Quando fu pubblicato, l’impatto di Arzach sul pubblico fu sorprendente. Quelle pagine ebbero l’effetto di una bomba, di una piccola rivoluzione nel mondo del fumetto. Il fatto che non ci fosse testo nelle pagine, poi, stupì parecchio. Inoltre, la storia non era inscrivibile in nessuno schema narrativo classico […]. Infine, graficamente, non mi ero risparmiato e avevo dedicato a ogni immagine il tempo e l’energia che solitamente sono necessari per un quadro o un’illustrazione. Per me, Arzach fu una sorta di epifania, un’immersione in mondi strani, al di là del visibile.”
(dall’introduzione di Moebius alla ristampa del 1991)
È possibile classificare l’inclassificabile? Inserire in una categoria definita un’opera così fuori dagli schemi come questa? Oppure è meglio limitarsi a prendere atto di quanto il suo autore scrisse quindici anni dopo la pubblicazione in volume di questo particolarissimo one shot giusto 50 anni fa, nel 1976?
La stragrande maggioranza dei lettori, me compreso, ha preferito quest’ultima opzione, assaporando i disegni visionari e non cercando significati “altri”: nel sito Bédéthèque, le recensioni con 5 stelle su 5 si sprecano – la media complessiva è di 4,6/5 – e i pochissimi commenti negativi lo sono senza alcuna sfumatura (uno inizia testualmente così: «Ah ah! Che boiata! E questo sarebbe un capolavoro? Una BD completamente improvvisata, che si sfoglia – non oso scrivere “legge” – in due minuti al massimo? Insomma, una barba senza alcun interesse, tranne per i bobos* e gli snob che vanno pazzi per la masturbazione intellettuale»).
L’eccezione che conferma la regola, verrebbe da dire. Perché non credo proprio che tutti gli altri lettori siano snob o rientrino nella categoria bobos (bourgeois-bohème: una sorta di radical-chic ante litteram). Sicuramente non il sottoscritto, che pur preferendo da sempre i fumetti – e soprattutto i disegni – realistici ha apprezzato comunque questa “sorta di epifania”, preferendola di gran lunga ad altre opere criptiche di Moebius quali, ad esempio, Il garage ermetico. E ci sarà un motivo per cui qualsiasi pubblicazione contenente opere di questo autore ha sempre incluso Arzach, non solo nelle collane per appassionati della Nona Arte ma anche in quelle destinate al pubblico generico (si veda la nota bibliografica finale).
Non è questa, comunque, la sede per un’analisi approfondita, né avrei gli strumenti giusti per farla visto il mio gradimento che, per una volta, è 100% “a pelle”: ma mi sembrava valesse la pena segnalare questa ricorrenza cinquantennale.
Durante l’estate 1976, a cura di Les Humanoïdes Associés (casa editrice fondata nel 1974, tra gli altri, dallo stesso Moebius), appare in libreria un volume one shot che raccoglie i brevi episodi apparsi nei mesi precedenti sulla famosa rivista Métal Hurlant, contraddistinti – tra l’altro – dalla grafia spesso mutevole del “protagonista sullo pterodattilo”: Arzach, ma anche Harzac, Harzak, Arzak ecc.
In Francia, questa sorta di miniserie è stata poi ristampata in varie occasioni all’interno di raccolte dedicate all’autore, ma a sé stante soltanto nella lussuosa edizione “50 ans”, pubblicata nel 2024 (al 1974 risaliva il primissimo episodio apparso in rivista).
Numerose sono anche le ristampe italiane in volumi dedicati all’autore (tra cui il 6° numero di “Absolute Moebius” della Panini Comics) e anche in un paio di collaterali: il 37° numero dei Classici del Fumetto di Repubblica e il 5° numero dei Maestri del fumetto in allegato a Panorama.
