SR Zagor 48

Zagor n.48-49
“L’uomo lupo”

Le storie degli anni '70 che hanno creato il mio immaginario fumettistico

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Quando mi capitò tra le mani il numero 48 di Zagor, con la strepitosa copertina del Maestro Gallieno Ferri e il favoloso “prossimamente” che chiudeva l’albo (ne parlerò in séguito), mi tuffai immediatamente nella lettura. Dopo la fine dell’avventura del Fante di Picche, iniziava Belve! con uno dei consueti siparietti di Cico, che cerca di buggerare alcuni soldati in modo da scroccare loro il rancio, dopodiché i due amici si avventurano nell’attraversamento di un passo montano con la minaccia dei lupi…

La vera minaccia, però, non era costituita dalle belve a quattro zampe, bensì da un misterioso uomo lupo (descritto da Marty e Ketty, presso cui i due viandanti trovano ospitalità) che, fin dalla sua prima apparizione in flashback, ha le “classiche” fattezze di Lon Chaney nella versione cinematografica del 1940, in una delle abituali contaminazioni tra cinema, narrativa e fumetto tanto care all’autore Sergio Bonelli / Guido Nolitta.

L’albo si chiudeva, in realtà, in maniera piuttosto interlocutoria ma con uno di quei “prossimamente” – nell’ultima striscia dell’ultima pagina di fumetto – che facevano crescere l’attesa e la suspense per l’albo successivo (ahimè rimpiazzati, qualche tempo dopo, da annunci molto più schematici e neutri):
Dagli sfuocati contorni di una credenza popolare e di una antichissima leggenda prende forma concreta una creatura mostruosa: l’uomo lupo.

Feci letteralmente il giro delle bancarelle di fumetti usati al mare (dove generalmente mi procuravo i Tascabili BUR) per trovare il numero 49: e ne valse davvero la pena. Se – a una lettura più smaliziata – la trama era fin troppo “semplice” e lineare (con una tonnellata di sospensione dell’incredulità nel momento in cui il dottor Stubb “dimentica” che c’è ancora il plenilunio e quindi si trasformerà in licantropo…), le tavole di Franco Donatelli erano davvero fantastiche e dinamiche, come potete vedere in calce all’articolo.

Da parte sua, Nolitta riusciva ad essere melodrammatico senza essere melenso, come fatto notare da Angelo Palumbo nello Zagor Index 1-100, quando afferma “chi alla fine vince [è] una natura impenetrabile, che schiaccia chi cerca di dominarla” a corredo della tavola in cui lo sceneggiatore mostra uno Zagor particolarmente affranto.

Una storia indimenticabile.

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