“10 ottobre” di Paola Barbato e Mattia Surroz (2021-22)

Consumismo e cannibalismo; consumismo è cannibalismo

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Tanto tempo fa, il mondo era un posto difficile in cui vivere.
C’erano le malattie, l’inquinamento, la guerra, c’erano i ricchi e c’erano i poveri.
Poi è avvenuto il Cambiamento, e con esso è arrivato l’Equilibrio.

Il lettore è avvertito: di qui si inoltrerà nei territori della distopia; ed una abbastanza incarognita, per di più.

10 ottobre ha un sapore d’altri tempi fantascientifici, la sua materia narrativa pare affondare le radici in quella distopia che ebbe una particolare fioritura tra gli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo: al di là del loro valore letterario diseguale, andando avanti con la lettura mi acquistavano via via consistenza le reminiscenze di opere come La fuga di Logan1, Largo! Largo!2, Quarto: uccidi il padre e la madre3 (sì, il titolo italiano è da carcere duro); sino ai richiami che si avvertono al capolavoro di Shirley Jackson La Lotteria4 che è di qualche anno precedente. Il lavoro di Paola Barbato ha un’identità propria e autonoma; e però, nella sua peculiarità, la tonalità emotiva e la specifica coloritura fantascientifica della narrazione risuonano con quelle dei romanzi e racconti menzionati e di altri simili.

E in risonanza con la nostra coscienza entra, in ognuna delle opere coinvolte, l’inquietante, perturbante diade che implica da una parte il destino individuale di vita/morte e dall’altra la prosperità collettiva: è su questo tasto delicato che si gioca la forza di suggestione di questo tipo di racconto distopico.

Se ad un polo, nella società arcaizzante de La Lotteria, sorta di atavico fossile proiettato in un futuro non specificato, tutto assume la dimensione “religiosa” del rituale propiziatorio per impetrare la benevolenza (e il buon raccolto) o scongiurare il dispetto (e la carestia) di un nume remoto e largamente inconoscibile – ed esorcizzare ogni paura con il garantire il conformismo e l’immobilismo sociale -; all’estremo opposto le vite umane ad arbitraria scadenza esatta del mondo di 10 ottobre sono una “offerta” al meccanicismo economicistico di una società futura così evoluta, sazia e perfetta da aver raggiunto una stasi assoluta e l’assoluto zenith del terrore dato dal mutamento, dall’imprevisto, dal non conforme. E tutto torna.

Nei quattro albetti in cui è suddiviso il racconto, comunque unitario, Paola Barbato ha tutto l’agio di farci addentrare nelle articolazioni psicologiche e sociologiche del suo racchiuso e raggelato universo narrativo. Il racconto assume talvolta un tono troppo didascalico ed è il solo vero limite e difetto di una sceneggiatura altrimenti minuziosa e meticolosa nel dare spessore ai personaggi e coerenza e profondità alla società descritta: ineludibile, forse; eppure viene da chiedersi se certe fasi “spiegazioniste” non potrebbero esserci risparmiate con l’uso di uno strumento trascurato e finanche vilipeso, certamente oggi malvisto come arcaico: le didascalie. In fondo, quale funzione se non quella didascalica meglio vi si adatta?

Al di là di ciò, Paola Barbato ci referta pezzo su pezzo la diagnosi di una società emotivamente, creativamente morente se non già morta, al punto da aver fissato una volta e per tutte come proprio l’ambiente urbano e suburbano affluenti dell’inizio del XXI secolo e nel corpo della quale si muovono, non a caso, dei morti (dentro) viventi, degli zombi paradossalmente “felici” del proprio destino di apatia. In realtà “felici” non è il termine corretto: gli abitanti di questa società, così precisamente identificabile con la nostra e così spiritualmente fasulla come quella de L’uomo dei giochi a premio5 (tanto per visitare un’altra distopia quasi anni ’60) sono semplicemente inconsapevoli: bovini umani che un Sistema anonimizzato, e in una rigidamente inesorabile, può condurre pacificamente al mattatoio a date prefissate. Un sacrificio necessario per la prosperità, la pace, la liberazione dalle malattie e dagli affanni terreni – in pratica il Paradiso Terrestre. Ma chissà se è vero o, se come in realtà osserviamo in ogni angolo di questo mondo-meccanismo ormai cristallizzato nei suoi movimenti ripetibili all’infinito, tutto non si risolva invece nella necessità di controllo assoluto, fino a quello sulla riproduzione umana, che ogni Sistema opprimente e oppressivo ritiene vitale per la propria sopravvivenza; e nell’elevazione della paranoia a paradigma esistenziale e sociale.

Ogni meccanismo si compone tuttavia di ingranaggi, e come ci viene ricordato un ingranaggio può talvolta incepparsi per un qualche motivo: se taluni di quei bovini umani “banalmente” implodono, come è naturale, sotto il peso insopportabile della totalitaria innaturalità del Sistema, altri (pur tra le sofferenze e gli inciampi di fenomeni depressivi inevitabili) cercano una via di uscita dal tunnel di morte spirituale in cui vive la società – e questo è quanto ci racconta l’autrice.

Ogni opera di questo genere, e ben lo vediamo qui, pecca di mancanza di realismo: nessuna società strutturata come quella ritratta in 10 ottobre potrebbe mai funzionare abbastanza a lungo: la malattia mentale diventerebbe rapidamente endemica più del colera nelle città di un tempo stipate di umanità stracciata e prive delle più elementari misure d’igiene, e porterebbe il Sistema a un collasso inesorabile. Eppure si tratta solo dell’effetto deformante della modalità narrativa della distopia, che forza le caratteristiche della società che ci circonda per farne affiorare alla nostra coscienza vigile le avanguardie più patologiche, o peggio le situazioni già conclamate.

Cos’altro è infatti la scadenza di vita a traguardi prefissati in 10 ottobre se non il percorso di “consumabilità” della nostra esistenza come ingranaggi di una società capitalistica e consumistica dove ogni cosa è merce, anima umana compresa; dove ogni atto è funzione di profitto; e dove un qualsiasi surplus dello “stock” umano, in numero o coscienza sociale, può comportare problemi di controllo? È a un livello diverso da quello letterale che il racconto di 10 ottobre diviene prosaico resoconto di cronaca: al livello appunto della ricostruzione allegorica, dove il linguaggio fumettistico diventa decisivo.

Ed è su questo diverso livello che lavora il disegno di Mattia Surroz, rendendo con la massima efficacia gli stati d’animo, l’usura interiore, la rabbiosa o disperata depressione dei protagonisti; e per converso quella bovina soddisfazione della fauna umana che li circonda e che crea il sottofondo tonale del vivere comunitario e lo stridente contrasto tra apparenza e realtà: due sensibilità spirituali in dissidio profondo. Graficamente Surroz non è abbacinante, i suoi disegni non colpiscono per la loro bellezza, ma compiono un lavoro ben più rilevante: diversamente da tanti pupazzari odierni troppo concentrati sul fare sfoggio di abilità tecniche spesso fini a sé stesse, Surroz pone ogni attenzione sulla narratività del suo disegno e l’efficacia nelle espressioni dei personaggi: sotto gli occhi del lettore si svolge un dramma vero, i cui protagonisti soffrono per dolori reali e gioiscono per (poche) gioie autentiche; prende corpo una società che nella sua apparente assurdità e lontananza dalla nostra ne è un ritratto che ci risulta insopportabilmente fedele. Surroz non mette in posa i personaggi né si mette in posa: bensì si rende a disposizione completa della storia, ridisegnandone l’esteriorità dimessa con un tratto di forte espressività che a volte sfiora quasi un accenno di grottesco e che porta all’emersione di quelle anime interiori contrapposte che rappresentano la faglia sommersa lungo la quale va in crisi il meccanismo di precisione del corpo sociale di 10 ottobre.

Gli autori ci lasciano senza imboccare una conclusione certa e definitiva; una scelta, sperando che non ritornino in futuro a continuare l’opera, drammaturgicamente perfetta e che restituisce al racconto tutto il senso di possibilità, rischio e slancio vitale del futuro.

1 La fuga di Logan (Logan’s run – William F. Nolan e George C. Johnson, 1967)
2 Largo! Largo! (Make room! Make room! – Harry Harrison, 1966)
3 Quarto: uccidi il padre e la madre (A generation removed – Gary K. Wolf, 1977)
4 La Lotteria (The Lottery – Shirley Jackson, 1948)
5 L’uomo dei giochi a premio (Time out of joint – Philip K. Dick, 1959)

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