Mafalda & La Pimpa
Reportage della mostra romana

Un piccolo viaggio nella storia di due iconici personaggi a fumetti di Quino e Altan

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Se c’è una cosa che amo fare quando visito una città, è quello di vedere più mostre possibili. Sia per deformazione professionale, sia perché la curiosità di esplorare i diversi confini artistici mi affascina, soprattutto nella contaminazione dei media che li rappresentano. 
Il caso specifico di cui parleremo oggi è prettamente legato al mondo del fumetto e così, in una giornata afosa e piena di turisti, mi sono recato a Piazza Navona per visitare l’esposizione Mafalda & La Pimpa presso l’Istituto Cervantes, al civico 91. 
In un luogo così centrale e affollato, fa quasi uno strano effetto entrare nella prima sala (tra l’altro a livello marciapiede con tanto di vetrine grandi) e trovarla completamente vuota. Chiaramente, le attrattive della piazza sono più “instagrammabili” (per usare un neologismo digitale) della mostra stessa.
Del resto, meglio così! Mi godo la mostra in solitaria e rimango il tempo necessario per assorbire le tante strisce esposte, gran parte di esse in spagnolo (Mafalda) e altre in italiano (la Pimpa).
Questa mostra si inserisce all’interno del programma dell’ARF! Festival 2026.

La locandina della mostra

Il fumetto in mostra

Si sa (o forse non tutti lo sanno) che una delle migliori esperienze per godere del fumetto è proprio quella delle mostre. È qui che le tavole originali in grande formato sono esposte con criteri che ne esaltano la leggibilità e la qualità, proprio perché rappresentano la fonte natia (o l’opera originale). Ciò che arriva a noi attraverso la stampa, altro non è che una riduzione sostanziale di tale formato.
Così, come in miriade di altre esposizioni, anche questa non è da meno e presenta le opere originali dei maestri in questione.
Joaquín Salvador Lavado Tejón (detto Quino) e Francesco Tullio Altan (meglio conosciuto come Altan) sono due autori fondamentali per l’universo del fumetto. Esempi di grande attenzione ai dettagli e alla storia, nonché due sguardi sulla diversità sociale e culturale dell’epoca con fenditure ai tempi attuali.
Vedere da vicino i disegni di questi autori è impagabile. Dai bozzetti alle scritte, ai colori fino allo scotch per attaccare pezzetti di carta lucida è come attraversare anni di lavoro in pochi istanti. Sembra di poter toccare con mano le ore di lavoro che essi hanno portato avanti per lungo tempo, racchiudendo in semplici gesti una pluralità di linguaggi.
Ed è grazie a queste occasioni che si possono apprezzare i manufatti artistici, dove i fumettisti mettono in scena il tanto agognato lavoro in forma originale.

Parete dedicata a Quino
Parete dedicata ad Altan

I personaggi

Il percorso espositivo mette a confronto due figure iconiche del fumetto, partendo da un lato con Mafalda, la celebre bambina dai capelli corvini nata dalla matita di Quino. Questo personaggio osserva la realtà quotidiana con una lucidità disarmante, ponendo domande solo apparentemente semplici che riescono a mettere in profonda crisi le certezze del mondo adulto. Temi complessi come la guerra, l’ingiustizia, l’autorità e il futuro vengono passati al vaglio di uno sguardo intransigente, che rifiuta qualsiasi risposta di comodo. Questa sua insofferenza emerge chiaramente anche nei dettagli più ordinari, come nel caso del suo ostinato e famoso rifiuto della minestra, a dimostrazione del fatto che Mafalda non è un personaggio che consola o addolcisce, ma una figura che illumina.

Dall’altro lato si colloca la Pimpa, la cagnolina a pois rossi creata da Altan, la quale abita un universo caratterizzato da una scoperta continua e mai minacciosa. Il suo mondo è un intreccio di incontri, giochi e trasformazioni gentili dove, anche quando decide di avventurarsi verso l’ignoto, la Pimpa fa sempre ritorno a casa da Armando. Questa figura adulta e rassicurante garantisce un contesto in cui l’infanzia non rappresenta una domanda aperta sulle sofferenze del mondo, bensì una preziosa opportunità di relazione e meraviglia.

In questo modo, la mostra fa dialogare due poetiche opposte e allo stesso tempo complementari, capaci di unire l’inquietudine critica alla fiducia affettiva, e la domanda priva di risposta alla narrazione accogliente. Entrambi gli autori condividono la scelta radicale di parlare ai bambini per rivolgersi in realtà agli adulti, adottando la semplicità come autentica forma di verità. Attraverso questo incontro, il fumetto si eleva a linguaggio universale, superando i confini di un genere destinato soltanto ai più piccoli per diventare uno spazio in cui il mondo si lascia guardare senza difese. Questo avviene attraverso due sguardi fumettisticamente infantili che, seppur in modi profondamente diversi, continuano a chiederci su quale tipo di adulti siamo diventati.
Per citare i co-autori di ARF! Festival Daniele Bonomo e Stefano Piccoli: «Parlare ai bambini per parlare agli adulti».

L’allestimento

L’esposizione è semplice: due sale a piano terra con entrata gratuita accolgono le tante tavole originali suddivise per i due autori ma che, allo stesso tempo, dialogano assieme. Una contaminazione che avviene sia per il contesto storico che artistico.
Ammetto che per il sottoscritto è stata la prima occasione di contemplare le opere originali di Quino e Altan. Conoscendoli solo su carta, l’effetto di una realtà viva e tangibile rende lo sguardo più sensibile e le emozioni più libere.
L’idea di questo reportage, come del resto anche per le altre mostre di cui ho parlato (ad esempio quella su Hugo Pratt), è spesso di riportare non solo i contenuti esposti, ma anche un piccolo apparato critico, utile ai lettori e alle lettrici come anche a tutti e tutte coloro che vorranno immergersi nel mondo della Nona Arte.
La caratteristica più evidente è l’impianto espositivo, semplice nella sua messa in mostra ma ricco di opere, creando così un buon equilibrio tra oggetto e pubblico. Si usa quindi la struttura preesistente per “attaccare” le tavole incorniciate ai muri con dei pannelli grafici di grandi dimensioni che ne accompagnano la visita, in un percorso lineare e senza grandi artefatti sperimentali. 
È pensata come un’esposizione veloce e fruibile (soprattutto considerata la posizione turistica in cui è allestita), volta a far sì che il pubblico non si soffermi più del dovuto, favorendo un rapido ricambio di visitatori. Penso che il termine corretto sia proprio un linguaggio universale atto alla fruibilità vorace da “effetto social media”.
Eppure, proprio per questo, la mostra funziona: corre via come l’ineluttabile scorrere del tempo, come del resto gli stessi personaggi che la costituiscono.

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