. con lo scopo di plasmare la storia, rafforzando il ruolo della Chiesa e riscrivere il destino dell’umanità.
La trama, che potrebbe facilmente scivolare nell’avventura fantascientifica, diventa invece un’occasione per ragionare sul rapporto tra fede e politica, sulla tentazione tutta umana di piegare il passato per correggere il presente. Le pagine si trasformano in un laboratorio visivo: ampie porzioni di testo, inserti che simulano documenti ufficiali, grafici e schemi che interrompono la linearità della narrazione. È un fumetto che si legge come un saggio illustrato, più vicino a un trattato politico-speculativo che a un racconto d’azione. I disegni non creano un movimento che accompagna la storia ma rimangono statico sfondo della narrazione.
Questa impostazione è al tempo stesso la forza e il limite di Pax Romana. Da un lato, l’opera affascina per originalità e coraggio, imponendo al lettore una riflessione non banale sulla religione come strumento di potere e sulla fragilità dei desideri umani.
Dall’altro, la costruzione rischia di apparire fredda: i personaggi finiscono spesso per essere ridotti a funzioni, archetipi schiacciati dall’impianto concettuale. Eppure, non mancano momenti in cui emergono le debolezze individuali, i contrasti interni e le ambizioni personali, che finiscono per compromettere l’intero progetto. Jonathan Hickman mostra come non siano solo le grandi strutture a vacillare, ma anche le fragilità umane a contribuire al collasso delle utopie.
Nonostante i limiti ed un finale troppo affrettato rispetto alla tensione delle premesse, Pax Romana resta un’opera centrale, perché anticipa molte delle ossessioni successive di Hickman: la fede come architettura di potere, i sistemi come meccanismi destinati a implodere, la pagina come terreno di sperimentazione concettuale. Un lavoro imperfetto, ma dirompente.
GLI ESORDI DI JONATHAN HICKMAN
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