C’è un tipo di insoddisfazione che non fa abbastanza rumore da giustificare una crisi, ma ne fa comunque abbastanza da non lasciarti mai del tutto in pace. Affiora la domenica sera mentre si prepara la borsa per il lunedì, o sul treno che riporta a casa dopo una giornata uguale a quella precedente, o in quei momenti in cui ci si guarda intorno e ci si chiede, senza riuscire a formulare il concetto con precisione, se la vita che si sta vivendo assomigli davvero a quella che si immaginava.
Inio Asano serializza Solanin tra il 2005 e il 2006, su Young Sunday di Shogakukan, in un Giappone che sta ancora metabolizzando i postumi del decennio perduto. Ha ventisei anni e con Solanin compie uno dei primi passaggi decisivi della sua opera, esplorando il disagio dell’età adulta prima ancora di tornare, con La ragazza in riva al mare, a raccontarlo nell’adolescenza, per mostrare come quel disagio non scompaia crescendo ma, semplicemente, cambi forma, si faccia più silenzioso, impari a mimetizzarsi nella routine. Si evolve.
Il Giappone che non cresceva più
Il Giappone che Asano racconta non è quello del miracolo economico né quello della bolla speculativa degli anni Ottanta, ma il paese che viene dopo, quello che si è svegliato con i conti in disordine e ha impiegato un decennio intero ad accettare che la crescita continua non era una legge di natura ma un’eccezione storica.
I protagonisti di Solanin appartengono alla prima generazione che non eredita quel sogno ma ne raccoglie i cocci, senza però vivere una condizione di vera marginalità. Non sono poveri, non sono emarginati, hanno studiato, hanno una casa, hanno relazioni affettive. Sono semplicemente giovani adulti che si affacciano su un futuro che non assomiglia a quello che era stato loro promesso ma che, al contempo, mantiene intatte tutte le convenzioni e le pretese sociali.
Non è la prima volta che la narrativa giapponese contemporanea si confronta con questo scenario.
Anche Haruki Murakami ha raccontato personaggi incapaci di riconoscersi nella vita che stanno vivendo: in A sud del confine, a ovest del sole, ad esempio, il disagio emerge quando gli obiettivi che la società considera desiderabili sono già stati raggiunti e si scopre che non bastano a colmare un senso di mancanza più profondo. Banana Yoshimoto e Hirokazu Kore-eda osservano la stessa fragilità da prospettive diverse, cercando nelle relazioni familiari, negli affetti e nei piccoli gesti quotidiani un senso di continuità che il mondo esterno sembra aver smarrito.
Asano osserva una generazione successiva, che quel traguardo non è nemmeno certa di poterlo raggiungere ma che convive con una forma di inquietudine sorprendentemente simile. Dove Murakami racconta personaggi che si interrogano su ciò che manca a una vita apparentemente compiuta, Solanin segue giovani adulti che stanno ancora cercando di capire quale forma quella vita dovrebbe assumere.
Asano affronta questo territorio in modo diverso. Dove gli altri autori cercano, ciascuno a modo suo, una forma di consolazione, di rifugio o di ricomposizione, lui sceglie di restare dentro il disagio senza romanzarlo e senza trasfigurarlo. La generazione che racconta in Solanin — così come poi in La ragazza in riva al mare — non si ribella davvero al modello ereditato dai propri genitori ma fatica semplicemente ad abitarlo serenamente.
Una generazione troppo responsabile per rifiutarlo, troppo inquieta per accettarlo e che rimane sospesa in uno spazio intermedio, dove ogni compromesso sembra una rinuncia e ogni scelta lascia il dubbio di aver escluso qualcosa di importante.
Produrre, consumare, sopravvivere
Una vita organizzata secondo un copione già scritto, in cui ogni giorno assomiglia al precedente e ogni aspirazione sembra destinata, prima o poi, ad essere assorbita dalla normalità. Lavoro, stipendio, affitto, spese, weekend, lunedì. Il ciclo si ripete con la precisione di un meccanismo che tutti, in qualche modo, alimentano.
Nel racconto l’unica incrinatura in questo meccanismo è la musica — non come via di fuga ma come linguaggio alternativo.
Non è una critica sociale nel senso classico del termine. Asano non punta il dito contro un sistema, non offre alternative, non costruisce antagonisti perché quello che fa è più sottile e, per certi versi, più efficace: mostra le conseguenze psicologiche di questa condizione su persone normali, con aspirazioni normali, che non hanno fatto nulla di sbagliato e si ritrovano comunque a chiedersi perché tutto sembri così distante da loro.
Nessuno dei personaggi di Solanin crede davvero nel sistema, eppure quasi tutti vi partecipano — per convenzione, per pressione familiare, per paura di restare indietro, per quella forma silenziosa di terrore sociale che in Giappone ha un nome preciso – “sekentei” – e in Occidente non ne ha ancora uno altrettanto adeguato.
Non è la prima volta che la narrativa si confronta con lo stesso nodo. Sul versante occidentale Irvine Welsh, in Trainspotting, descrive una generazione che quel sistema lo rifiuta esplicitamente e, con ostentazione, sceglie l’alienazione drogata e alcolica della non-vita come alternativa consapevole alla routine borghese e cosmopolita. È un rifiuto totale, quasi gioioso nella sua autodistruttività. Qualche anno dopo, Fight Club trasforma quella stessa insofferenza in rabbia organizzata, in violenza, in ribellione spettacolare contro una vita percepita come prefabbricata.
Palahniuk — e poi Fincher — costruisce una deflagrazione catartica che offre al lettore la soddisfazione narrativa di una rottura netta e liberatoria.
Asano guarda la stessa trappola e sceglie qualcosa di più difficile da rappresentare. I suoi personaggi non rifiutano il sistema, non lo fanno esplodere, non vi si immergono con disperazione consapevole.
Ci vivono, invece, con disagio, senza trovare né la forza di andarsene né quella di smettere di sentirlo stretto, ma facendo il possibile per ritagliarsi il proprio spazio e, contemporaneamente, provare a crescere e diventare adulti.
Boh, vabbè
Il vero centro di Solanin non è la precarietà lavorativa né la critica al sistema, bensì l’inadeguatezza che Asano descrive come condizione permanente.
Non l’inadeguatezza che nasce da un fallimento concreto, da una sconfitta misurabile, ma quella che emerge quando la vita procede apparentemente nel verso giusto e ciononostante non assomiglia a nulla di riconoscibile.
I protagonisti di Solanin non sono persone che hanno perso qualcosa: sono persone che non riescono a riconoscersi in ciò che hanno. Meiko ha un lavoro, una relazione con Taneda – col quale convive – e una routine funzionante.
Eppure avverte con crescente precisione la sensazione di essersi allontanata da qualcosa senza sapere esattamente da cosa, di stare vivendo una vita che qualcun altro potrebbe vivere al posto suo senza che cambi granché.
Non è infelicità nel senso clinico del termine, non è depressione, non è nemmeno malcontento dichiarato. A differenza di Buonanotte, Punpun, dove il disagio affonda le proprie radici in traumi, conflitti e ferite profonde, qui assume una forma molto più ordinaria e sfuggente. È quella forma sottile di estraneità a sé stessi che Asano rende visibile attraverso i gesti minimi, i dialoghi che si interrompono a metà, i silenzi che occupano più spazio delle parole.
La musica, in questo contesto, non è una banale passione giovanile residua né un sogno romantico da inseguire ma si configura come l’unico spazio in cui i personaggi smettono di essere ruote di un ingranaggio e provano, goffamente, a dire qualcosa di proprio.
Non a caso è l’unico ambito in cui Taneda non sembra mai del tutto fuori posto.
Secondo me gli adulti sono fatti di “boh, vabbè”.
I personaggi di Asano si rendono conto che gli adulti che si immaginava competenti, sicuri, in possesso di risposte che i bambini non hanno ancora, navigano a vista esattamente come tutti gli altri.
L’età adulta perde la sua aura di autorevolezza e con essa svanisce anche l’ultima illusione che le cose, crescendo, si sistemino da sole.
Quello che rimane è uno spazio strano, né adolescenza né maturità, in cui ci si sente sempre leggermente fuori posto — non abbastanza giovani da giustificare la confusione, non abbastanza adulti da non provarla più.
Asano non risolve questo spazio in modo rassicurante e non lo trasforma in una semplice tappa verso la maturità. Si limita a osservarlo con precisione, mostrando come i suoi personaggi imparino ad abitarlo senza smettere di sentirne il peso.
A rendere ancora più evidente questa condizione contribuisce la posizione occupata dalla famiglia all’interno del racconto. I genitori esistono ma rimangono quasi sempre sullo sfondo.
Non sono una presenza ostile contro cui ribellarsi né una guida a cui affidarsi – ma neppure una forza distruttiva e opprimente come in Buonanotte, Punpun: sono semplicemente lontani. In questa distanza si consuma uno dei passaggi più significativi verso l’età adulta.
La responsabilità di prendersi cura di sé e degli altri non appartiene più alla famiglia ma viene progressivamente trasferita ai protagonisti stessi. Meiko, Taneda e i loro amici imparano a sostenersi a vicenda in un mondo che non offre più punti di riferimento certi. La relazione tra i due diventa infatti il luogo in cui questa trasformazione appare più chiaramente. Nessuno dei due possiede le risposte che l’altro cerca, eppure è proprio nel tentativo reciproco di sostenersi che entrambi iniziano ad assumersi responsabilità che appartengono all’età adulta.
L’inversione
E poi, in modo brusco arriva la morte. Asano utilizza la perdita non come espediente drammatico bensì come cambio di prospettiva narrativa, un dispositivo che impedisce al racconto di risolversi secondo le coordinate del romanzo di formazione classico.
Non c’è crescita che compensi, non c’è consapevolezza acquisita che giustifichi il dolore in modo ordinato. Rimane qualcosa di più scomodo, la necessità di continuare a vivere in assenza di una risposta soddisfacente, di trovare un senso possibile — non necessariamente quello giusto — in una storia che non prevede lieto fine ma nemmeno tragedia.
Asano non utilizza la morte come simbolo né come occasione per una riflessione filosofica. Non gli interessa spiegare il dolore o attribuirgli un significato superiore, gli interessa osservare cosa accade dopo, quando la vita continua nonostante tutto e chi rimane è costretto a ridefinire il proprio rapporto con il futuro. La perdita che colpisce i protagonisti non è il risultato di una scelta estrema né il compimento di un destino tragico. È un evento casuale che interrompe una vita ancora incompleta e costringe chi rimane a confrontarsi con tutto ciò che era stato lasciato in sospeso.
Anche la musica, che nella prima parte aveva una sorta di forza identitaria, diventa ora strumento dell’elaborazione — o meglio del tentativo di elaborazione, perché Asano, in linea con la sua poetica, non concede nemmeno qui una risoluzione pulita.
Ne consegue il tentativo ostinato, goffo e a tratti commovente di chi rimane di trovare un modo per continuare, non nonostante la perdita ma attraverso di essa, portandola con sé senza pretendere di averla elaborata del tutto.
Ed è proprio qui che Solanin si allontana dalle rappresentazioni più disperate del disagio generazionale. Il dolore non scompare, l’incertezza non viene risolta e i sogni non si realizzano secondo le modalità immaginate dai protagonisti.
Eppure Asano lascia intravedere una possibilità. Non quella della fuga dal mondo ma quella della relazione. I personaggi continuano a cercarsi, a sostenersi, a costruire legami capaci di rendere il futuro un po’ meno ostile. Diventare adulti non significa rinunciare ai propri sogni ma imparare a portarli con sé dentro una realtà più complessa di quella immaginata.
La nostalgia del presente
Solanin è attraversato da una forma di nostalgia particolare. I personaggi non guardano indietro verso un’infanzia perduta o verso un passato remoto: la loro è la nostalgia di qualcosa che è appena svanito, del momento in cui il futuro era ancora una domanda aperta e ogni direzione sembrava possibile. Meiko non rimpiange ciò che è stata, bensì la ragazza che era pochi anni prima, quando l’incertezza faceva paura ma riusciva ancora a generare entusiasmo. È una nostalgia che non nasce dalla distanza temporale ma dalla consapevolezza che ogni scelta compiuta chiude inevitabilmente altre possibilità. Crescere, in Solanin, significa anche fare i conti con tutte le vite che non si vivranno.
Tokyo come stato d’animo
Asano costruisce il suo realismo visivo a partire dall’elaborazione digitale di fotografie reali come base per i fondali, trasformando Tokyo in qualcosa che non è semplice ambientazione ma presenza narrativa attiva. I cavi elettrici che attraversano il cielo sopra i quartieri residenziali, le insegne sovrapposte dei negozi, i corridoi anonimi delle stazioni, gli appartamenti piccoli e stipati di oggetti — tutto ha una densità visiva che contrasta in modo deliberato con la relativa semplicità del tratto dei personaggi, che si muovono in quegli spazi come figure fragili e un po’ sperdute dentro un mondo che li contiene ma non li abbraccia.
È un contrasto che non è mai casuale. Più i fondali sono precisi, dettagliati, fotograficamente fedeli, più i personaggi sembrano inadeguati rispetto all’ambiente che abitano. La città non fa da sfondo, riflette e amplifica costantemente lo stato emotivo dei personaggi.
I personaggi di Asano sono figure complesse: e il tratto – apparentemente semplice – con cui li costruisce nasconde una capacità espressiva notevole, affidata non tanto ai grandi gesti o alle deformazioni tipiche del manga più convenzionale quanto ai micro-movimenti del volto, alla cura per gli sguardi.
Asano disegna personaggi che pensano, che esitano, che trattengono, e lo fa con un’economia di segni che richiede al lettore una partecipazione attiva, la disponibilità a fermarsi su una vignetta e sentire quello che il personaggio non sta dicendo.
Il lavoro che Asano fa con le atmosfere e i paesaggi urbani è complesso ed estremamente funzionale, e ricorda per certi versi la sensibilità visiva di Makoto Shinkai, la stessa attenzione alla luce, agli spazi urbani vissuti, alla città come organismo emotivo.
Ma la differenza tra i due artisti è sostanziale perché Shinkai conserva sempre una componente romantica e quasi spirituale nel suo rapporto con l’ambiente, una tendenza alla trasfigurazione che trasforma Tokyo – o la provincia – in qualcosa di luminoso e malinconico al tempo stesso, sempre orientato, per quanto in modo sofferto, verso una risoluzione emotiva. Asano è al contrario più terreno, più concreto, privo di quella aspirazione ampia verso il lieto fine o verso la catarsi. La sua Tokyo al contrario non consola e non promette nulla. Non trasforma il dolore in bellezza ma piuttosto si limita a contenerlo con la stessa indifferenza con cui contiene tutto il resto.
È davvero tutto qui?
Solanin non offre soluzioni semplici. Non promette che il dolore verrà superato né che il futuro riserverà una direzione chiara. Ma nemmeno si abbandona al cinismo. Asano racconta una generazione che fatica a riconoscersi nella vita che sta vivendo e che continua, nonostante tutto, a cercare un motivo per andare avanti. In questo senso il manga non parla soltanto di alienazione. Parla della possibilità di restare aggrappati ai propri sogni e agli altri anche quando il mondo smette di fornire risposte rassicuranti. Asano non è interessato a una crescita lineare e rassicurante. Quello che Solanin offre, invece, è qualcosa di più raro e più onesto: il riconoscimento. Si ha la sensazione, leggendolo, di vedere rappresentata con precisione una condizione che si conosce ma che raramente si riesce a nominare con altrettanta esattezza.
Non il grande dolore, non la crisi clamorosa, ma quella forma quotidiana e silenziosa di inadeguatezza che accompagna chi si trova a vivere una vita funzionante che non riesce del tutto a sentire propria, una deriva evoluta e contemporanea dell’alienazione dell’epoca post industriale.
Asano questo fa: descrive con cruda, vivida ed efficace semplicità una condizione emotiva e psicologica caratterizzante di una generazione. In questo senso Solanin sopravvive al suo contesto storico e geografico. Nasce da un Giappone preciso, da una generazione precisa, da una crisi economica e culturale che ha coordinate ben definite, eppure parla a chiunque abbia mai preparato la borsa per il lunedì chiedendosi, senza troppa enfasi, se è davvero tutto qui.
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