Come è noto, nell’ambito del fumetto Disney (e, più in generale, dell’universo narrativo disneyano) non esistono un Canone né dei canoni che stabiliscano le caratteristiche dei personaggi e delle storie che vengono fatte loro vivere. Esistono dei paletti, delle fisime, dei divieti, delle no flyng zones, degli hic sunt leones – tutti particolarmente arcigni e assai frequentemente bislacchi o del tutto assurdi; nulla di tutto ciò configura però un Canone: nulla è posto a salvaguardia delle caratteristiche fondanti dei personaggi e del loro universo, né della struttura profonda di questi elementi; lo scopo è di garantire un’estetica rassicurante, una maschera esteriore standard disneyana: un omogeneizzante marchio transgenerazionale e transtemporale. Una volta che questo sia garantito, la Casa Madre va dove di volta in volta ritiene la porti il guadagno; gli autori si spera vadano dove li porta il loro sentimento.
Il fatto che non esista un Canone Disneyano non significa tuttavia che un Canone Disneyano non esista.
Ogni Vero Cultore sa che il fumetto targato Walt ha due stelle polari, due riferimenti ai quali rapportare l’enorme produzione che ogni anno arricchisce il patrimonio disneyano: per i Topi il gruppo che operò con e attorno a Floyd Gottfredson; per i Paperi, e dunque per questo Paperone in Atlantide, ovviamente Carl Barks. Naturalmente ogni Vero Cultore ha delle sfere di sensibilità più o meno variabili rispetto al Canone Barksiano, e come è noto il massimo della sollecitazione in questo senso si concentra sull’opera di Don Rosa.
Personalmente, ho sempre visto prima di tutto nell’opera del Maestro kentuckyano uno studio in profondità di esegesi delle fonti barksiane, dunque in primo luogo una singolare lente interpretativa e non un corpo distaccato, eretica o fedele che possa essere, chiaramente con i suoi eventuali limiti e difetti e con la quale si può essere o meno in sintonia.
Da un punto di vista soggettivo amo molto l’opera donrosiana: ogni sua storia ha rappresentato uno stimolo potente per la mia memoria dell’opera di Barks, il cui spirito aleggia nelle pagine; spesso le storie di Rosa sono state l’occasione per andare a rileggere una volta di più quelle del Maestro dell’Oregon. So che molti altri Veri Cultori mi destinerebbero per questo alla pira degli eretici, ma non sono interessato alle guerre di religione, c’è spazio per ognuno di noi e per visioni talvolta difformi entro la ragionevole cornice di questo benedetto Canone (e certo, a Don imporrei anche io una bella penitenza per il suo Paperino).
Paperone in Atlantide è già un po’ l’evento disneyano dell’anno in Italia; non è insomma il seicentocinquantaquattresimo episodio della saga di Paperino Paperotto, la cui aderenza o meno al nostro Canone è ininfluente: è una storia che d’istinto il Cultore che nacque in ciascuno di noi Cultori a suo tempo (per me, ben oltre cinquant’anni fa, con la lettura del trittico Io Topolino, Io Paperino e Io Paperone) si ritrova a voler leggere e temere di leggere, e quindi a passare al proprio microscopio interpretativo.
Fabio Celoni è senza dubbio uno dei migliori autori italiani in circolazione, e salvo che per la colorazione delle tavole (che comunque ha co-supervisionato) è qui autore in toto della storia. Storia che è ampia, quasi un romanzo per dimensioni, ed è davvero una magnificente magnificenza. Il montaggio delle vignette, delle tavole, delle sequenze narrative rallenta e accelera ad arte il ritmo del racconto, raggiunge il massimo dell’efficacia dove si fa serrato montaggio cinematografico, dove le inquadrature diventano funambolici movimenti di camera; e più in generale dà corpo e ordine sistematico all’atmosfera suggestiva ed evocativa della storia: nella sua cornice disneyana, Paperone in Atlantide vuole essere ed è racconto di miti, vuole in realtà immergere il mito nella nostra modernità e “contaminarlo” con rimandi e prestiti sia classici che a noi più vicini, senza per questo farsi post-moderno, restando solidamente ancorato a una narratività lineare.
Il disegno è cineticamente molto dinamico; diviene flamboyant, perfino “aggressivo”, se mi si concede la licenza, nelle scene in cui vediamo scatenarsi la furia della natura o della tecnologia.
Celoni è poi particolarmente accorto nell’utilizzare la dirompente energia espressiva che questo disegno comunica al lettore per rendere al meglio i momenti più introspettivi e sofferti, meno disneyani se vogliamo, in particolare del protagonista principale.
Insomma, qual magnificente magnificenza? Sì. E no. Le tavole di Celoni sono davvero una festa dello sguardo, e davvero investono il lettore con la semplice forza della bellezza e della ricchezza di soluzioni grafiche e cromatiche, con il turbinio dei “movimenti di macchina”. Ma questa sovrabbondanza grafica e quel montaggio che pur imposta ad arte il ritmo della storia, pure, inevitabilmente, costringono l’occhio a rallentare troppo sui singoli fotogrammi, e l’attenzione troppo spesso a essere distratta dal dettaglio: si crea, fumettisticamente, una certa farraginosità. Soprattutto, però, è la densità narrativa del racconto a lasciare a desiderare: a lettura ultimata ci si rende conto che in oltre centosessanta tavole si è dipanata una “quantità di eventi”, narrativi ed emotivi, pari o forse un pelino inferiore a quanta ve ne fosse in uno dei classici racconti avventurosi paperoniani di Barks di trenta o quaranta tavole – giusto per tornare al Canone.
Il racconto di Celoni è un fuoco di fila di virtuosismi, grafici e di sceneggiatura, ma è anche una storia esile, e che, a onta di una ricercata operazione di scavo psicologico (nei confini disneyani, semper) sul suo protagonista rivela appunto un impianto poco consistente nei suoi contenuti più squisitamente narrativi.
Questo Paperone vuole esibire un’interiorità che però risulta tutto sommato incolore per chi abbia presente l’incisività di una vignetta, un’inquadratura o mezza riga dello Scrooge barksiano (chiedo scusa, ma ponendosi Paperone in Atlantide entro uno dei filoni più classici di Barks è poi impossibile sottrarsi al confronto): a definire il personaggio, per dire, è sufficiente la vignetta conclusiva di Zio Paperone e la Stella del Polo (Back to the Klondike) – o la breve sequenza in tribunale in Paperino e la scavatrice (Letter to Santa). Qui abbiamo una calligrafica storia d’avventura da cui non emerge una cifra personale dirompente e che si risolve in una bellissima prova artistica sotto la cui superficie c’è meno di quanto ci si aspetterebbe da un racconto, giustamente, così ambizioso.
L’altro aspetto che lascia con un certo amaro in bocca l’incontentabile Cultore è un eccesso di didascalismo nella narrazione celoniana. Le storie di Barks erano rutilanti racconti avventurosi che racchiudevano in genere dei formidabili insegnamenti morali; per il Maestro dell’Oregon il grimaldello erano l’avventura, il divertimento, la fascinazione, il sense of wonder: da questi elementi e dalle azioni dei suoi personaggi egli lasciava filtrare ed emergere il valore morale del racconto. Paradossalmente, più questo valore restava accessorio nell’economia narrativa delle storie e più finiva con il raggiungere la coscienza del lettore. In Paperone in Atlantide l’avventura non riesce a farsi grimaldello per la coscienza del lettore, resta un paludamento, magnificente ancora una volta, nel quale si avvolgono i temi che l’autore vuole portare alla nostra attenzione. Temi nobili, che però in taluni frangenti (in particolare verso la fine del lungo racconto) finiscono con il sopraffare l’azione e farsi lezione palese, invadente.
Lettura magnifica, ma oltre il fulgore scenico è lecito aspettarsi qualcosa di più.
