Luca Cerutti
Il Comicon 2026 è stato, per me, il Comicon della conferma.
L’anno in cui l’incrocio tra i numeri impressionanti – da fiera di livello mondiale – e l’organizzazione pare aver trovato il suo punto di equilibrio.
La mia impressione è stata confermata dai “contatti locali” che hanno condiviso con me l’impressione che quest’anno lo sforzo per rendere il Comicon vivibile ai vari attori che lo vivono (fruitori occasionali, fan hardcore, collezionisti, cosplayer, espositori, pubblicisti e professionisti) sia stato il più consistente e mirato da quando il Comicon ha cominciato regolarmente a fare il “tutto esaurito”.
Questo non significa “perfetto”. Significa avere l’impressione di un’attenta considerazione degli errori che si possono commettere e un impegno a risolvere i problemi. O, detta in altre parole, l’impressione che avere la sicurezza dei numeri non abbia fatto scegliere le vie comode.
Questo mi ha permesso di godermi con più serenità le mostre, le conferenze, l’area riservata ai “big” (quest’anno ancora più nomi di primissima fascia), le aree vendita.
L’affollamento c’era ma non lo percepivo “pesante” e “sfruttato”.
La conseguenza di ciò è che, dopo decenni in cui “tornavo leggero”, quest’anno ho rischiato di sfondare la mia non allenatissima schiena caricandomi di carta come non facevo da tempo. Anche perché, dopo decenni, mi sono reso conto che le fiere del fumetto che vedono la massiccia partecipazione di editori stanno ritornando alla loro funzione primigenia di spazio di promozione e “assaggio”. Nell’attuale situazione di sovrapproduzione, infatti, è diventato impossibile per qualsiasi fumetteria – non importa quanto grande e fornita – fare spazio a tutto ciò che viene edito e non c’è catalogo cartaceo oppure online che possa sostituire il prendere in mano un volume, aprirlo a caso e sentire quella scintilla, quando non quel vero e proprio colpo di fulmine, balenare nella tua anima di lettore.
Ecco che allora la fiera fa di nuovo il suo lavoro di punto d’incontro tra gli editori che pubblicano e i lettori che acquistano e che, altrimenti, possono solo confidare su un fumettaro davvero abile o su quei mezzi, diciamo non proprio legali, per incontrare i loro nuovi amori su tavola.
Insomma, l’unico grosso problema (e chi mi conosce lo troverà difficile da credere) è che quest’anno sono riuscito a godermi meno la varietà “gastronomica” che è il tratto assolutamente distintivo di questa manifestazione: a testimonianza di un ben calcolato rapporto tra prezzo e qualità, avvicinarsi agli stand di gastronomia prevedeva in quasi ogni momento della giornata fare lunghe code. Ho saziato il mio spirito, un po’ meno il corpo.
Andrea Morra
Dodici anni. Frequentavo il primo anno di liceo quando per la prima volta sono andato al Comicon.
All’epoca non ero mai stato a nessuna fiera del fumetto, per cui – varcati i cancelli della mostra d’oltremare – i padiglioni che vedevo davanti a me (un paio in meno rispetto a quelli degli ultimi anni) mi apparivano come la terra promessa. Accantonando per un momento reminiscenze adolescenziali, sarà per l’età o per la propensione al consumismo acritico più sregolato che negli ultimi anni ha attanagliato il mondo “nerd”, ad oggi la mia opinione circa le fiere del fumetto si è fatta leggermente più cinica. Nelle righe che seguiranno cercherò allora di dare un resoconto sincero di quella che è stata la mia esperienza al Napoli Comicon 2026.
Cosa ne penso di questa edizione del festival? Nonostante la premessa con la quale si è aperto questo mio contributo posso affermare in tutta tranquillità che, esclusa qualche criticità circa l’organizzazione degli ingressi per i proprietari dei Pass Pro e Press, per me questa edizione del Comicon è stata quella della rinascita. Gli aspetti che più mi hanno colpito lungo i quattro giorni trascorsi tra i padiglioni della mostra d’oltremare sono tre: la facilità nel visitare le varie zone della fiera, l’utilità dell’app ufficiale e l’organizzazione dei firmacopie.
Partendo dal primo punto devo dire che, complice sicuramente una suddivisione in settori dei vari spazi curata al millimetro, nonostante l’occasionale presenza di file o piccoli assembramenti che rallentavano per qualche minuto il flusso lungo le vie di passaggio fortunatamente non mi è mai capitato di trovarmi accidentalmente in una rievocazione della battaglia dei bastardi per andare da uno stand all’altro.
Quest’anno fermarsi per sfogliare un volume non ha richiesto prova di resistenza. Tuttavia, per me la star di questa edizione è stata come dicevo l’app del Comicon.
Il semplice fatto di avere a portata di mano una mappa nella quale, selezionando uno tra i padiglioni allestiti, era possibile consultare sia l’elenco alfabetico degli espositori che il programma degli eventi previsti per la giornata ha facilitato enormemente l’organizzazione della mia visita.
Inoltre, dopo aver selezionato uno tra i diversi incontri organizzati, questi potevano essere comodamente inseriti all’interno di un’agenda in modo da non perdere traccia dei panel più interessanti.
Infine, fatta eccezione per le solite pratiche predatorie che con il pretesto di individuare una metodologia che riesca a selezionare in maniera meritocratica il fortunato vincitore dello shikishi di turno (come se il contenuto del portafoglio abbia a che fare con la meritocrazia), la maggior parte degli editori ha deciso di non bloccare l’accesso al firmacopie dietro l’obbligo di acquistare un volume, salvo al massimo suggerire l’acquisto di un’anteprima uscita in occasione della fiera.
Ora mi tocca invece parlare del negativo. In verità, l’aspetto che più mi preoccupa a séguito dei quattro giorni appena passati non riguarda unicamente il Comicon ma tutto il settore delle fiere dedicate alla cultura pop: l’elitarietà.
Poco prima dell’inizio del festival campano fecero notizia le parole di Alan Moore secondo il quale il fumetto aveva smesso di essere medium popolare visto l’aumento smisurato dei prezzi.
Com’è facile intuire, questa tendenza si è poi rovesciata anche sui prezzi dei biglietti delle fiere di settore. Allora torno indietro e penso al me di dodici anni fa che con i soldi della paghetta poteva comprare l’abbonamento per il Comicon che al tempo costava 24€ (giuro, non sto scherzando) e portarsi a casa qualche fumetto da leggere mentre oggi solo per entrare bisogna sborsare il doppio della cifra.
Queste riflessioni, che fanno parte di un discorso più ampio che riguarda tutto il mercato editoriale (e per le quali questo non è né il luogo né tanto meno il momento), mi spingono a interrogami sul futuro del Comicon: un futuro decisamente radioso, ma riservato a chi?
Francesco Esposito
Il Comicon di quest’anno è stata una fiera “ambigua”: da un lato abbiamo la conferma di una manifestazione che vede una crescita su alcuni aspetti attrattivi, dall’altro invece un’involuzione in senso generale.
Un esempio può essere costituito dai vari inviti di personaggi (ad esempio Enzo Dong) che, in realtà, non hanno un vero legame con la fiera e più in generale col fumetto o con il mondo nerd.
Si inizia a vedere un paradigma di cambiamento di pubblico di riferimento cercando di allargare sempre di più il target, perdendo il focus però sui fan di sempre interessati ad altre cose. Il prezzo dei biglietti non aiuta: cresce sempre di più insieme ai prezzi delle attività commerciali ai fini di ristorazione, con prezzi sempre più alti che, per quattro giorni di fiera, diventano veramente pesanti.
Le note positive ci sono state tra i vari panel in cui è stato possibile conoscere da più vicino vari fumettisti e case editrici. Particolarmente apprezzata è stata la scelta di creare l’area della Small Press: un piccolo spazio dove tutte le case editrici potevano sfoggiare il loro materiale senza sfigurare vicino a competitor infinitamente più grandi. Gli autori e i firmacopie sono stati tanti e c’è stata anche una buona presenza di autori di stampo internazionale, che aumentano sempre di più l’appetibilità di una fiera del genere.
Le mostre artistiche quest’anno sono state veramente affascinanti: vedere i primi lavori di Ortolani o la maestria di Yukimura ha reso possibile una vera immersione nel mondo della nona arte. Su tutte, però, è emersa la bellissima mostra per la Palestina che, in questo periodo storico, è un manifesto fondamentale per portare alla luce quello che avviene nel mondo attraverso l’arte e il fumetto.
Interessante e soprattutto molto gradita la creazione dell’app Comicon che ha semplificato molto la vita a tutti i visitatori, segnalando le attività e permettendo di salvare quelle più interessanti in una sorta di agenda. La mappa integrata con la possibilità di cercare i padiglioni ha aiutato tutte le volte in cui si doveva raggiungere un posto o uno stand sconosciuti.
In conclusione, il Comicon è stata una buona fiera divertente e appassionata, ma negli ultimi anni mi sembra essere in una fase di transizione. Il mondo del fumetto è sempre più oscurato, relegato e rinchiuso nei suoi padiglioni. Cosa vuole essere e cosa vuole diventare questa fiera? Ai posteri l’ardua sentenza.
