Nel Mostro della mente

Dylan Dog Oldboy Seconda Serie n. 7 "Oblio"

//
3 mins read

Il racconto è fondamentale; ma è anche irrilevante.

Nella narrativa popolare è fondamentale avere qualcosa da dire, ed è altrettanto importante avere chiaro ciò si vuole raccontare: rem tene, verba sequentur secondo il detto attribuito a Catone maggiore. Ma in letteratura ogni argomento è anche irrilevante: sono i verba catoniani, lo strumento della scrittura, a essere basilari; danno forma, e attraverso la forma danno la sostanza alla res materiale e reale e la organizzano in cosa artistica, ne determinano il risultato.

Nel linguaggio artistico, la forma è sostanziale tanto quanto il nucleo narrativo; il fatto crudo ed essenziale è il codice su cui viene costruita una forma, che si traduce in oggetto altrettanto reale.

Oblio rischiara ogni angolo visuale di questa ambivalenza e, con gli strumenti specifici del linguaggio fumettistico, dà forma appunto a un fatto – una res – crudo, brutale, elaborandone la materia in racconto d’arte.

Difficile attribuire meriti maggiori alla coppia scrittrice, Silvia Mericone e Rita Porretto, ormai una certezza di trovare nelle storie dell’Indagatore dell’Incubo lo spirito originario del personaggio, declinato secondo una cifra personale vigorosa e riconoscibile e una sensibilità consapevole del nostro contemporaneo, ma non prona a certe sue derive; oppure al disegnatore chiamato a dare forma, e dunque fumettistica sostanza, al nucleo narrativo strutturato dalle autrici: Andrea Chella.

Sin dal titolo, Oblio è un racconto inequivocabile; Mericone e Porretto non imbastiscono una storia allegorica né probabilmente erano interessate ad alcun imbellettamento: l’oggetto della loro narrazione è del tutto evidente e infine dichiarato (lasciamo a chi legga l’albo il compito di verificare); offrono invece al lettore un memoriale di vita che sfrutta fino in fondo la tonalità più spietata del linguaggio poetico per elevarsi a racconto universale: offrono in definitiva sé stesse – come risulta dalla mini-intervista introduttiva dell’albo, dove Silvia Mericone afferma che “Perdersi e soffrire fanno parte della vita”, e Rita Porretto chiosa che “Più che perdersi io credo che si tratti di entrare nel modo più profondo possibile nelle situazioni che gli capitano”.

Lo scambio si riferisce al destino apparente di Dylan di doversi perdere nelle trame delle sue storie (berne ogni volta gli amari calici, si può dire), ma è valido per ognuno di noi – a partire ovviamente dalle autrici di questa storia: non è questione di ribellarsi o non accettare i dolori che la vita ci (com)porta, e neppure di accettarli con rassegnazione, ma di andare alla radice di cosa significano per noi e quanto possono incidere su di noi fino a condizionarci se non addirittura controllarci (che è una delle linee programmatiche più forti del personaggio/uomo Dylan).

Ed è un’offerta senza sconti, da parte delle autrici: la brutalità sostituisce, elimina, ogni retorica; nel mentre la poesia organizza quel duro materiale così indigesto per l’anima e gli conferisce la struttura narrativa compiuta per entrare in risonanza con il lettore.

Andrea Chella segue passo passo la grammatica interna del racconto delle due autrici, che è un percorso descrittivo che non lascia spazio a voli d’immaginazione per concentrare tutto il “fatto” della narrazione nella progressiva emersione del ritratto interiore di un uomo – un essere umano – in cui si condensa una possibilità di destino che fa parte della vita di tutti noi, che segna il nostro essere umani e le stagioni della nostra vita, in particolare in questi nostri tempi.

È l’interpretazione grafica del disegnatore, il suo segno fortemente espressionista ad agire sul lettore come l’ago di un tatuatore e a inserirgli sottopelle, goccia dopo goccia, il “veleno” che cola dalle parole del racconto e dagli eventi che scorrono sulle tavole.

Elementi finemente dettagliati si alternano a immagini in cui si ammira la nitidezza di un disegno sintetico che, con pochi tratti, illustra in profondità ciò che la vignetta o la tavola mostrano. Sui volti incisi in dettaglio di Anthony, il protagonista, o di sua figlia Annie, Chella perfeziona la rappresentazione sincera del nucleo del racconto; laddove Dylan, che è più spettatore via via maggiormente angosciato e poi disperato, compagno di viaggio del lettore dentro quella Casa Nera che domina tutta la storia e ne informa di sé la tonalità emotiva, ci appare più indefinito e in qualche modo defilato dietro le quinte di quanto gli autori vengono mostrando.

È apparenza, e al tempo stesso realtà: perché sin dalla pagina di apertura, dal tono di attesa angosciata che si manifesta su quel palcoscenico oppressivo e oscuro nel quale ci appare Anthony, l’attenzione è tutta dovuta e focalizzata sul protagonista della storia, ma è non meno concentrata sull’attesa dell’intervento di Dylan, l’unico personaggio che possa credibilmente condurre il lettore nei meccanismi di un racconto tanto delicato e violento.

In maniera esattamente speculare, la tavola di chiusura dell’albo vede Annie prefigurare il proprio destino in quello paterno, dopo essere stata condotta da Dylan, insieme a noi, a viverlo fino in fondo: termina dunque dove inizia, questa prospezione nel mostro della nostra mente.

Ma ora ne siamo consapevoli.

Ultimi Articoli Blog

0 0,00