L'inedito mensile dedicato a Dago, targato Eura e in seguito Aurea, è sempre stato ricettacolo di storie, a voler essere generosi, pressoché illeggibili riguardo ai soggetti e alle sceneggiature, e inguardabili per il comparto grafico. Era dunque inevitabile nutrire un sano scetticismo per la ripartenza della testata sotto l'etichetta delle Edizioni Lancio di Sprea Editori.
È stato pertanto un vero piacere che questo primo albo abbia smentito quello scetticismo, presentando un racconto decisamente - e sorprendentemente, inutile negarlo - migliore di quanto si potesse immaginare.
Firmato ai testi da Gianluca Piredda, il racconto bordeggia, flirta dall'inizio alla fine con la cialtroneria conclamata, ma proprio come Dago la corteggia sin dall'esordio della sua vita editoriale, sfuggendone all'ultimo momento, spesso dando l'impressione di averla scapolata per caso (il vero Dago di Robin Wood, ovviamente - ed era in realtà precisa scelta narrativa); allo stesso modo questa storia, che davvero viene a rappresentare una nuova partenza, mantiene una sua dignità letteraria lungo tutto il suo svolgimento, e gigioneggia quel giusto tanto da far sorridere il lettore antico senza scaraventargli sulle labbra quel "#@**$#, cialtroni!" * che tante storie più o meno recenti del Giannizzero Nero hanno ispirato, e che nasceva dall'incapacità conclamata di replicare quel funambolico equilibrismo che era caratteristico del miglior Wood, ed era un gioco arduo anche per un grande scrittore come la Leyenda: diversamente da quelle storie citate, Piredda ha saputo mostrare Dago e il suo mondo narrativo con il corretto (ab)uso di retorica e la dose necessaria di rodomontate, ma senza oltrepassare il limite di queste ultime e scivolare nel grottesco involontario; soprattutto, elaborando una sceneggiatura esente da veri e propri difetti, coerente con la natura del personaggio e sviluppata coerentemente con lo spunto iniziale.
Senza aver scritto un capolavoro, Gianluca Piredda escogita dunque un albo di reset della saga più che buono, che sottolinea la continuità del e nel personaggio woodiano, e la volontà di ritrovarne lo spirito con il giusto spirito - mi si perdoni il voluto bisticcio di parole. Dal canto suo, David Tejada - pur senza raggiungere la potenza espressiva e il dinamismo impetuoso del suo maestro Carlos Gomez - restituisce a Dago un'interpretazione grafica vigorosa e artisticamente valida, confidando per il futuro in un'evoluzione più personale, che gli consenta di distaccarsi da un qui troppo evidente calco dell'opera di Gomez. Alla via così, a ogni modo, con l'augurio che questa prima avventura sia seguita da molte altre altrettanto valide.
* Il lettore scelga la contumelia che maggiormente soddisfi il suo gusto personale.


















