Un mio rito, una costante in ogni fiera di fumetto a cui vado, è leggere la lista delle conferenze e sceglierne almeno metà pensando: “non so assolutamente di cosa si parli. Sembra interessante!”
Grazie a questo ho assistito agli esordi di “Comics & Science”, sentito un arzillo Pierluigi Sangalli rinfocolare la mia passione dicendo quasi con tono apologetico: “Mi rendo conto di aver raccontato di quante ore ho speso a disegnare, non vorrei aver dato l’impressione che sia stata dura. È stato faticoso, sì, ma io mi sono divertito! È stato divertente!!”, ho sentito le picaresche avventure di Mixed by Erry raccontate direttamente dai tre fratelli Frattasio e, quest’anno, sono incappato in una ragazza (mi perdonerà, spero, se la chiamo così dalla distanza dei miei quasi 11 lustri) che iniziando timidamente, in poco meno di un’ora ha travolto un ridotto ma attentissimo pubblico con una puntuale e argomentata dissertazione su distopia, società contemporanea e sull’anime che tra il 2012 ed il 2013 ne aveva dato una piuttosto lucida interpretazione.
Sono Luca Cerutti e questa è la mia dissertazione sulla conferenza di presentazione del libro: Oltre la giustizia – Distopia e paranoia in Psycho-Pass (Maria Luisa Rescigno, Società Editrice LA TORRE – 2026).
Raramente i miei resoconti da conferenze sono “sbobinature”. Detesto registrare, prendo appunti ma poi mi perdo in divagazioni e quando riprendo in mano quello che ho appuntato, è possibile che le cose si siano mescolate e che quello che rendiconto non sia una fedele trascrizione ma un saltellare tra le cose che mi hanno colpito.
Spero che l’autrice non se ne avrà a male.
La conferenza si era aperta con la moderatrice Ilaria Vigorito, autrice per lo stesso editore di un saggio su Nausicaä della Valle del vento, che chiedeva di ricapitolare la nascita di questo volume, nato – nelle parole dell’autrice – come uno “svarione” o una “sintesi sragionata” di letture scelte durante il percorso accademico e culminato in maniera abbastanza inaspettata in una tesi di laurea.
Una sintesi di romanzi di quella che viene definita Fantascienza Distopica, a partire dal misconosciuto L’uomo è forte (titolo originale: Paura sul Mondo) di Corrado Alvaro che precede il ben più noto 1984 di George Orwell di nove anni. Romanzi in cui la nostra autrice coglie prima una coincidenza, poi due, e poi un po’ troppe coincidenze con un anime che conosceva benissimo – Psycho-Pass, appunto – per poter esser ignorate.
Citando Perfect Blue e Paprika al fianco di Psycho-Pass si evidenzia il fatto che l’animazione giapponese attuale sia un riflesso della contemporaneità molto più di quanto ci piacerebbe credere. Nel 1997, Perfect Blue del compianto Satoshi Kon (ai tempi di Netscape Navigator) preconizzava, tra altre cose, l’invasione della rete nel nostro privato e contemporaneamente la creazione di un “doppio virtuale” di cui sarebbe stato facilissimo perdere il controllo.
Paprika ha come fulcro una tecnologia creata per assistere psicologi e psichiatri nel curare le persone, quindi una cosa buona, che finisce nelle mani proverbialmente sbagliate.
Psycho Pass, quasi come crasi tra le due opere, mette invece in scena una società in cui le persone sono perennemente connesse e continuamente “misurate” nella loro aderenza alla “norma” ed è impossibile non pensare alla inquietante “cittadinanza a punti” in Cina ma anche alla apparentemente innocua “Patente del cittadino virtuoso” di Bologna.
L’autrice ricorda che tanto gli scrittori, quanto i cultori e analisti della fantascienza distopica si peritano di ricordare che un romanzo non è un “manuale di istruzioni”: ma scoprire dalla cronaca dell’esistenza pervasiva e tollerata di Palantir (e le idee, ben poco emendabili del suo co-fondatore) e fare il confronto con il “Sybil System”, l’onnisciente e “preveggente” sistema di gestione della società rappresentato in Psycho-Pass è abbastanza inquietante.
Ancora più inquietante, sottolinea la saggista, è come la narrazione distopica si sia ben presto affrancata dagli scenari soffocanti delle dittature per narrare di storture che nascono in sistemi apparentemente “civili”.
Psycho-Pass si ambienta in una società che alcuni definirebbero utopica: un sistema sociale che segue ogni cittadino dalla nascita e gli trova la collocazione che potrà valorizzarlo meglio, che lo assiste nei suoi errori, che percepisce quando sta deviando e cerca di ricondurlo nell’alveo della società.
Come in Minority Report, la propensione alla devianza è monitorata e i protagonisti fanno parte delle squadre di agenti che intervengono quando viene superata la soglia. Le armi di cui sono dotati, chiamate opportunamente “Dominator”, possono essere usate per sedare. Ma se la “propensione alla devianza” supera una certa soglia, uccidono.
Quello che viene presentato è un sistema scientifico che campiona in continuazione dati su dati non condizionati dalla mano umana, eppure l’autrice del saggio sottolinea che si tratta di un sistema creato dall’uomo che dà ad esseri umani un potere assoluto. Come si può davvero credere che possa non essere fallibile?
Siamo letteralmente al meme: “cosa potrebbe mai andare storto?”
Anche questo è un elemento comune delle distopie: da una parte si ingigantisce il problema della devianza fino a farlo diventare uno spauracchio terribile (nelle parole di Corrado Alvaro “La diffusa malattia della paura”); dall’altra si propone una soluzione “tecnica”, “oggettiva” messa in mano ad esecutori anonimi che, guarda caso, diventano rapidamente tanto delle figure autoritarie quanto di fatto dei reietti.
Altro tema importante che viene sottolineato è che in Psycho-Pass la protagonista – e punto di vista dello spettatore – è una donna: Akane Tsunemori.
La classica “novellina perfetta” diplomata con grandi speranze, enorme senso della giustizia e giusta dose di empatia.
È quella che “ci crede” e capiamo perché: la società, il patto sociale, è anche quella cosa che contiene i forti e tutela i deboli. Se vogliamo è letteralmente la brava persona che giustifica il sistema perché essa stessa è una giustificazione del sistema.
La domanda è: quanto ci si può spingere oltre prima di rompere questo patto?
Senza spoilerare una serie che andrebbe vista prima di leggere il saggio (purtroppo, per me è tardi), Akane sarà colei che, al termine delle tre stagioni televisive e dei quattro film, decreterà definitivamente fallito il patto sociale.
Incoraggiata dalla moderatrice, l’autrice conferma la pregnanza di questa figura femminile che ha punti di contatto con la già citata Nausicaä: entrambe sono integrate nel sistema, una è una poliziotta in carriera, l’altra l’erede di un piccolo ma valoroso feudo. Entrambe si sporcano le mani per il dovere che hanno riconosciuto come loro, entrambe hanno la tentazione di fuggire, entrambe alla fine ritornano e mettono in crisi un sistema che così non può andare avanti.
Un sistema in cui invece le figure maschili, in qualche modo, si muovono solo in funzione integrata o distruttiva come se esistessero solo loro e, appunto, non percepissero la totalità.
L’ultima parte della dissertazione è dedicata allo sforzo immane che i sistemi spendono ad imbrigliare l’arte. Per conservare il potere, per annullare la devianza l’arte va “educata”. Anche a forza, se necessario. Non è niente di nuovo, la storia è piena di esempi in tal senso e il governo di Psycho-Pass non fa eccezione, riconoscendo una “Arte Ufficiale” e una “deviante” da ghettizzare, a parole, per la tutela dei cittadini: “Nessuno pensa ai bambini!” – come urlava qualcuno intenzionato a far tacere gli adulti che non gli piacciono.
Confrontandosi – di nuovo – con gli eventi contemporanei, è preoccupante quanto le narrazioni distopiche non vadano prese come “manuali di istruzioni” ma come, inevitabilmente, la realtà sembri prendere nota.
