Dylan Dog n.420 “Jenny”

//
2 mins read

Incuriosito dal fatto che a questa storia sia stato assegnato il premio Elsa Morante (che, confesso, non conoscevo), ne ho recuperato la lettura. Francamente, confesso anche questo, non essendo, per così dire, un fan di Barbara Baraldi, ero portato a pensare che si sarebbe rivelata l’inevitabile storia insipida e lontana dallo spirito autentico del personaggio. Sono pertanto rimasto felicemente sorpreso che così non sia, sebbene Jenny rappresenti largamente un’occasione mancata.

L’argomento è di quelli davvero difficili da trattare anche per il più profondo e geniale dei narratori: la depressione. Proprio per tale difficoltà, non mi aspetto che chiunque lo affronti possa non sfigurare con l’intensità e l’acutezza di David Foster Wallace; tuttavia, la prima parte della storia è poco più di una sequela di luoghi comuni, banalità superficiali, psico(b)analisi un tanto al chilo degne del Crozza che magistralmente satireggia Recalcati, tanto che in un paio di occasioni stavo per abbandonare la lettura. Alla fine, la curiosità di arrivare in fondo ha però vinto, e ho constatato con piacere che, pian piano, il racconto si è sollevato di tono.

Nella seconda parte dell’albo, che viene quasi a rappresentare un prequel della prima, pur senza miracoli l’analisi dei personaggi e delle situazioni si è fatta più intima e convincente, l’interiorità di Jenny e di Dylan Dog è apparsa meno plastificata, la sofferenza (di Jenny, ovviamente, ma anche di Dylan) ha assunto contorni tridimensionali e reali; finché nelle pagine finali si lascia saggiamente spazio al lettore per trarre le proprie conseguenze e tirare le fila di quello che ha letto. Peccato, davvero, che quella lunga sezione iniziale dell’albo estenui la lettura con le sue lagne inconcludenti, le tiritere psicofuffose, e una generale superficialità dell’esposizione; ma è anche vero che Baraldi si riscatta bene nel prosieguo del racconto, dove evidentemente smette di scrivere secondo un manuale dei sentimenti corretti e ci mette dei sentimenti veri e personali; e dunque è incontestabile che la storia sia nel suo complesso valida, e il giudizio su di essa indubbiamente positivo.

Infine, è un peccato che i disegni di Davide Furnò non aiutino a dare pienamente corpo a quei sentimenti, alle angosce, al dolore che i testi evocano, ma che – probabilmente proprio a causa di questi disegni poco in linea con il racconto – non riescono a trasmettere fino in fondo al lettore. Bellissimi, certo, i disegni, ma per lo più fini a sé stessi, come certe stupefacenti modelle che in passerella indossano sé stesse più che l’abito con cui sfilano: il lavoro di Furnò è tutto d’effetto, possiede una leggiadria stilosa che non può non catturare e affascinare, rapire mi viene da dire, l’occhio; ma è a sua volta troppo rapito dalla propria stessa bellezza per “sporcarsi le mani” e mettersi realmente al servizio del racconto, trasmettere e far vivere al lettore le impressioni e le emozioni dei personaggi invece di esporgliele in bella posa. Se posso lasciarmi andare a una fantasia, immaginerei che avendo ai pennelli il Nicola Mari di Phoenix questo albo avrebbe sfiorato il capolavoro.

Per concludere con una punta di veleno, vorrei partecipare della sofferenza che debbo ritenere abbia provato Gigi Cavenago nel dover disegnare la cover variant dell’albo.

Dylan Dog n.420 “Jenny”
di Barbara Baraldi e Davide Furnò
16x21cm, 96 pagine, b/n, 4,40€
Sergio Bonelli editore, agosto 2021

 

Se te lo sei perso: metti alla prova la tua conoscenza sull’Indagatore dell’Incubo rispondendo a queste dieci domande sul personaggio creato da Tiziano Sclavi: Il Quiz su Dylan Dog

Ultimi Articoli Blog

0 0,00