Disegni limpidi, dal sapore antico, di una classicità che attraversa le epoche, cinematograficamente puliti e ricchi di dettagli nitidi, accuratissimi; disegni resi più floridi ancora da colori pastosi, morbidi, perfettamente coprenti che virano la bellezza fotografica del tratto verso un realismo pittorico d’altri tempi, e in una del tempo della nostra modernità pop, che digerisce suggestioni, mode, fenomeni e istanze di ogni dove e ogni quando. Un segno che incanta nella sua capacità di intessere il fantastico, il surreale, se non il balzano tout court, sul tronco del prosaico realismo che ritrae la provincia italiana profonda, quella che oggi è sempre più assediata, contaminata dall’immaginario aggressivo del mondo esterno globalizzato.
Pochi giorni prima della sua morte così prematura, su La Fine del Mondo di settembre vede la luce Aurora di Alessandro Baggi.
Aurora è un racconto – come accennato – fantastico, surreale (o, ancora meglio: fuori di testa), un racconto perfettamente in linea con l’opera del suo autore; e in linea con Aurora, la sua protagonista.
Dieci tavole, una scheggia di fumetto sospesa tra la follia di un mondo di realtà lisergica e in avanzata disgregazione che si rispecchia nella mente allucinata di Aurora, e la saggezza profonda che riconosce nella follia del nostro mondo l’unica realtà autentica: priva di senso, però verace. Realtà che mischia insensatamente i piani con la fantasia e finisce per confondere la mente indifesa, anzi del tutto inerme di una ragazza poco più che adolescente, che dal suo angolo periferico di mondo manca degli strumenti per districarsi tra lo sfavillio seduttivo della seconda e la depressiva banalità della prima.
E tuttavia la dolcezza interiore, il candore di Aurora incantano, prima e più che commuovere: incanta la delicatezza poetica con la quale Alessandro Baggi ritrae la crudezza di un mondo che va perdendo, probabilmente ha già perduto la sua identità, e con essa la sua sanità mentale, ma al nucleo più profondo – ci dice l’autore – conserva la capacità di amare. Un messaggio forse ingenuo di speranza, ma senza speranza si possono costruire solo macerie.
