Per astra ad aspera (o era il contrario?)

Paperino al settimo cielo su Topolino n.3677

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Mica facile tramutare il progressivo insinuarsi dell’angoscia esistenziale e spirituale in una forsennata sarabanda comica; e al contempo mantenere il senso generale di una discesa verso il basso tanto in senso materiale, “volgare”, che in senso interiore e speculativo. Non facile volgere in parodia Sette piani, uno dei racconti più celebri di Dino Buzzati – se non il più celebre – mantenendone inalterata la dignità letteraria e al tempo stesso facendone una storia fedele allo spirito disneyano e al personaggio di Paperino.

Tutt’altro che semplice conservare in un linguaggio narrativo finale tanto diverso da quello di partenza la metafora biografica e biologica – al netto di un finale necessariamente confacente all’ambientazione Disney, e che quindi ribalta le conclusioni dell’opera buzzatiana.

Mica facile; non facile; tutt’altro che semplice: la sfida tuttavia riesce in pieno, e ne esce una lettura che a tratti fa anche sbellicare dalle risate, ma che prima, e soprattutto, riesce in qualcosa che è meno scontata in una scrittura parodistica: acquisire piena e completa autonomia creativa e letteraria nella sostanziale fedeltà letterale al racconto d’origine.

Complici i disegni iperespressivi di Stefano Intini che accentuano – talvolta fino al parossismo – le situazioni in cui vieppiù precipita Paperino (e le reazioni del sempre più esasperato e sfiancato nostro eroe), Michele Medda costruisce sulla pelle del povero Donald un vero e proprio jeu au massacre che una volta di più si raccorda con il racconto di Buzzati nel rappresentarci una dimensione della nostra vita: qui il “logorio della vita moderna” di un’antica pubblicità che, nei decenni da allora trascorsi, è diventato sempre più logorante al continuo modernizzarsi della vita, e oggi tante volte ci appare insopportabile e insormontabile proprio come appare a questo povero Donald che ci rimanda l’immagine di noi stessi in perenne quanto vana fuga dalla frenesia che ormai detta i nostri ritmi quotidiani.

Se dunque Medda mette a punto un serrato gioco di ingranaggi comici che si riflettono in un compiuto meccanismo che incalza il lettore praticamente senza pause, precipitandolo in situazioni tanto assurde quanto – ahinoi – “reali” che vengono a comporsi in un affresco tanto assurdo quanto reale è talvolta la nostra routine esistenziale; da parte sua Intini ne dà una lettura visiva di rara efficacia, intensificando in maggior grado la drammaticità comica di ogni gag, di ogni situazione, grazie a un disegno frastagliato, schizzato, ipercinetico che esalta l’ansia del racconto.

Ne deriva un racconto compresso al massimo, esplosivo – e che appunto di pagina in pagina, di vignetta in vignetta esplode in vis comica e drammatica sotto gli occhi del lettore.

In sé, le singole circostanze in cui gli autori ficcano Paperino non hanno particolare importanza; ciò che invece rileva è l’effetto cumulativo, il senso progressivo di fatica fisica e mentale che va stritolando il protagonista a onta del tono farsesco in cui è immerso e da cui viene sommerso.

Basterebbe la sua natura superficiale di divertissement purissimo per fare di questa storia un gioiellino, ma quel riflesso di noi stessi e della nostra vita che affiora da sotto la veste buffonesca la rende affine a un racconto della migliore commedia all’italiana.

Confidiamo in molte altre storie a venire.

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