“Cartagena”: l’ultimo Hermann

Il dovere di serbarne un altro ricordo

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Cartagena, l’ultima storia disegnata da Hermann, pubblicata completa ma postuma, pone un interrogativo tutt’altro che anodino: se non fosse l’ultima la si leggerebbe? O il fatto che sia l’ultima modifica la percezione e il valore dell’opera stessa? Dopo la recensione del terz’ultimo JeremiahCelui qui manque – il cui voto di sufficienza (6) avrebbe significato per qualsiasi altro autore una nota negativa, noi di uBC avevamo scelto di segnalare ma non recensire Les larbins che chiude la saga e di soprassedere sul dittico Brigantus.

Si dice che l’amore rende ciechi; a volte succede il contrario, e la limpidezza dello sguardo ci invita a non insistere e a preferire il silenzio. Per chi ha amato e ammirato Hermann, le cui opere sia in quanto disegnatore (Comanche) che autore completo (Jeremiah, Le torri di Bois-Maury e molti one-shot, alcuni dei quali sceneggiati – tra gli altri – anche dal figlio Yves H.) hanno cambiato la percezione non solo nostra individuale di cosa il fumetto sia e di cosa e come il fumetto può fare (e quale storia più emblematica in questo senso di Sarajevo Tango?), la copertina di Les larbins suonava la fine della partita. «Ancora Jeremiah? Purtroppo ancora» ci chiedevamo e rispondevamo.

Chi scrive ammette di non aver letto Cartagena, perché il disegno, contrariamente al suo compito, non invita a farlo. La china limpida e pulita che aveva progressivamente lasciato spazio alle sfumature dell’acquarello, capace di dipingere volte gotiche e deserti la cui arsura si sentiva sulla pelle, è qui sostituita da matite grasse, i colori riuniti in un grigio che tutto confonde. E che dire delle anatomie, perfette nella loro singolarità, e da un po’ di tempo quasi caricaturali?

Come Mohamed Alì, atleta del secolo il cui troppo amore gli impedì di capire per tempo quando appendere i guantoni al chiodo, costringendoci a volgere gli occhi altrove, così Hermann non ha capito, per lo stesso troppo amore, quando era giunto il momento di porre la parola «fine» in fondo alla pagina.

 A chi vuole ricordare l’immenso maestro che fu e misurare l’influenza duratura a distanza di decadi, suggeriamo di recuperare l’integrale di Comanche e la prima raccolta di Jeremiah, edite entrambi in uno bianco e nero sopraffino dall’editore Niffle nonché lo splendido Hermann. Le naturaliste de la bande dessinée uscito nel 2017 per 9eArt+ éditions, catalogo della mostra omonima con la quale il Festival di Angoulême celebrò, fortunatamente non in memoriam, il Grand Prix del «cinghiale delle Ardenne».

È così che ci piace ricordarlo.

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