Dylan Dog 40! Lo scopriremo solo ridendo

"Mi chiamo Dog. Dylan Dog" di Claudio Paglieri

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Dopo che ci siamo dedicati, la scorsa settimana, agli albi di Dylan Dog appena usciti in edicola (lo Speciale di Bilotta e il n.481 con quattro recensioni), diamo nuovamente la parola ai contributi dylaniati dei nostri redattori, nella fattispecie a Moreno Burattini che ci parlerà del personaggio creato da Tiziano Sclavi ricordando una sua “personale controversia” legata a uno dei tanti saggi dedicati, a suo tempo, all’Indagatore dell’Incubo e che partiva dalla fruizione di un “certo tipo” di disamine riguardanti i fumetti.

Per come la penso oggi, tutte le recensioni dovrebbero cominciare con «secondo me» (almeno sottinteso). Nel 1998 ero ancora nel fiore degli anni e non avevo la saggezza di oggi, che sono nel frutto. Non che ritenga di aver maturato una particolare profondità: mi credo un pochino più prudente e consapevole di allora, ma ci vuol poco. Perciò, secondo me, la mia stroncatura del libro di Claudio Paglieri Non son degno di Tex (Marsilio, 1997), pubblicata sul n. 20 di Dime Press, può essere considerata la recensione più sbagliata che abbia mai scritto.

Tutto nacque da un abbaglio. Avevo di fronte un saggio su Tex edito da Marsilio, la casa veneziana che in quasi quarant’anni aveva pubblicato la migliore narrativa italiana e straniera e la più ampia saggistica: arte, musica, architettura, cinema, economia, storia, scienze sociali. Il testo figurava ne «Gli Specchi», la collana dove da poco era uscito — e l’avevo letto — un saggio di Raffaele Crovi sulla vita di Elio Vittorini. Tutto lasciava pensare a una disamina accademica: mi aspettavo che l’autore volesse davvero «tirare le somme dell’avventurosa vita del ranger più famoso d’Italia». Invece era un omaggio divertito a una leggenda: un divertissement, non a caso premiato con la Palma d’oro al Festival dell’Umorismo di Bordighera. Io, come moltissimi altri, lo giudicai un saggio ipercritico e pieno di gratuito sarcasmo contro una leggenda del fumetto Ai miei occhi di cultore, un libro sacrilego. Sbagliando prospettiva, mi salì l’impeto della stroncatura, nel senso inteso da Giovanni Papini nel suo pamphlet del 1916 (Stroncature, appunto): una recensione tesa a demolire, indignata, un giudizio che si propone come verdetto. Per inciso, Papini chiuse il ciclo stroncando anche sé stesso.

Riassumendo le mie critiche del 1998, senza ripeterle tutte: trovai il testo ben scritto e divertente, ma non un saggio: «una raccolta di battute salaci». Paragonai Paglieri al Claudio Bisio di Quella vacca di Nonna Papera. Non gli perdonai la conta delle bistecche alte tre dita, dei feriti e dei morti, la coscienza ecologica pretesa da un uomo dell’Ottocento, i tarocchi dello stregone del villaggio, il parere del medico sul fegato di Tex. Scrissi che Paglieri non era «complice» del personaggio, ma mirava «a smitizzare l’eroe e a coprirlo di ridicolo» con «un sarcasmo superficiale e ingiustamente feroce».

Ad aggiustare il tiro, per fortuna, ci pensò Claudio Nizzi. Sul n. 21 di Cronaca di Topolinia (marzo 1999), chiamato in causa da lettere di texiani impermalositi, lo sceneggiatore modenese le riassunse in una sola: «Caro signor Nizzi, ha letto quella burla di libro Non son degno di Tex? Non trova che l’autore si sia preso un po’ troppe libertà? Secondo me ha preso in giro Tex e anche i suoi lettori! Paolo, Antonio, Giovanni, Giorgio, eccetera». Poi rispose:

«Ho letto il libro contro cui vi scagliate, e pur ammettendo che si tratta di una stroncatura di Tex, non lo considero un peccato di lesa maestà. Non conosco l’autore, non so se sia un affezionato lettore di Tex, come lui si definisce, ma è certo che ne ha detto peste e corna. E tuttavia, se si prende il libro nella chiave giusta, ci si può anche divertire. In fondo cosa fa l’autore? Parla di Tex dimenticandosi che si tratta di un fumetto e lo giudica con il metro sbagliato. Insomma, non sta al gioco e non ne accetta le regole. E, non stando al gioco, mette in ridicolo tutte quelle esagerazioni che in un fumetto sono normalissime. Da questo contrasto può scattare anche la risata. Insomma, l’autore ha voluto divertirsi e divertirci. Non è il caso di prendersela: non è una cosa seria».

Parole che si possono sottoscrivere. A mia scusante, interpellato da più parti, ribadii che non avevo criticato il libro perché brutto o mal scritto: era scritto bene ed era divertente. Il punto era l’abito da saggio indossato da un testo di cabaret. Se avessi capito subito che era un divertissement, non mi sarei risentito.

Poi arrivò la lettera di Paglieri: la pubblicammo su Dime Press sotto il titolo Non son degno di stroncatura. Claudio scriveva: «Il titolo Non son degno di Tex speravo mettesse sull’avviso gli acquirenti che si tratta di un libro umoristico, ispirato (guarda un po’) proprio a Quella vacca di Nonna Papera a cui Burattini lo paragona, pensando di farmi dispetto e facendomi, in realtà, il miglior complimento». Io e Paglieri abbiamo fumato il kalumet della pace al telefono. Non ci sono stati cadaveri rotolati nella polvere. Anzi, subito ho recuperato un suo libro del 1996, esilarante: Liguri. Quelli che mugugnano (Sonda). Chissà se per scherzo o per davvero, Claudio mi accennò alla possibilità che, per la stessa collana, io scrivessi un’analoga guida ironica ai «migliori difetti e alle peggiori virtù» dei miei conterranei. Dopo il suo Liguri avrei potuto proporre un mio Toscani. Mi inventai immediatamente il sottotitolo: Quelli che bestemmiano. Poi rinunciai, perché mi trasferii a Milano, a lavorare nella redazione di Zagor (ma anche di Tex). A testimonianza dell’aneddoto resta un dedica datata 13 luglio 1999: «A quel satanasso di Moreno Burattini, aspettando “Toscani”…». Nel 2001, sempre per Sonda, nella collana Lavori socialmente inutili, Paglieri pubblicò Giornalisti. Il mestiere più antico del mondo: satira da addetto ai lavori, biglietti gratis e cene a scrocco compresi. Nello stesso anno, per Marsilio, L’estate sta finendo, Premio Albatros: il passo verso il romanzo. Seguirono i gialli del commissario Marco Luciani e altri suoi libri, di cui alcuni premiati: non esattamente il curriculum di uno che «non è degno».

Ma già l’avevo capito quando uscì Mi chiamo Dog. Dylan Dog. Vita e imprese di un playboy fifone (Marsilio, 1998). «Si assaltano soltanto le fortezze», recita un proverbio, e dopo la fortezza di Aquila della Notte Paglieri attaccava quella dell’Indagatore dell’Incubo. Questa volta, però, si sapeva a che cosa si andava incontro. Trovo calzante la breve recensione di Fabrizio Gallerani (a cui va un mio affettuoso ricordo) sul sito di uBC, datata gennaio 1999:

«Questa nuova fatica di Paglieri, genovese e giornalista del Secolo XIX, si stacca un po’ dai toni farseschi dell’opera precedente (Moreno Burattini, in un recente articolo, l’aveva addirittura paragonata a un testo cabarettistico) ma mantiene senz’altro una ironia di fondo che, in ogni caso, meglio si addice al personaggio di Dylan Dog che non a quello di Tex. Superficiale nell’analisi dei temi e dei messaggi contenuti nella serie, Paglieri si rivela invece attento e preciso nel catalogare gli elementi esteriori che, in oltre dieci anni, hanno connotato il personaggio. Le manie, gli amori, gli amici e i nemici di Dylan sono tutti oggetto di una minuziosa ricerca statistica che, tuttavia, ha il pregio di non risultare semplicemente arida, in virtù della felice prosa dell’autore.»

Il libro è una disamina beffarda di quello che allora era un fenomeno editoriale: dal 1986 l’Indagatore dell’Incubo aveva visto crescere, mese dopo mese, successo di pubblico e di critica. Chi cercasse approfondimenti sulla poetica del personaggio o sulle cause del successo dovrebbe rivolgersi altrove (annoiandosi su saggi più paludati), ma chi guarda a Dylan come a un fratello o a un amico da prendere in giro per le sue manie (fifone, playboy, uomo dei rituali) trova di che divertirsi.

Esordisce Paglieri: «Dylan Dog è un investigatore privato molto particolare, che si fa pagare per catturare i mostri ma in realtà fa il tifo per loro. Se avete intenzione di rivolgervi a lui pensateci bene, perché il rapporto tra casi esaminati e casi risolti non è proprio brillante. Se siete maschi e diventate clienti di Dylan, avete un’alta probabilità di non arrivare vivi alla fine della storia oppure di scoprire, sciocchini, che i colpevoli siete proprio voi. Se siete donne e diventate clienti di Dylan, oltre a correre gli stessi rischi dovrete pure diventare sue amanti. Va bene che è un tipo belloccio e simpatico, ma tenete presente che è depresso cronico, misantropo, soffre di complesso di Edipo, sindrome di Peter Pan, insonnia, incubi; che è sempre senza un soldo e oltre a portarvi in una squallida pizzeria, vi farà pagare il conto; che dopo cinque minuti vi chiederà di sposarvi ma il mese dopo, misteriosamente, sarà già alle prese con un’altra cliente».

La disamina si riferisce ai 140 numeri della serie regolare, oltre ai primi 11 Speciali, ai 7 Almanacchi, ai 5 Dylandogoni e ai 2 extra Dylan Dog & Martin Mystère.

È stato citato il monologo di Claudio Bisio Quella vacca di Nonna Papera: un testo che non prende di mira solo i personaggi Disney, ma molti altri eroi dei fumetti, da Batman a Diabolik, e che meriterebbe una puntata di «Saggiamente» tutta sua. Paglieri dice che l’ispirazione per occuparsi di Tex e di Dylan gli venne proprio da lì. Due assaggi. Il primo, sul menu di Nonna Papera: «Nonna Papera a volte invita gli ospiti — scrive Bisio — e gli dà da mangiare il tacchino. Il tacchino! È come se Minni desse i criceti agli ospiti! Come se mia madre mi cucinasse il timballo di mio cugino! Che se lo meriterebbe anche, ma non è questo il discorso.»
Il secondo, su chi siano i genitori di Qui, Quo e Qua. Bisio ipotizza che la mamma possa essere – segretamente – Paperina, e che dunque li abbia concepiti con un partner diverso da Paperino. Ma chi? Leggiamo: «I più sospetti sono Gastone (che è lì che aspetta solo quello), Paperon de’ Paperoni (che è un vecchiaccio, ma hai visto mai…), Filo Sganga (che nessuno si ricorda chi caz*o è, ma proprio per questo gode dei vantaggi dell’outsider…), Rockerduck, Paperoga (che sembra assente e bizzarro, ma in realtà è un drogato, si fa le canne e si vede benissimo!). Poi, se ci pensate bene, sono tutti nipoti di qualcuno, ma figli non si sa di chi. A volte mi viene da pensare che il padre di tutti sia uno solo, Eta Beta! Con tutto quello che c’ha nelle mutande…»

Le parodie possono essere impietose, ma tutte, in qualche modo, rendono un omaggio. Umberto Eco, presentando nel 1975 l’edizione del suo Diario minimo negli Oscar Mondadori, scrive: «Non sempre una parodia si esercita su un modello che considera negativo; sovente parodiare un testo significa anche rendergli omaggio». Ipse dixit. E ancora: «Una delle prime e più nobili funzioni delle cose poco serie è di gettare un’ombra di diffidenza sulle cose troppo serie». Infine: «Tale è la ventura della parodia: che non deve mai temere di esagerare. Se colpisce nel segno, non farà altro che prefigurare qualcosa che poi altri faranno senza ridere — e senza arrossire — con ferma e virile serietà».

Eco parte da un’idea semplice e un po’ spietata: la parodia funziona solo se va oltre. Se resta misurata, educata, «quasi vera», non si capisce se stia imitando o descrivendo. Se hai paura di esagerare, stai già negoziando con il modello, lo stai rispettando troppo, e allora non lo smascheri. Devi spingere il meccanismo fino a farlo scricchiolare. Se esageri e il testo originale crolla, era fragile. Esagerare non significa solo demolire: a volte significa conoscere così bene un autore da poterlo usare come sacco da boxe senza tradirlo. Una parodia che abbia paura di esagerare resta un vezzo da appassionati. Una parodia che nasca dal disprezzo è povera: riduce l’eroe a cartone e il lettore a cretino. Quella che nasce dall’amore è più tagliente, perché conosce i tic dal di dentro. Solo chi ha amato quel mondo può farne una chiave e non un randello.

L’ironia spalanca porte non perché sia più intelligente del mito, ma perché il mito le chiude. Si barrica dentro. Le cose si capiscono quando smettono di essere sacre e tornano racconti. Il riso è uno strumento di lettura. La parodia non è il contrario della serietà: è la serietà che ha deciso di non inginocchiarsi. Tex e Dylan Dog non sono bersagli da abbattere; sono miti che l’ironia non riporta a terra. Tex è un mito di chiarezza: c’è il giusto, c’è lo sbagliato, buoni e cattivi già catalogati. Dylan è un mito inverso: non la chiarezza, l’inquietudine. «Lo scopriremo solo ridendo» vuol dire che la giusta prospettiva da cui guardare il mito è quella di quando, per un attimo, smette di essere altare e torna oggetto. Poi lo rimettiamo sull’altare, perché di favole, di eroi, di sogni e di incubi catartici c’è sempre necessità. Eco chiedeva alla parodia che non si vergognasse di voler bene a ciò che stava deformando. Sempre lui, in Filosofi in libertà (La nave di Teseo, 2022), una raccolta di satire in rima, scrive: «L’alto ideale etico che ha dominato ciascuna di queste esercitazioni conviviali è sempre stato quello di una assoluta correttezza scientifica. E questo sia di monito per le generazioni a venire: scherzare sì, ma seriamente».

Insomma, chiedo di nuovo scusa a Paglieri (e sì, il paragone con Bisio era davvero un complimento). Credo di aver scritto da qualche parte che con Mi chiamo Dog. Dylan Dog Paglieri ha aggiustato il tiro. No: il tiro dovevo aggiustarlo io. Ci riprovo adesso, con la cautela di chi è passato dal fiore al frutto e ha imparato che si può ridere anche dei propri eroi, fanti o santi che siano, cominciando o finendo (come Giovanni Papini) da sé stessi.


Claudio Paglieri
MI CHIAMO DOG. DYLAN DOG
Vita e imprese di un playboy fifone
Gli Specchi Marsilio, 1998
Brossurato – 144 pagine
Lire 22.000

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