Per festeggiare i quarant’anni dell’Indagatore dell’Incubo, la nostra recensione del numero 481 di Dylan Dog si presenta con un’impaginazione inedita. Aprendo l’articolo ti capiterà di leggere una delle quattro versioni della recensione, ciascuna con la propria opinione. Tre sono firmate dalle grandi penne di uBC: Pasquale Laricchia, Vincenzo Oliva e Oscar Tamburis. La quarta, a cura della Redazione, è scritta alla stessa maniera della storia dylaniata di questo mese.
A differenza delle quattro copertine variant in edicola, però, le nostre recensioni non seguono le proporzioni di tiratura dell’albo ma vi capiteranno con probabilità eque. Quale ti capiterà di leggere?
N.B. Se sei curioso, ricarica la pagina e spera di trovarne un’altra.
✂︎ Nella tua bustina
Nel segno - pardon: nel brand di Tiziano
di Vincenzo Oliva
Novembre 1995: Leo Ortolani scrive e disegna la storia a fumetti Rat-Man contro il Ragno!, nella quale l'efferato villain noto appunto come il Ragno recensisce l'albo del quarantennale di Dylan Dog. Egli racconta come, morso accidentalmente da un tecnico di laboratorio, ne avesse acquisito i poteri di uomo, iniziando a sentirsi avido ed egoista, e dandosi a una vita di bassezze e speculazioni avesse deciso di raccontare e pubblicare a fumetti la sua storia. Testualmente: Iniziai a pubblicarla con il numero zero... Poi ne feci una versione con la copertina metallizzata... Una con il gadget... Una a tiratura limitata... Una speciale per Lucca... La ristampa... Quella con la card... Le hanno comprate tutte! Adoro i collezionisti, i più fessi si sono comprati tutte le 27 versioni pubblicate della stessa vaccata!
Da settimane e settimane la Sergio Bonelli Editore sta celebrando il quarantesimo anniversario di un personaggio che ha rappresentato la quintessenza dello straordinario potenziale narrativo e poetico del fumetto popolare e del suo modulo bonelliano nato e affermatosi nel secondo dopoguerra, attraverso un battage martellante, dai risvolti quasi aggressivi, e tutto fondato sulla trovata, che il Ragno avrebbe sinceramente invidiato, delle quattro copertine a rarità progressiva (in realtà cinque, comprendendo la ragnissima edizione cartonata in b/n, esclusa però dal "sorteggio" in edicola).
Con questa operazione, la SBE emargina in via definitiva la sua storia, la sua linea filogenetica di sommo artigianato, anzi di autentica arte popolare; la sua vocazione di fucina narrativa, biblioteca dell'immaginario, bottega dei cantastorie e dei pittori di figurine che per decenni hanno raccontato la vita e l'avventura agli affamati di storie. Quel che definitivamente viene alla luce dopo il rigetto così operato del passato è un "negozio per collezionisti", il cui business si fonda sul commercio di oggetti appunto da collezione, e la cui produzione è subordinata a fomentare l'interesse, o più precisamente la libidine di accaparramento, il bisogno feticistico alla radice del fenomeno.
Alla luce di quanto sopra, e per quanto possa apparire paradossale, questa campagna del quarantennale è probabilmente la storia più autenticamente dylaniata da tanti, troppi anni a questa parte (se non decenni). Paradossale che sia, questo Dylan extra-narrativo incarna una versione contemporanea del filtro sclaviano, del personaggio che seppe intercettare e decodificare gli umori culturali e sociali della fine del '900.
Lo fa indulgendo in massimo grado a quella patologia consumistica estrema che è il collezionismo contemporaneo; e lo fa poi interpretando alla perfezione, impersonando la deriva che da una ventina d'anni ha assunto un po' tutta l'arte popolare (dal cinema, al fumetto, alla letteratura e oltre), che cerca ricorsivamente rifugio nelle certezze (commerciali) del passato e nell'ossessiva vivisezione del medesimo, a uso e consumo di quei nerd che, similmente ai collezionisti di copertine variant dal possesso della ventisettesima versione, provano piacere dalla conoscenza di dettagli fondamentali quali il numero di peli sul deretano di Tex.
Dylan Dog è dunque (in)felicemente venuto meno; ma chi meglio di lui potrebbe tornare già dal mese prossimo, da quello zombie che ormai è?
✂︎ Nella tua bustina
DYD 481, o della vivisezione delle suggestioni
di Oscar Tamburis
Chi scrive ricorda che, nella sua prima intervista a Paola Barbato nel 2003, quest’ultima asserì che, qualora in Dylan Dog fosse stato inserito il concetto di continuity, allora il personaggio sarebbe cambiato. Come sappiamo, la continuity c’è stata - e per il bene o per il male sappiamo anche come sia stata elisa, in attesa dell’inevitabile revisionismo storico.
Ciò che è rimasto è la volontà di “tappare le falle” per continuare a fornire informazioni non richieste circa la storia di Dylan.
C’è stato di sicuro un cambio di pubblico, in questi ultimi quarant’anni: nondimeno ciò non giustifica a tutti i costi un cambio nella natura più intima del personaggio. Se gettare briciole di lore agli affamati completisti di nullismo era già diventata una tradizione - inevitabile, ma almeno centellinata - la risacca della progressiva marvellizzazione della Bonelli ha colpito alla fine anche l’Indagatore dell’Incubo, che attualmente è una versione re-reloaded che nulla conserva del multiversalismo sclaviano di Storia di nessuno.
Il “canone” è andato definitivamente a farsi benedire, per cui appare lecito dissezionare gli interstizi bianchi tra le vignette per trovarci il nulla, e da quel nulla impastare una sceneggiatura che definire effimera assomiglia quasi a un complimento. Al di là della banalità del pretesto narrativo, l’intera vicenda targata Baraldi soffre di harmonyte acuta, che il twist a metà percorso poco riesce a migliorare, e meno che mai il finale ad alto numero di ottani, che leziosamente vuole ricordarci per quale testata abbiamo speso i soldi in edicola.
Ascendere la catena di eventi nel macroverso dylaniato continua a non avere senso anche alla luce degli stravolgimenti apportati al personaggio, e vivaddio questa rimane ancora un’impressione netta, segno che un lumicino è rimasto ancora a testimoniare del tempo che fu.
Dobbiamo parlare per luoghi comuni? Purtroppo sì: all’inutilità e dannosità di certe operazioni si può solo rispondere con mezzucci altrettanto inutili e dannosi. Non litigare con uno stupido etc. etc. - ma ci si conceda ogni tanto uno sfogo per il quale non esistono pomate lenitive.

Furnò compie un lavoro di elevata caratura, che si pone - anche qui, per il bene o per il male - al servizio delle aspettative della storia.
Al di là della maggiore efficacia del bianco & nero sul colore, la scelta delle inquadrature, della caratterizzazione dei personaggi, della regia di alcuni passaggi harmonyosi, sono aspetti che hanno il solo scopo di accentuare se possibile il generale tono della narrazione: se quindi quest’ultima viene percepita come non adatta al personaggio, anche la resa grafica verrà accolta con giudizio di valore inferiore a quello che merita - laddove invece, come si accennava, il valore intrinseco è oggettivo ed elevatissimo.
In aggiunta, l’apporto del colore (opera di Giulia Brusco), pur inizialmente molto apprezzabile, perde gradatamente di efficacia, in special modo nella sequenza gore sul finale.
La creatura marina che Sclavi introdusse nel n.100, e che poi la Barbato ha identificato (?) con il gatto Cagliostro, continua a rimanere in questa versione re-reloaded di Neo/Dylan.
Non era chiaramente una figura volta ad assumere un significato preciso, nondimeno gliene è stato appiccicato uno in passato, e ancora altri tentativi di spiegazione sono stati appioppati nelle pagine di questo quarantennale.
Non è il mostro, non è il gigante, non è la Moonlight, non è il Dylan che ci meritiamo, ma neanche quello di cui avevamo bisogno.
C’era bisogno di ripeterlo ancora una volta?
✂︎ Nella tua bustina
Quarant’anni e sentirli tutti
di Pasquale Laricchia
Compiere quarant'anni significa anche fermarsi a fare i conti con ciò che si è stati, con ciò che si è diventati e con quel poco che, tra un incubo e l'altro, si è riusciti a trattenere di sé. E Barbara Baraldi confeziona un albo che, partendo da queste premesse, fa bene il suo dovere, quello di celebrare l'Indagatore dell'Incubo per i suoi quarant'anni o, meglio, per quello che è oggi il quarantenne Dylan Dog. Lo fa mettendo al centro il personaggio, volgendo lo sguardo al suo passato, disseminando le pagine di citazioni, giocando con il lettore e riprendendo quei pochi tasselli di storia personale che la serie gli ha concesso nel tempo. E lo fa, soprattutto, con una scorrevolezza e un'emotività che rendono l'omaggio fortemente sentito e — a tratti — persino piacevole.
L’espediente del diario (pretestuoso e artificioso) permette all'incipit di dare respiro alla prima parte della storia che, soprassedendo su molto, in fin dei conti funziona e si lascia leggere. Sorprendentemente anche i dialoghi, per quanto compiaciutamente ricercati, riescono a tenere bene nelle prime pagine. Poi il racconto vira verso l'evocazione del romanzo d'appendice e con esso vira anche quell'eleganza programmatica dei testi che, forte di un'ambientazione che potrebbe persino giustificarla, scivola verso una raffinatezza un po' artificiosa la quale, sommata alla prevedibilità dell'intreccio, finisce per sgonfiare l'atmosfera che le prime pagine avevano annunciato. Arriva, certo, la doverosa parentesi horror a vivacizzare il tutto e che, nonostante una Morgana sui generis, dona sì un po' di spettacolo e di movimento ma resta un lampo straniante, quasi fosse un balzello da pagare: perché, così come viene spudoratamente propinata, anziché esserne l'anima sembra piuttosto un cliché che la testata stessa impone.

Con l'incedere del racconto peggiora — oltre ai dialoghi e alla prevedibilità del tutto — anche la colorazione di Giulia Brusco. Davide Furnò ha un tratto che naturalmente si autoesalta nel bianco e nero, eppure nella prima parte i colori riescono a non tradire quella sua matita sfumata e graffiata, quel suo giocare con le ombre, e l'insieme tiene. Nella seconda parte i toni si fanno invece talvolta più acidi e in alcune occasioni troppo carichi e netti, provocando uno stacco visivo eccessivo che non riesce — come invece accade col classico bianco e nero dell'autore — ad abbracciare il lettore e a portarlo con sé. Rimane comunque un disegno spettacolare, una costruzione eccelsa del pathos, dei personaggi e delle ambientazioni, con una resa delle emozioni efficace e coinvolgente. Un lavoro, quello di Furnò, che per davvero riesce a celebrare il fascino del personaggio.
Cosa rimane, dunque, di Dylan Dog in questo quarantenne di oggi? A conti fatti Prima che sia l'alba è una storia che, pur splendidamente disegnata e nonostante l'indubbia passione di cui è permeata, fatica a trasmettere tale passione per intero al lettore, finendo per configurarsi come una vicenda sentita sì, ma melensa e stereotipata in troppe pagine, con una componente horror che potrebbe riabilitarla e che invece resta un corpo estraneo. Ne rimane, in definitiva, un personaggio che scimmiotta l'horror perché deve farlo, che annaspa in un intreccio d’antan e che — nonostante il buon impatto emotivo e il fascino del suo background — viene riproposto, dentro una sceneggiatura da B-movie, come la copia ingrigita di se stesso.
✂︎ Nella tua bustina
Non si può aspettare l'alba senza bagnarsi
a cura della Redazione
Certi compleanni sembrano non finire mai.
Quello di Dylan Dog è cominciato settimane fa, con un battage martellante e quattro copertine a rarità progressiva.

Una lotteria.
E il lettore davanti all'edicola, come davanti a una porta chiusa che non si permetteva di attraversare nemmeno con il pensiero.
Poi, il diario, il mare, i tramonti, la gioventù, la nostalgia, le citazioni e le strizzatine d'occhio ai lettori di vecchia data. E in più un nuovo ramo dell'albero genealogico, come un tassello di un grande mosaico, ma senza una chiara idea di dove collocarlo.
Perché certe cose non si possono raccontare, ce le portiamo dentro anche se l'autrice prova con ardore ad inserirle in questa storia.
E fu come se l'aria tra le pagine si fosse fatta improvvisamente di melassa.
Harmonyte acuta, un intreccio prevedibile e i cliché di Barbara Baraldi, sempre gli stessi, in una litania ripetitiva, quasi ipnotica. Quasi autoriferita.
C'era stato un tempo, era il 2003, in cui qualcuno aveva detto che la continuity avrebbe cambiato Dylan Dog.

La continuity era arrivata ma poi si è fatta nebbia, spazzando via le ultime reminiscenze di quella stagione. Restavano soltanto le briciole di lore, gettate agli affamati completisti del nulla. Un Dylan re-reloaded, marvellizzato, lontano anni luce dal multiverso di Storia di nessuno.
E tra una vignetta e l'altra, lo spazio bianco.
Un confine. L'emblema di un vuoto che qualcuno aveva deciso di dissezionare comunque.
Poi un grido echeggiò nell'aria.
Morgana. Lo splatter. Un finale ad alto numero di ottani, dalla lama affilata che scintilla di sinistri bagliori. Perché era Dylan Dog, e bisognava ricordarlo.
Un balzello. Una corona di spine.
Resta la matita di Davide Furnò, altissima, al servizio di una storia che non sempre la merita. Il bianco e nero è sempre stato il suo confidente, a volte un'amante. Il colore di Giulia Brusco, invece, dapprima discreto, si fa acido, carico, fino al gore finale. Seduce e poi abbandona. Come un'amante.
E l'ombra se ne va.
Cosa resta, allora, del quarantenne Dylan Dog? Un uomo che scimmiotta l'horror perché deve. La copia ingrigita di se stesso. Non il Dylan che meritiamo. Nemmeno quello di cui avevamo bisogno.
Eppure la storia più dylaniata da anni non sta dentro l'albo.
Sta tutt'intorno. Nella febbre del collezionismo, nella fuga nel passato. La bottega dei cantastorie si è fatta negozio.
Il collezionismo è la conoscenza più intima.
Dylan è morto.
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Speciale di
Dylan Dog è © Sergio Bonelli Editore. Questo speciale è un’iniziativa indipendente di uBC Fumetti, non promossa dall’editore.Dylan Dog © Sergio Bonelli Editore · iniziativa indipendente
