Ho incontrato Dylan Dog nel settembre del 1986 quando mio padre, che non lesinava e tuttora non lesina sui fumetti, portò a casa assieme alle altre testate Bonelli il primo numero. Confesso, due aspetti mi colpirono più del genere in sé: il nudo, da sbirciare finalmente non solo in Lanciostory, Comic Art o L’Eternauta (queste le riviste che circolavano per casa, e già allora mi rendevo conto della fortuna) e la grafica.
Ero adolescente, frequentavo il primo anno del Liceo artistico sognando di diventare fumettista e a queste cose prestavo attenzione. Angelo Stano poi citava Schiele, non s’era mai visto: alla Mostra del Fumetto di Treviso (ancora si chiamava così), mentre tutti reclamavano Dylan o Groucho, porgendogli una copia di Dellamorte Dellamore gli chiesi il ritratto di Tiziano Sclavi, sorprendendolo (e noi poi giù a discutere tra compagni di classe se fosse meglio un tratto cerebrale come il suo o uno più lavorato e schizzato).
Vennero in seguito Trigo, dalla postura diversa rispetto alle historietas, Roi, Piccatto, pure Dell’Uomo.
Dylan Dog mi entrò dentro con Attraverso lo specchio e in maniera definitiva con Memorie dall’invisibile: ancora non conoscevo gli obblighi della serialità e per tutto il mese sperai di ritrovare nel numero successivo Bree Daniels.
Feci pure il dovuto pellegrinaggio a Craven Road: erano tempi non sospetti, al n. 7 c’era una lavanderia.
L’ultimo brivido l’ho provato con Johnny Freak, poi più nulla: ammetto che sono oramai più di duecento numeri che non lo leggo – una cifra (uno sproposito) che invita sia al sorriso che alla riflessione… Napoleone e Shanghai Devil dovrebbero insegnare alla SBE a non spremere troppo, che non siamo ’mericani: Le Storie sono morte anche di questo, come ha giustamente rilevato il nostro Stefano Paparella. Il personaggio era per me diventato l’ectoplasma che combatteva, un simulacro identico nella forma ma privo di sostanza, una copertina (un velo?) bianca, perché pure tra le variant non si sa più cosa inventare.
Nemmeno il binomio con l’uomo pipistrello o la trilogia ispirata alle canzoni del Blasco, nonostante l’amore che provo tanto per l’uno che per l’altro, hanno risvegliato qualcosa.
Forse è questione di età e della nostalgia che a volte porta con sé: Dylan Dog funse da apripista non solo in Bonelli (in questo forse Martin Mystère l’aveva preceduto) ma a un mercato che in quegli anni vide l’effimera Labor riproporre dopo anni di assenza gli X-Men di Claremont; Watchmen, Ronin e il ritorno del Cavaliere oscuro orchestrato da Miller nelle pagine di Corto Maltese (era il 1988); e due anni dopo, come una deflagrazione, l’arrivo di Akira nelle edicole italiane.
A questo la creatura di Sclavi resta associata: a una stagione di scoperte quale non fu più dopo di allora.
Speciale di


Dylan Dog è © Sergio Bonelli Editore. Questo speciale è un’iniziativa indipendente di uBC Fumetti, non promossa dall’editore.Dylan Dog © Sergio Bonelli Editore · iniziativa indipendente
