Dampyr n.313-314
“Le paludi di Kasane” e “La vendetta della Yurei”

Recensione degli albi di Mauro Boselli e Giorgio Gualandris

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Valutazione 7 su 10

Si ritorna in Giappone con un dittico che declina la narrativa dampyriana attraverso il filtro del Kwaidan, la tradizione giapponese delle storie di fantasmi. La storia di Kenshin era iniziata nel n.77 (intitolato, appunto, Kwaidan) e qui vengono finalmente chiariti il suo rapporto con Keiko e quello tra Keiko e Yumi. Il tutto riesce abilmente a fondere la continuity dampyriana con i topoi del genere, costruendo un’avventura sull’idea che il dolore emotivo — l’amore tradito, la morte violenta, la solitudine — lasci tracce indelebili nel mondo e continui ad agire sul presente attraverso figure spettrali che non trovano pace.

Il primo albo è ottimamente strutturato. Mauro Boselli sceglie di tenere Harlan quasi del tutto fuori scena, lasciando ampio spazio alla ricostruzione della storia dei due amanti attraverso reincarnazioni, ricordi sovrapposti e l’incursione della maledizione di Kasane. È un esercizio di stile in chiave Kwaidan che funziona con la sintassi horror – costruita con cura – e un flusso emotivo lento e a tratti drammatico. L’ingresso in scena di Harlan sul finale — in parallelo con la scomparsa di Keiko — introduce gli sviluppi dell’albo successivo con la giusta tensione.

La seconda parte fatica un po’ di più a prendere ritmo, soprattutto nella prima sezione, dove la necessità di raccordare i fili produce qualche momento di eccessiva dilatazione. Il racconto riprende forza con l’entrata in scena dei due poliziotti, ben caratterizzati e capaci di restituire vitalità a una storia che rischiava di incepparsi nella propria complessità, e l’accelerata finale chiude il tutto con buona soddisfazione risultando al contempo credibile ed efficace.

La cura per i rimandi, l’ambientazione e il tratteggio efficace di tutti i personaggi — anche i comprimari — contribuiscono a tenere assieme la storia, nonostante lunghe digressioni e momenti meno intensi.

Il lavoro di Giorgio Gualandris è eccezionale. La sua cura per volti, per i dettagli, per le espressioni e le atmosfere è quasi maniacale – in particolare nella prima parte. Ogni vignetta ha una densità visiva che immerge il lettore non solo nella narrazione ma nel flusso emotivo di tutti i personaggi, tra cui Keiko che è trattata con una sensibilità particolare (i suoi tratti restituiscono insieme fragilità e intensità); ma anche i personaggi secondari ricevono attenzioni che li rendono credibili e azzeccati.

Nella seconda parte il tratteggio si allenta leggermente, specialmente in alcune pose di profilo di Harlan e Kenshin, senza che questo comprometta un lavoro che nel complesso resta di alto livello. Le ambientazioni inoltre non sono mai semplici sfondi, ma caratterizzano la storia e ne amplificano il mood con una coerenza capace di esaltare la sceneggiatura.

Il risultato è un’ottima storia che si legge e si guarda con grande piacere, pur in una lentezza di fondo che è comunque in linea con l’atmosfera ricercata dalla narrazione.

LE ANNATE DI DAMPYR

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