Finalmente il momento tanto atteso è arrivato. Può funzionare una storia autoconclusiva nelle 78 della nuova foliazione di Julia?
Nonostante la riduzione dello spazio a disposizione, la trama convince appieno. In La morte annunciata, il ritmo impresso alla narrazione dalla coppia di sceneggiatori composta da Giancarlo Berardi e Lorenzo Calza è infatti serrato e ben calibrato.
Roy Haskins esce di prigione dopo otto anni di detenzione, alimentato da un unico pensiero: vendicarsi di Arthur Loomis, il complice che lo ha tradito consegnandolo alla giustizia. Terrorizzato dalle possibili ritorsioni, Arthur si rivolge al detective Leo Baxter chiedendo protezione. Leo decide di coinvolgere Julia Kendall nelle indagini: tuttavia, ciò che all’apparenza sembra un lineare caso di vendetta si rivela ben presto una complessa rete di segreti e menzogne, in cui i ruoli si ribaltano continuamente ed è difficile distinguere chi sia davvero il cacciatore e chi la preda.
Come di consueto per la serie, la struttura si sviluppa su due differenti piani narrativi, con il primo costituito dalla narrazione verticale incentrata sull’indagine condotta da Baxter a tutela di Loomis. È la componente più dinamica dell’albo, sorretta da un ottimo senso del ritmo e da un impianto giallo/thriller efficace fino alle battute finali. La narrazione orizzontale, invece, rappresenta la parte forse più lenta e monotona dell’albo, con Julia alle prese con i preparativi per una vacanza di un mese a Genova da Ettore: tra valigie e organizzazione quotidiana, emergono tutti gli annessi e connessi tipici di un distacco così prolungato da casa, segnando anche un primo, reale tentativo di convivenza all’interno del loro rapporto a distanza.
Ai disegni troviamo Paolo Di Clemente, qui al suo decimo albo realizzato per le avventure dell’investigatrice di Garden City. Il suo tratto si dimostra solido e funzionale al racconto; in certi frangenti — in particolare nella resa dei primi piani e dei mezzi busti — la sua linea ricorda da vicino lo stile di José Caramuta sui primi numeri di Nick Raider.
Un capitolo a parte lo merita l’illustrazione di copertina, firmata dal brillante Lorenzo Bovo. Il titolo dell’albo, Una morte annunciata, è esplicito e dichiara le sue intenzioni fin dalle prime pagine della storia. La rappresentazione grafica della cover, tuttavia, ha poco a che vedere con lo svolgimento letterale dell’avventura: Bovo dà infatti vita a una raffigurazione onirica che richiama le frequenti apparizioni da incubo che costellano il vissuto soggettivo di Julia. La criminologa si affaccia sulla porta di casa indossando una vestaglia celeste e bianca (da notare la sinuosità e la raffinatezza nel gesto tramite cui si copre con l’abito). Davanti a lei si staglia il braccio scheletrico della Morte che le consegna una lettera, in un’impostazione visiva che evoca atmosfere iconiche alla Partita con la morte (celebre albo n. 66 di Dylan Dog). Si tratta di una scena simbolica, un sogno della Kendall che non avviene materialmente nell’albo, ma che coincide perfettamente con il nocciolo drammatico e concettuale dell’avventura.
Tirando le somme, se da un lato – come dicevamo in precedenza – il formato ridotto da 78 pagine funziona e convince sul piano del ritmo, dall’altro si percepisce chiaramente come si sia trattato di un’uscita improvvisata o decisa all’ultimo momento. L’albo pecca, infatti, sul fronte della continuity: non vi è alcun accenno diretto agli eventi drammatici del doppio numero precedente (nn. 335 e 336), in cui Nonna Lillian aveva rischiato la vita in séguito a un ricovero ospedaliero che aveva lasciato i lettori con il fiato sospeso. In questo numero ogni riferimento temporale a quanto accaduto viene del tutto meno, lasciando la sensazione che questa storia rappresentasse un “jolly” tenuto nel cassetto per far fronte a momenti di difficoltà o a ritardi nella tabella di marcia della produzione.
Al di là di questa svista sulla continuity, il risultato può dirsi centrato. Nell’arco della programmazione annuale di dodici albi, inserire ogni tanto qualche storia autoconclusiva di questo tipo — caratterizzata da un ritmo agile e chiusure ben dosate — si rivela una formula narrativa fresca che funziona e che potrebbe essere riproposta più spesso.
