Dylan Dog 40! Interiorità vs. Biografia

Dylan Dog e la tentazione dell’anagrafe

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Per i personaggi da edicola di lungo corso la celebrazione degli anniversari è un fardello di crescente caratura, che in genere viene affrontato in due modi principali: da un lato, la scelta di puntare su un’avventura caratterizzata da tono ed enfasi particolari, magari con il ritorno di un comprimario / avversario assenti da tempo, ma tutto sommato senza allontanarsi troppo da binari ben rodati – a questa categoria si possono ascrivere molti albi celebrativi di Tex e Zagor, e si ritrova qualcosa del genere anche in Martin Mystère; dall’altro lato, la scelta di affondare le mani nella mitologia del personaggio, per il quale in condizioni normali questi aspetti vengono poco o per niente trattati.

Se per Martin Mystère e Nathan Never ciò è avvenuto lontano da questi appuntamenti editoriali obbligati, così non è stato per Dylan Dog: il tanto atteso e temuto n.100 diede a suo tempo la stura (?) a tutta una serie di suggestioni che fino ad allora erano state centellinate nel corso di soli 4 albi in 8 anni di storie. Il risultato – al netto del volerselo far piacere – fu di relativo impatto, ma tant’è: all’epoca l’Indagatore dell’Incubo andava per la maggiore, e fu comunque un successo. Dopo tanti anni, la domanda rimane: il passato di un personaggio come Dylan Dog è davvero qualcosa di cui si sentisse davvero il bisogno?

Ci si conceda a tale proposito un parallelo, se non originale quantomeno inusitato, tra Tiziano Sclavi e Hideaki Anno, in relazione proprio al n.100. In quella metà degli anni ’90 del secolo scorso, l’opzione di dotare Dylan di un background – o meglio: di una lore, come si suol dire oggi – non era tra le priorità di Tiz.

Dylan è nato come cura al suo non essere portato per la vita, un punto di vista talmente unico da mettere paradossalmente in ombra buona parte dei canoni narrativi – per lo meno bonelliani – fino a quel momento. Incidentalmente, la sua condizione patologica trovò attraverso il suo personaggio un riflesso inaspettato nella società lì fuori, ma non è peregrino pensare che tale successo fosse per l’autore – quantomeno in una prima fase – solo un sottoprodotto del suo peculiare percorso di auto-analisi in pubblico. Va quindi da sé come tutto questo fosse palesemente antitetico a qualsiasi dinamica narrativa consolidata, come appunto dare in pasto al lettore una qualsivoglia “origin story” che potesse saziare la sua (non necessaria, in fondo) fame di particolari. 

La deriva commerciale ebbe però la meglio, e il risultato fu un numero celebrativo che brillava per quanto possibile per la sua capacità di non dire nulla pur atteggiandosi nel verso contrario, anzi dando la stoccata finale con la chiosa “questa sarà in ogni caso l’ultima storia di Dylan Dog”. 

Sclavi commerciale sì, ma pur sempre Sclavi.

Voltando lo sguardo verso l’estremo oriente, è ormai storia nota quella della profonda depressione che colpì Anno in quegli stessi anni ’90, a séguito delle vicissitudini produttive dello studio Gainax legate a Il mistero della pietra azzurra; depressione che si rovesciò in toto nella produzione di Neon Genesis Evangelion, dove il personaggio di Shinji Ikari è chiamato a compiere un durissimo percorso di accettazione di sé, che culmina negli ultimi due episodi della serie televisiva. Anche lì – sebbene con proporzioni diverse – la pressione esercitata dal fandom a causa di tutti gli interrogativi rimasti irrisolti lo costrinse in qualche modo ad accontentarli con la combo Death and Rebirth e The end of Evangelion, dei quali si discute da circa un trentennio, e per il qual motivo non sembra il caso di aggiungere ulteriori gocce di parole ad un già immenso oceano di speculazioni. 

Dylan come Shinji e tutto il cucuzzaro: punti focali di universi narrativi che loro stessi non percepiscono attorno a sé, ma costretti ad alzare veli di Maya che non sapevano potessero esistere, per mostrare un dietro le quinte di cui sicuramente loro (né i loro creatori) avevano bisogno.

Ripartendo nuovamente dal n.100, negli anni a seguire si è tentato di forzare la (voluta? Necessaria?) mancanza di logica che fa attraversare tre secoli ad un Dylan bambino, per narrarne episodi ambientati in tenera età – cfr. qui e qui in località Crossgate –, al fine di indurre (in forma chiaramente posticcia) “signs and wonders” che ne marcassero la natura di predestinato (a cosa poi?).

Senza voler intaccare la profondità già a suo tempo raggiunta, si può affermare in estrema sintesi che, con ogni probabilità, l’unico esercizio di stile che riesce un minimo ad elevarsi è il n.200, dove la precisione chirurgica di Paola Barbato forniva alla urticante curiosità del lettore una serie non richiesta di fattori caratterizzanti del personaggio – l’incontro con Groucho, il maggiolino, lo spettro sumero nel frigorifero – ma lo faceva con l’amore di una lettrice che vuole fantasticare sul suo personaggio del cuore, sapendone però miscelare capacità narrativa e fanservice.

Su altra scala si pongono invece Finché morte non ci separi e, naturalmente, Il lungo addio: il primo ci parla del cuore di Dylan, o meglio parla al cuore – e all’anulare – di Dylan. In quel momento la precisione cronometrica della narrazione della vita del nostro può essere bellamente messa da parte. Il secondo è storicamente fuori scala: è una storia che parla di crescita, di formazione, di sentimenti, di mistero, e riesce anche a inserirsi in una continuity che, all’epoca, era di quanto più lontano potesse esserci dall’idea del personaggio Dylan – e parlarne ulteriormente contribuirebbe solo a svilirne l’intima purezza. 

Si può concludere concedendo che il passato di Dylan è al massimo interiorità, di certo non biografia. Pur al netto di questo, richiamando ancora una volta Nolan, è in ogni caso qualcosa di cui avevamo bisogno? Se qualcuno sicuramente da qualche parte risponderà in maniera affermativa, allora alziamo il tiro: è qualcosa che ci meritavamo? E attenzione che l’atto meritorio è un concetto ancillare: ci si può meritare un encomio, come una punizione. L’accanimento terapeutico nei confronti del “Dylan prima di Dylan”, a quale delle due categorie appartiene?

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Dylan Dog – 40 anni

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Dylan Dog è © Sergio Bonelli Editore. Questo speciale è un’iniziativa indipendente di uBC Fumetti, non promossa dall’editore.Dylan Dog © Sergio Bonelli Editore · iniziativa indipendente

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