Il Tema della Depenalizzazione nel Mondo dei Paperi.

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Credo che il carcere debba essere un luogo di rieducazione e avere dunque le caratteristiche delle istituzioni educative attente a tirar fuori dallo studente ogni elemento che gli permetta di diventare più utile alla società. Il carcere come camicia di forza, come immobilità per non far del male è pura follia, è antieducativo. No, appena viene tolto il gesso c’è subito voglia di correre e di correre contro la legge. Senza considerare l’assurdo di un luogo dove si accumula la criminalità che ha un potere endemico maggiore di un virus influenzale.

Vittorino Andreoli (psichiatra e scrittore)

In diverse occasioni storiche del nostro paese, lo Stato Italiano si è trovato costretto ad ammettere che le nostre carceri sono in molti casi criminogene violando le proprie norme giuridiche e obbligando i detenuti ad un percorso verso recidive anziché alla riabilitazione, a seguito del vivere in luoghi di vessazione e disumanizzazione. Con la legge del 26 luglio 1975, n° 354 dal titolo “Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà“, si è cominciato a introdurre nelle carceri sempre di più la componente specialpreventiva, dando maggior rilevanza alla prima delle seguenti due forme: la rieducazione vera e propria. La seconda componente era invece l’intimidazione-neutralizzazione del soggetto ritenuto pericoloso che veniva sottoposto ad un regime detentivo di tipo restrittivo e afflittivo. Non più quindi il carcere come un luogo di sofferenza intimidatoria e isolamento punitivo, ma un’occasione di crescita per il reinserimento nella società, facendo anche attenzione a proteggerlo dall’infantilizzazione che si verifica inevitabilmente con l’inserimento in una struttura sociale che scandisce autoritariamente ogni frammento delle sua vita senza lasciargli spago per le proprie scelte autonome. Tale infantilizzazione può infatti essa stessa diventare uno dei presupposti di base che lo potranno mettere nella condizione di cadere nuovamente prigioniero della rete di sub-criminalità tipica delle bande organizzate in cui i membri devono solo obbedire a degli ordini impartiti dai propri capi.

Ma come si possono trattare queste tematiche per renderle accessibili a dei bambini senza offendere la loro capacità di comprensione che spesso è superiore a quella che si aspettano gli adulti stessi? Ebbene il 28 ottobre del 2021, è uscito nelle edicole il volume “Toponoir” con sottotitolo “Misteri a Topolinia secondo Tito Faraci“, pubblicato da Panini Comics, come numero 27 della collana Disney Special Event. La terza storia da pagina 36, disegnata da Fabio Celoni, ha il titolo “Agente Gambadilegno, il caso è tuo” (titolo che fa un po’ il verso ad un film del 1971 con Clint Eastwood dal titolo “Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!), storia originariamente apparsa in Topolino 2238 del 20 ottobre 1998. In questa storia il noto criminale Gambadilegno che ha messo spesso Topolino in seria difficoltà, appare letteralmente in una “nuova veste“. Si scopre infatti che conserva gelosamente un dono fattogli molti anni prima da un poliziotto (l’agente scelto Arnold McTedious): la divisa da poliziotto che lui ha indossato per una settimana come “pena detentiva” per un suo crimine. Sembrerebbe quindi una constatazione banale che “l’abito fa il monaco” e che quindi solo perché per un periodo Gambadilegno ha indossato i panni di un poliziotto, allora in un qualche modo lo è diventato al punto da difendere la legge e assicurare alla giustizia altri criminali. Ma non dobbiamo dimenticare che spesso il criminale è appunto un individuo con un potenziale che per tutta una serie di ragioni pregresse viene canalizzato in una direzione criminosa piuttosto che in concordanza con la società civile.

Un piedipiatti che non permette che ai suoi amici vengano messi in piedi in testa … o la spazzatura che sia

Lo stesso Gambadilegno, assolutamente e noiosamente preparato a finire in carcere, quasi come se tale prospettiva lo facesse sentire al sicuro nella sua comfort zone tipica dell’infantilizzazione di cui abbiamo parlato sopra, appare scioccato nello scoprire che il giudice gli ha invece imputato la pena di lavorare per la polizia così da poter capire come quelli come lui vengono visti dal punto di vista di chi è dalla parte della legge. Ovviamente la Disney non può permettere un tale ribaltamento delle caratteristiche archetipiche di un simile personaggio, quindi alla fine dell’avventura, tutto si risolverà con un nulla di fatto: un triste Gambadilegno ripone in un baule la divisa da poliziotto che si è pienamente meritato, come se in qualche modo in cuor suo fosse pentito di non poter passare per sempre dalla parte della Giustizia, per ragioni di Forza Maggiore. Questa avventura, per una serie di combinazioni, l’ho però letta ad una distanza ravvicinata con un’altra storia Disney, meno datata: “Zio Paperone e i Vampirobassotti“, uscita su Topolino 2791 del 26 maggio 2009 – Testi di Rodolfo Cimino e disegni di Alessandro Gottardo.

In questa avventura (la seconda storia contenuta in questo albo) il Sindaco di Paperopoli (un maiale in giacca e cravatta che mi ha fatto ricordare “La Fattoria degli Animali” di George Orwell), su consiglio degli “Illuminati” (dei sapienti che hanno riflettuto su come poter depenalizzare i carcerati di Paperopoli, fra cui la Banda Bassotti) organizza una sorta di crociera per tutti i detenuti che viaggiando di paese in paese, incontreranno i detenuti degli altri carceri, imparando cose nuove, così da scoprire in che modo poter trovare il proprio posto nella società civile. Allora, dico subito che i Bassotti si riveleranno irrecuperabili in un modo e per ragioni non dissimili da quelle per cui Gambadilegno resta un criminale nella storia di Faraci. Ma per tutti gli altri detenuti l’esperienza è di fatto un successo. Non dimentichiamo che il “cattivo” è per eccellenza colui che vive una condizione di cattività (dal latino captivus che vuol dire “prigioniero“), prima di tutto mentale ancora prima di essere incarcerato ed aver commesso il suo primo crimine. Non lasciamoci ingannare da film sui tipici ladri geniali come nel recente Red Notice (che ha battuto tutte le classifiche di Netflix), in cui un comico e geniale Nolan Booth interpretato da Ryan Reynolds ruba opere d’arte, per far pagare al padre poliziotto il torto di avergli dato ingiustamente del ladro quando era bambino. Il criminale medio non è neppure come l’Alfiere, interpretato da Gal Gadot: una sorta di supercriminale donna con mezzi economici straordinari che la fa in barba alle polizie di tutto il mondo.

Una processione di Tedofori del raziocinio che sono conosciuti dai paperopolesi come Gli Illuminati

Tali eccentrici personaggi sono un po’ tutti figli di figure narrative come l’intelligentissimo e spietato Professor Moriarty di Arthur Conan Doyle. Solitamente la maggior parte dei “cattivi”, proviene invece da una condizione di povertà, vive una condizione di inadeguatezza rispetto all’ambiente circostante perché non ha la capacità di inserirvisi in modo completo e soddisfacente. E’ magari uno straniero in terra straniera che si è dovuto appoggiare a delle realtà aggregative che lo hanno manipolato approfittando della sua condizione di bisogno e precarietà. Tenere quindi “chiuso e prigioniero” un individuo che è diventato criminale proprio perché viveva già dentro di sé una condizione di “chiusura e di prigionia”, può in effetti non essere la via giusta, sia pur offrendo tutte le opportunità che può offrire oggi, in più rispetto a 45 anni fa, l’attuale realtà carceraria: istruzione, sostegno psicologico, l’apprendimento di un lavoro, lo svolgimento di attività creative e ricreative, la possibilità di leggere libri e usare strumenti tecnologici anche se con dei limiti, essere visitati da parenti e amici, avere colloqui con uomini e donne religiosi o civili che prestano volontariato, ottenere delle licenze con l’obbligo di rientro in orari ben assegnati, ma con delle limitazioni: come quelle di dover per forza usare mezzi pubblici, ma col divieto di salire su vetture di auto private anche se è il proprietario dell’auto ad offrirsi di dare un passaggio. Ecco, nella storia di Rodolfo Cimino l’idea di una nave-carcere col nome evocativo di “Catena” che, pur tenendoli uniti fra loro, fa viaggiare i detenuti per il mondo, non è in effetti una “cattiva” idea, ma anzi è un’idea di un’apertura mentale veramente notevole. Degna di una squadra di “illuminati” in effetti.

Basta pensare come anche per ognuno di noi è formativa l’esperienza del viaggio all’estero. Di come il viaggio non consenta solo di gioire della visione di altre parti del mondo, ma anche di poter entrare in relazione con altri popoli, culture, usanze. L’idea di un carcere nomade è indubbiamente un’idea con i controfiocchi. Purtroppo costosa ovviamente e in una società in cui questo è di fatto un parametro che influenza le decisioni prese dai governi, non può che essere limitativo, ma chissà che prima o poi non si trovi il modo di poterla attuare in una qualche forma. Nel caso della nave “Catena” il massimo contribuente per questa spedizione di risocializzazione è, suo malgrado, il nostro impareggiabile Paperon de Paperoni che si prefigge così, con questo contributo tangibile, una volta che tutti i rei siano recuperati, di poter dormire sonni tranquilli senza più temere per il suo Deposito e i suoi cari dollarucci. Ma come abbiamo premesso, i Bassotti non hanno smesso di vampirizzare la società civile. Vampirizzare esatto: è proprio il caso di dirlo riguardo a questa avventura e allo stratagemma che hanno usato per accaparrarsi l’oro delle miniere. Ma una giustizia nomade con un tribunale itinerante presieduto da un Saggio Gufo, decreterà che i Bassotti sono del tutto recidivi, “non illuminabili” e quindi irrecuperabili: per loro il progetto è fallito e così si prefigura la pena reclusiva e afflittiva e la sola “catena” con cui familiarizzeranno non sarà più una nave da crociera, ma sarà quella della palla di pesante metallo, fissata al piede e che gli hanno nuovamente affibbiato.

Il proposito di risocializzazione fallito per i Bassotti a causa di una masnada di pipistrelli gialli

Quindi ecco le due soluzioni proposte dal mondo dei paperi per il recupero dei carcerati: il viaggio e il mettersi nei panni della giustizia. Possono essere questi i modi per svuotare i carceri italiani? Due proposte alquanto stonate in un’epoca di pandemia come questa in cui tutti abbiamo assaggiato l’esperienza degli arresti domiciliari. Ma facciamolo decidere al tempo che ci riserva il futuro e all’apertura mentale degli “illuminati” che gestiscono le sorti del nostro paese.

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