“Tokyo Ghost”
di Remender, Murphy & Hollingsworth

La distopia (anche dei sentimenti) al potere

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Tutte le storie, sin dall’alba dei tempi, rimandano ad un numero limitato di archetipi, capaci di codificare il motore e i risultati delle umane aspirazioni.
Ciò che cambia nel tempo è la scelta e l’impiego di un linguaggio piuttosto che un altro per rappresentarli, linguaggio che nelle arti visive oggettivizza il potenziale evocativo del testo scritto.

Sulla capacità impareggiabile di Rick Remender nel giocare con i suddetti archetipi si è già detto in passato; analogamente, ottime parole sono state spese all’indirizzo del talento di Sean Murphy nello stipare di cose e persone le sue tavole fino all’inverosimile, senza per questo inficiarne la leggibilità, anzi coniugando graffiante dinamismo e certosina cura per i dettagli.
In (solo apparente) second’ordine va infine citato l’apporto ai colori di Matt Hollingsworth, che amplifica la potenza prospettica di Murphy, irrobustendone lo spessore al fine di accogliere l’esplosiva sceneggiatura di Remender.

E quindi, chi o cosa è il fantasma nipponico che dà origine al titolo dell’opera? La risposta è semplice e complessa a un tempo: spogliando la narrazione dei suoi omaggi a Miller, Gibson e Hokusai, sorvolando sul cyberpunk, post-punk o, più in generale, sul po(p)st-moderno che rende la narrazione così frizzante, Remender ci parla a più riprese, quasi al limite del didascalico, di amore tossico, di codipendenza, o della sindrome da crocerossina che caratterizza un certo lato della non-lineare (in senso buono!) psiche femminile; ancora, ci parla della a volte eccessivamente lineare struttura interna della psiche maschile – dove la deriva dell’ideale di Captain America mostra tutti i suoi limiti solo (ovviamente) dopo aver indotto un epigono di Steve Rogers a tentare la strada più breve per ascendere alla propria risoluzione.
A completare il quadro, il sempiterno distico tra scienza e fede, qui corrotto all’estremo nella dicotomia tra esistenza virtuale foraggiata e incancrenita mediante simbiosi nanotecnologica versus simbiosi pura con il creato in salsa neo-bushido, dove la fiducia nel prossimo è la base per un delicato e labirintico castello di equilibri, conscio di attendere il proprio Godot nel soffio del lupo cattivo caricato a nanopack di steroidi.

Al centro di questo bailamme capace di eccitare la rètina del lettore, la coppia formata da Debbie e Teddy/Led: il secondo, ennesima riproposizione del dualismo alla Jekyll e Hyde, incapace a più riprese di staccarsi dal feedback continuo della rete, e icona di reiterato vittimismo; la prima, vittima inconsapevole a sua volta di quello stesso vittimismo, stolidamente inteso come sfida personale da vincere – e lo chiamano amore! – pur al prezzo di far brillare con un Emp la coscienza di un intero globo.
I villains, che pure non mancano, e che pure giocano in maniera interessante con lo stereotipo di sé stessi, sono alla fine poco più di un belante diversivo nell’evoluzione psicologica dei due fidanzatini; un’evoluzione che non è però necessariamente un percorso di crescita, nonostante attraversi alcune tappe “obbligate” che normalmente costellano una via crucis di questo tipo.

Come in un sistema fisico una ancorché minima variazione delle condizioni di partenza può produrre dei risultati anche molto distanti da quelli preventivati, anche in questo caso i semi malati che albergano nelle psicologie di cui sopra, germogliano secondo una direttiva solamente parodistica, liberando così da un lato la narrazione da passaggi troppo prevedibili, ma allo stesso infarcendola di altre dinamiche parimenti intuibili, dato che la tendenza a riportare lo status quo dopo un’apocalisse è un’opzione dalla quale raramente un autore decide di allontanarsi – anche perché è nel ritorno ad un seppur disastrato punto di partenza che ci si può giocare il classico contro-twist.
Dalla partenza in medias res al suddetto contro-twist, però, l’adrenalina scorre allegramente a fiumi, in un’epica non priva di intenti satirici e dissacranti, come sempre meglio incarnati nei villains del caso piuttosto che nei protagonisti “positivi”: in questo caso il fantasma nipponico di cui si diceva è il simbolo sì di una riconquista – di sé e del proprio mondo – ma pur sempre una riconquista che poggia su basi fragili e non completamente giustificabili a priori.
Ciò permette all’autore di deviare quanto serve dal canone prima di imboccare la rampa verso una pur personale variazione del classico e rassicurante “volemose bbene”. In ogni caso, si tratta di una corsa a ostacoli non da poco, ormai anch’essa in larga parte modificata nell’attuale corrente di destrutturazione che punta a imporsi come “nuovo classico” – almeno fino al prossimo giro di ruota.

Nel frattempo, un rinvigorente roller coaster ride, ruvido e sincero quanto basta, egregiamente illustrato, da assaporare come un rinfrescante succo di spine di cactus.

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

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