Durante gli anni ’80 del secolo scorso, Katsuhiro Ōtomo si afferma come uno dei più significativi e dirompenti “creatori di immaginario” contemporanei. La fama del mangaka è dovuta principalmente ad Akira, il manga e probabilmente ancor più l’anime, una delle più influenti opere di fantascienza dell’ultimo quarto del XX secolo, serializzato a partire dal 1982 e d’impianto concettuale fortemente influenzato dall’estetica e filosofia cyberpunk; come anche a Domu (Sogni di bambini), di un paio d’anni precedente e che alle tematiche di Akira univa angosciose suggestioni orrorifiche. Il lavoro creativo di Ōtomo si mantenne al più alto livello fino alla serializzazione, a partire dal 1990, di The Legend of Mother Sarah, opera che virò su una visionaria e durissima fantascienza post-apocalittica a incorniciare una quest familiare di grande intensità narrativa ed emotiva, che univa moduli on the road e science-fiction spaziale, scritta per i disegni di Takumi Nagayasu che non fanno rimpiangere in nulla la decisione di Ōtomo di non realizzare l’opera in completa autonomia. Meno noto dei due lavori precedenti, The Legend of Mother Sarah è tuttavia il più profondo e letterariamente compiuto del maestro nipponico.
Ōtomo aveva esordito nel fumetto nella prima metà degli anni ’70, e nel 1979, venticinquenne, pubblica Fire Ball, un racconto lungo che rimane incompiuto ma rappresenta l’apertura della sua stagione più fertile e creativa, e una ispirazione seminale in particolare per quell’Akira che lo imporrà come una delle voci più interessanti del fumetto degli ultimi cinquant’anni. L’opera introduce alcuni dei temi strategici dei due lavori maggiori di poco successivi, ed è calata in un futuro distopico, una sorta di incubo concentrazionario che in pochi accenni suggerisce una società elaborata dall’innesto di caratteri orwelliani su quella struttura cyberpunk che Ōtomo svilupperà ulteriormente in Akira e della quale contribuirà non poco a plasmare l’estetica visuale.
Fire Ball introduce il fondamentale elemento dei poteri psichici, e l’orrore dei disumani esperimenti a cui viene sottoposto Akira (non casualmente), un sempliciotto membro delle forze di sicurezza (e soprattutto repressione) dotato appunto di poteri telecinetici. Graficamente il lavoro di Ōtomo appare già maturo, le scene più dinamiche e d’azione sono molto espressive, le fisionomie dei volti e le figure umane sono varie e ugualmente espressive; le architetture urbane sono essenziali, eleganti, così come le scenografie tecnologiche e soprattutto mediche sono fredde, raggelanti, e traducono fedelmente tutto l’orrore del racconto. Le sequenze di apocalissi urbana non raggiungono la spettacolare, visionaria incisività che avranno in Akira, ma sono di indubbia efficacia. Questo design sobrio e sofisticato quanto al bisogno dettagliato, e soprattutto narrativamente effettivo, compone dunque lo scenario di una vera e propria scheggia di futuristica distopia.
Il racconto parte mostrando il classico setting di una società futura fondata su controllo e repressione, e scossa da proteste sociali, per sterzare su toni narrativi più angosciosi e fobici una volta che escono alla scoperto i poteri ESP di Akira e l’uomo viene ingannato e preso in trappola dalle strutture autoritarie sociali per essere letteralmente vivisezionato al probabile fine di studiare, replicare e utilizzare i suoi poteri con scopi repressivi. Organo e strumento di controllo, nonché meccanico Mengele e asettico sperimentatore in vivo è ATOM. Ieri lo avremmo definito un supercomputer, una versione in grande di HAL 9000; oggi esso viene a materializzare l’incubo futuribile di una AI generativa cui sia demandata (o si sia impadronita) l’amministrazione delle cose umane e il funzionamento dello Stato. È tuttavia un incubo ben più spaventoso – e realistico – il rapporto di ATOM con la donna che esso chiama “mamma“, una grigia burocrate priva perfino della viva disumanità della sua macchina e che davvero non stentiamo a riconoscere per tutti quegli anonimi, ignoti e financo inconoscibili individui in controllo di strutture, strumenti, flussi tecnologici e informatici che negli ultimi decenni hanno pervaso la nostra vita, riempiendone ogni interstizio con la funzione di estrarre ogni nostro dato e sottoporre ogni nostra azione (a breve ogni nostro pensiero?) a stringente controllo.
La crisi, il conflitto uomo-macchina (meccanica, sociale, biopolitica) precipita nel momento in cui il proverbiale granello di sabbia finisce nel meccanismo orchestrato da ATOM e dalla sua “mamma“. Un urlo muto, mentale, da parte di un antico amico, un contestatore preso prigioniero e in procinto di essere sommariamente giustiziato, risveglia la coscienza di Akira. Della carcassa di Akira. L’ex guardia è ormai un puzzle di ossa spolpate, muscoli denudati, carne lacerata e incrostata di innesti cibernetici – un cyborg informe che ci restituisce l’immagine del corpo sociale depredato da quel potere indistinto e anonimo che ne fa materia di saccheggio. Quel corpo disumanizzato ha però ricevuto dai “giochi” sperimentali di ATOM un potenziamento enorme delle sue abilità psichiche. Da qui prende l’avvio la sarabanda visiva psichedelica dell’Armageddon urbano scatenato dal dolore vendicativo di Akira, finché il racconto si interrompe nel mezzo dello sfolgorio di questo Sabba cyberpunk.
È singolare che un’opera incompiuta, breve e per certi versi anche acerba, narrativamente scarna, divenga un caposaldo della propria arte, ma Fire Ball non è il racconto che ha aperto la porta all’immaginario di Domu e Akira, una delle creazioni più formidabili dei decenni finali dello scorso secolo: più “semplicemente”, Fire Ball è quella porta; la sua semplicità è densa, sovraccarica di evocative suggestioni, idee in ebollizione appena sotto la superficie, sollecitazioni psicologiche profonde delle nostre paure esposte e incubi rimossi.
Ōtomo inserì in séguito il racconto nell’antologia Memorie, dove sono raccolti molti dei suoi migliori racconti giovanili.






