Dylan Dog n.467 “Produci, divora, muori

Dylan Dog n.467
“Produci, divora, muori”

La recensione del Dylan Dog di Gianfranco Manfredi e Sergio Gerasi

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Valutazione 5.5 su 10

Dopo oltre venticinque anni, Gianfranco Manfredi torna sulle pagine di Dylan Dog. Ci si accosta a questa nuova avventura con una certa dose di curiosità e malinconia: da un lato per la nota distanza espressa dall’autore nei confronti delle tematiche classiche dell’Indagatore dell’Incubo, dall’altro per la sua recente scomparsa, che inevitabilmente conferisce al racconto un’aura particolare.

Sin dalle prime pagine appare evidente quanto la struttura narrativa ricalchi, in modo quasi pedissequo, quella già utilizzata ne Il terzo occhio (Dylan Dog Gigante n. 7): un serial killer dal modus operandi inconsueto (qui “succhia” il cervello passando dal palato, là rimuoveva la ghiandola pineale passando dal naso), un passato segnato da abusi, un manicomio, suggestioni esoteriche e reincarnative, il disagio umano come sfondo, una coprotagonista ben tratteggiata, un ispettore alternativo a Bloch e un epilogo affidato, ancora una volta, a un colpo di pistola. Un impianto narrativo pressoché identico, riproposto con minime variazioni, a partire dall’ambientazione.

Questa volta, il contesto è quello del biliardo, un sottotesto ricco di suggestioni e implicazioni simboliche che delinea l’ambientazione e accompagna lo sviluppo della trama con coerenza, pur rimanendo fondamentalmente sullo sfondo.

Al centro della scena c’è Dylan, ben gestito e perfettamente inserito in un copione già scritto. Tuttavia, rispetto alla narrazione ritmata e movimentata del Gigante n. 7, questa storia soffre di un andamento più piatto. Il racconto procede con lentezza, senza reali impennate: tanti dialoghi, tanto mestiere, ma poco mordente. È come se mancasse il momento in cui la vicenda realmente decolla. L’albo scivola così verso un giallo elegante e ordinato, ma privo di reale tensione – anzi, certe scorciatoie narrative risultano difficili da ignorare, soprattutto alla luce della natura fortemente giallistica dell’intreccio.

Una lieve variazione sul tema, rispetto alla precedente opera, è rappresentata dal villain, Calvert. Non tanto per la sua originalità quanto per la modalità con cui viene introdotto e costruito: il meccanismo degli svelamenti progressivi, ben calibrato, riesce a mantenere viva l’attenzione fino al repentino epilogo, che arriva però in modo brusco e forse, questa volta, poco soddisfacente.

Ottima la prova di Sergio Gerasi, che cura con attenzione volti, ambienti e inquadrature, restituendo una Londra prima, e una Glasgow poi, calde, vive e inquietanti. Il caldo torrido diventa quasi una presenza palpabile, mentre ogni dettaglio, ogni luogo – ombre, posture, luci – concorrono a costruire un’atmosfera pienamente integrata nel racconto. Un apporto che valorizza l’intero albo.

VOTO
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