Con Skinwalker, la collana OldBoy cambia ancora pelle ripartendo dal numero uno con una sola storia da 96 pagine. Ad inaugurare questo “nuovo corso” troviamo Bruno Enna che coglie l’occasione per tornare a esplorare il mondo navajo, già al centro del suo Saguaro.
La storia è semplice, di mestiere, lineare e ben costruita. Una vicenda a tinte misteriose, in cui elementi folkloristici e leggende locali si intrecciano con una trama investigativa dal taglio sobrio ma efficace. Non ci sono grandi sorprese o svolte inaspettate, ma la narrazione è ben calibrata e mantiene un buon ritmo, senza mai diventare prevedibile al punto da spegnere la curiosità.
Dylan è gestito con coerenza, ben inserito nel contesto e sempre al centro dell’azione. L’approfondimento culturale che arricchisce l’intreccio rallenta talvolta il passo della narrazione, ma contribuisce a definire l’atmosfera e a dare corpo all’ambientazione, che resta uno degli aspetti più riusciti dell’albo. Piacevole anche la gestione emotiva dei comprimari che, sul lungo periodo, prendono spessore e acquistano efficacia.
Sul versante grafico, Gianluca Acciarino firma un lavoro coinvolgente e personale. Il suo tratto valorizza la sceneggiatura con soluzioni visive coerenti e ben calibrate, al servizio della storia.
Non un capolavoro ma una bella storia sì. Enna torna ai suoi polverosi luoghi del sud-ovest americano e confeziona una storia delicata per sensibilità, a tratti struggente, nella quale la componente horror, pur robusta e avvincente, passa in secondo piano rispetto all’atmosfera sentimentale – aggettivo inteso non nel senso di sdolcinato, ma letteralmente di relativo alla sfera dei sentimenti delle persone. E tra i sentimenti a predominare sono malinconia, rimpianto, dolore; seppure declinati con grande pudore, con raccolta discrezione dell’anima.
