Shalako: quando Sean Connery ispirò Zagor

Il film che ha ispirato "La marcia della disperazione"

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Tutti gli appassionati zagoriani sanno perfettamente che il creatore del loro personaggio preferito, Sergio Bonelli (celato dietro il suo consueto nom de plume, Guido Nolitta), amava trarre ispirazione dai film degli anni ’50 e ’60 che gli erano particolarmente piaciuti, con una preferenza speciale per quelli dell’orrore: solo per limitarci agli esempi “visivamente” più eclatanti, tutti ricordano Priscilla-Morticia Addams (e David-Zio Tibia) ne La casa del terrore; l’uomo lupo con le fattezze di Lon Chaney; il vampiro Bela Rakosi che assomiglia a Christopher Lee; il mostro di Dark Canal che arriva dritto dritto dalla Laguna Nera… e potrei continuare ancora a lungo.

Molto meno evidenti, invece, sono le “ispirazioni cinematografiche” per alcune trame zagoriane più squisitamente western. L’esempio più lampante è quello alla base di una delle storie preferite dai lettori (e anche la più votata dai partecipanti alla nostra rubrica “Zagor Top 5”), La marcia della disperazione: come ricordato da Stefano Priarone nello Zagor Index 101-200 e anche da Moreno Burattini nel suo recente Mille domande su Zagor, Bonelli-Nolitta prese spunto dal film Shalako, una co-produzione internazionale del 1968 basata su un racconto di Louis L’Amour (scrittore prediletto di Bonelli padre & figlio), con un cast “all-star” diretto dal veterano Edward Dmytryk – già regista, durante la sua lunga carriera, di un classico quale L’ammutinamento del Caine.
Cast stellare, dicevo: la coppia di protagonisti è infatti costituita da Sean Connery, in fuga da 007 (anche se vi tornerà nel 1971 per Una cascata di diamanti) per non restare intrappolato a vita nei panni di James Bond, con al suo fianco Brigitte Bardot (e immagino che non ci sia bisogno di spiegare chi sia e quanto fosse un sex symbol in quegli anni…). Ma anche la coppia dei co-protagonisti principali è di tutto rispetto, visto che si tratta di Stephen Boyd – il Messala di Ben Hur, per capirci – e Honor Blackman, cioè l’indimenticabile Pussy Galore di Missione Goldfinger (a proposito di 007…).

zagor marcia disperazioneQuindi: un regista esperto, un cast straripante di attori famosi… ma qualcosa non doveva aver funzionato a dovere, visto che questo film è sconosciuto ai più – anzi, oserei dire sconosciuto a chiunque non sia zagoriano nell’animo.
A suo tempo, avevo cercato informazioni e recensioni in Internet e nei “mallopponi” di settore, approdando alla trama riassunta dal Farinotti. La riporto per intero perché ne vale la pena (le parentesi in corsivo sono mie):

“Shalako è un famoso scout che ha negoziato con fatica e pazienza la pace con i pellirosse. Ma a guastargli le uova nel paniere (sic…) arriva una comitiva di turisti europei, venuta da quelle parti per una battuta di caccia. I turisti sono spocchiosi e prepotenti, e i loro battitori (chi???) una banda di emeriti delinquenti. Per poco non scoppia un’altra guerra indiana. Comunque ci lasciano la pelle metà dei turisti e tutti i battitori (e ridaje…). Shalako, affrontando e sconfiggendo (ma non uccidendo) in singolar tenzone il capo indiano, riuscirà a salvare l’altra metà e a riportare la pace in quelle regioni.”

Sorvolando su alcuni termini poco appropriati (perché chiamare “battitori” le guide e i cowboy della carovana? Il Farinotti ha visto solo la scena iniziale, in cui stanano un puma facendo rumore?), questo breve riassunto bastava a confermare il legame tra il film e l’adattamento nolittiano.
Ma allora… perché non ero stato incuriosito al punto da cercare di vederlo, magari recuperandolo nell’edizione in DVD pubblicata nella collana “Western Classic Collection”? Presto detto: perché avevo sì letto il riassunto di cui sopra, ma anche i commenti contenuti in altri “mallopponi”… e i giudizi erano sconfortanti. Vediamo ad esempio il Mereghetti, che stronca il film con 1 stella su 4 scrivendo testualmente:

“Aristocratici europei a caccia nel Nuovo Messico rompono le scatole (ri-sic…) ai bellicosi Apache: la loro guida (Connery), che conosce e stima i pellirosse, evita il massacro. Connery, Bardot e Boyd sono i tre attori meno adatti per un western: e l’anziano e valoroso Dmytryk non può far nulla per sollevare una storia insulsa e piena di banalità.”

Giudizio un po’ cattivello – eufemismo – e anche impreciso (Connery non è la guida della carovana, cerca solo di portarne in salvo i sopravvissuti dopo che la guida – Boyd – è fuggita), che certo poco mi aveva invogliato a un possibile recupero… Andava appena meglio con il Morandini, che assegnava 1 stella e mezzo (ma su 5), sbilanciandosi in modo stringato:

“Nonostante il cast inzeppato di attori celebri, questo western cosmopolita soffre di anemia, di passo claudicante e di mancanza di ritmo. Abbondano le gratuite esibizioni di violenza e anche di sadismo.”

Cosa mi ha fatto cambiare idea al punto da guardare questo film? Semplice: il tam-tam degli appassionati zagoriani che segnalavano la trasmissione di Shalako sul canale Rai Movie a fine settembre (con replica nei giorni successivi), dopo – forse – essersi distratti qualche mese fa 😊 in quanto il film era già stato trasmesso sullo stesso canale il 9 febbraio scorso. E così, dopo anni e anni, ho soddisfatto la mia curiosità e ho scoperto quanto Nolitta avesse adattato la trama del film e quanto vi avesse messo di suo (oltre a chiedermi, dopo, cosa intendesse il Morandini con “mancanza di ritmo”, viste le concitatissime scene d’azione con continui cambi d’inquadratura…).

Come dicevo all’inizio, Nolitta riciclava in pieno il soggetto alla base del film: una carovana di aristocratici europei, incuranti dei trattati faticosamente stipulati con gli indiani, si addentra a caccia nei loro territori, suscitandone la violenta reazione; vengono salvati a fatica da un personaggio che è stimato dagli indiani e che a sua volta li stima, ma deve combatterli per evitare il massacro dei sopravvissuti (trovando modo, nel frattempo, di flirtare con una delle aristocratiche); un ultimo scontro finale, testa a testa, risolve la questione.

Possiamo quindi sovrapporre la figura di Zagor a quella di Connery? Naturalmente, NO. Perché Nolitta, pur riciclando anche alcuni passaggi della sceneggiatura (tra cui la scalata di un monte durante la fuga) elabora una storia molto meno cruda dell’originale – certo improponibile sulle pagine di un fumetto come Zagor. Inoltre, “taglia” tutta la sottotrama dedicata a Boyd e Blackman (che viene uccisa in modo particolarmente efferato) e gli intrighi legati alla presenza di un patetico ex senatore americano. Ampliando poi la quantità di componenti aristocratici della carovana – che in Shalako, alla fin fine, non arrivano a dieci – e facendoli dedicare al massacro dei bisonti (e non di qualche puma, come nel film), Nolitta giustifica in maniera molto più plausibile la reazione violenta degli Apache. Infine, e soprattutto, la sceneggiatura nolittiana si adatta perfettamente alla missione pacificatrice dello Spirito con la Scure, che alla fine salverà i pochi sopravvissuti offrendosi come capro espiatorio ai Kiowa di Winter Snake, con un duello finale testa a testa che ha un suo senso – a differenza di quello nel film, non motivato a sufficienza.

Certo, Frida – logicamente – non resterà al fianco del suo innamorato, come invece fa la Bardot nel campo lunghissimo finale che ha il sapore di un happy end posticcio e consolatorio, né si mostrerà in vesti discinte come invece fa B. B. per l’inevitabile intermezzo teso a stuzzicare il voyeurismo dello spettatore: ai lettori zagoriani bastava la novità assoluta di qualche bacio infuocato del loro eroe (come spiegato in questo articolo) e una Frida seminuda sarebbe stata “eccessiva”.

Tirando le somme, quindi: è valsa la pena guardare questo film? Sì… ma non tanto per il film in sé, quanto per avere nuovamente la conferma di quanto Guido Nolitta sapesse rielaborare uno spunto iniziale per creare qualcosa di nuovo, originale e 100% zagoriano.

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