La morte di Capitan Marvel inaugurò nel 1982 la collana delle “Marvel Graphic Novel”, e si trattò probabilmente del miglior avvio possibile.
Jim Starlin, che scrisse e disegnò il racconto (il cui comparto grafico è completato dai colori di Steve Oliff), era stato l’autore per eccellenza delle storie dell’affascinante figura ultraterrena del super guerriero e spia Kree Mar-vell che in seguito diviene Capitan Marvel, il difensore cosmico di un’umanità che egli impara ad amare in tutte e con tutte le contraddizioni che abbiamo – Starlin che non a caso è anche il cantore più importante delle gesta di Adam Warlock, personaggio anche più imperscrutabile e “mistico” del Capitano.
Il racconto di Starlin è per tante ragioni un unicum nella storia della Casa delle Idee, la più banale delle quali è che la morte di quello che “… è forse il più grande guerriero che abbia mai solcato lo spazio”, come ammettono ammirati gli Skrull, i più aspri nemici del Capitano, è il solo evento di morte definitivo nell’universo narrativo Marvel. Non una storia di supereroi né una storia sui supereroi come poi ve ne saranno in abbondanza, La morte di Capitan Marvel è una storia su di noi, sul crollo del nostro “supereroe interiore” di fronte all’inevitabile che ogni vivente dovrà prima o poi affrontare; ci mostra il dolore e lo sgomento del nucleo più profondo del nostro narcisismo, quello scudo che ci fa attraversare tutta la nostra vita tenendo a distanza di sicurezza il pensiero dell’inevitabile, fin quando semplicemente ce lo troviamo davanti che sta accadendo, proprio a noi: “Non avevo immaginato che potesse accadere a me”.
“È duro accettare che il mondo possa andare avanti senza di ME”, confessa Mar-vell, ma evitiamo invece tutti noi di confessarci quanto più avanti ci muoviamo verso un esito che, dapprima avvertito come talmente remoto da appunto non appartenerci, diviene in séguito un pensiero più o meno presente, più o meno assillante a seconda della sensibilità di ciascuno di noi. Chi di noi sia stato “fortunato” avrà prima sperimentato questo trauma progressivo attraverso l’infragilirsi e infine la morte dei supereroi della propria infanzia, i nostri cari, che aprono la strada alla prospettiva più spaventosa di quel “mondo senza di me” di cui parla Mar-vell. E la vicenda qui narrata di un supereroe di carta, un supereroe per l’infanzia, ci mette davanti al precipitato di questi accadimenti capitali del nostro percorso di vita, condensati in poche decine di pagine di un fumetto che è un concentrato estremo di tutto ciò che ci rende esseri senzienti e, soprattutto, senzienti emozioni profonde, dirompenti, laceranti.
“Insomma no… non può essere. Capitan Marvel è uno di noi. È un supereroe a tutti gli effetti. Noi moriamo per colpa di pallottole, bombe… Non per qualcosa come il cancro, non è possibile”, dice un affranto e smarrito Spider-Man dando voce al lettore, confuso nel leggere una storia di supereroi che invece di scontri cosmici e risse belluine tra tutine multicolori gli propone la messa a nudo dei suoi timori più intimi (e en passant, forse proprio per quel che dice il Tessiragnatele – perché il Capitano muore per qualcosa di tangibile e reale e non per mano di un buffone mascherato come il Dottor Destino, Goblin o Bullseye – la sua morte resta vera perfino per l’universo Marvel). Quel lettore confuso trova invece una storia che gli mostra da ogni angolazione tutto quello che ruota intorno alla morte, tutte le emozioni non solo di chi sta morendo, ma anche di chi assiste impotente alla morte della persona amata, di un amico, di un grande avversario per cui prova rispetto. Di un padre (putativo, ma forse per questo ancora più puro).
Questa è naturalmente la lettura di un uomo già maturo, che negli anni sente man mano più suoi certi sentimenti e pensieri, e può rispecchiarsi in un racconto che li inquadra nello schema strutturato e razionale di un racconto e li ordina in modo lineare dall’inizio alla fine e senza fare sconti. Starlin tuttavia scrive una storia che il lettore adolescente o molto giovane è in grado di apprezzare non di meno, a onta di una quasi totale assenza di azione: realizza infatti la storia al contempo sobria e grandiosamente epica della battaglia più nobile per un guerriero, quella contro un nemico troppo potente per essere sconfitto, e contro il quale non ci si può rifiutare di combattere. Una battaglia affrontata non senza paura, ma confrontandosi fino in fondo con quella paura che ci rende integralmente umani, fino non ad accettare l’inevitabile, ma ad accoglierlo in quanto tale.
Ho scritto “scrive”, ma in realtà Starlin fumetta nel senso più pieno del termine: il disegno e i personaggi sono la storia profonda molto più di quanto i testi raccontino. Le figure umane sono scultoree eppure asciutte, le pose grandiose ma misuratissime, le scenografie ricche e tuttavia essenziali. Il pericolo era di cedere alla facile retorica e lasciare che fossero le emozioni naturalmente innescate dall’argomento a colpire il lettore attraverso una visualizzazione ruffiana e disegni esageratamente espressivi. Starlin lavora invece su un registro sommesso, senza in alcun modo rinunciare a mostrare il dolore, la sofferenza o la paura, ma senza esibirli, lasciando che il lettore sia raggiunto dalla forza dei sentimenti illustrati dal suo disegno e non aggredito da disegni che lo schiaffeggino con quelle emozioni. Assorbito attraverso la sua apparenza grafica, il racconto perde quel po’ di retorica marvelliana che la sua parte testuale inevitabilmente presenta, e diviene ancora più duro da leggere; così che tutto il potenziale retorico si concentra e si coagula nella copertina, quella straordinaria, evocativa “Pietà” marvelliana.
Leggenda vuole che all’approssimarsi della morte la nostra vita ci scorra dinnanzi agli occhi (della coscienza) in una sorta di ricapitolazione; e La morte di Capitan Marvel è infatti anche il resoconto in sintesi, l’autobiografia essenziale del personaggio, fino al percorso “terapeutico” di riconciliazione con la propria umana mortalità, e ancora oltre fino alla straordinaria sequenza conclusiva in cui un Mar-vell ormai in delirio agonico vive nella sua mente un ultimo e singolare scontro con il suo maggior avversario, quel Thanos che ci appare la sua immagine in negativo, amante della morte quanto invece il Capitano ha lottato sempre per la vita. E infine la morte vera giungerà a ricomporre anche questo ultimo dissidio, perché nella sua prospettiva tutto quello che ci ha angustiato in vita, tutto ciò che ci ha diviso gli uni dagli altri, perde ogni significato.
Però sono solo storielline di tizi in calzamaglia, nevvero?









