Victor Morris, tecnico informatico, elabora il lutto della moglie costruendo uno spazio digitale, la camera cremisi, dove i morti del quartiere continuano ad esistere attraverso la memoria dello stesso Morris e degli utenti, nonostante chi li ha amati in vita li abbia dimenticati.
È una declinazione contemporanea della poetica foscoliana, quell’idea per cui finché qualcuno ricorda, piange, mantiene vivo il legame, il defunto non è davvero scomparso. La “corrispondenza di amorosi sensi” che i Sepolcri trasformano in manifesto poetico, qui viene tradotta in un’app, in una pagina social, in notifiche e messaggi con echi di Black Mirror (Be Right Back, 2013)
E quando i morti cominciano a uccidere, coerentemente con l’epoca in cui viviamo non lo fanno strisciando fuori dalla fredda terra con corpi semi decomposti e famelici come da canone dylaniato, ma attraverso lo schermo del telefono, con un debito visibile verso Pulse di Kiyoshi Kurosawa del 2001, che quella tensione tra connessione digitale e morte l’aveva esplorata vent’anni prima con ben altra intensità.
Giovanni De Feo sfrutta la componente emotiva — il dolore, il senso di colpa, la solitudine di chi non riesce a lasciare andare — in maniera viva e trattata con cura, ma la sceneggiatura non riesce a trasformarla in qualcosa che incida davvero.
Il giallo sovrannaturale è troppo lento, privo di mordente, incapace di generare angoscia, e le rivelazioni finali arrivano prevedibili e scontate. Dylan Dog, Groucho e Bloch si muovono nella vicenda in maniera pacata e ripetitiva, senza riuscire a smuoverla né a contribuirvi in modo efficace — e la loro presenza rimane accessoria.
Ai disegni Piero Dall’Agnol fa un lavoro onesto, ben coadiuvato da Renato Riccio, più a suo agio sui contrasti che sul dinamismo. Un lavoro corretto che non riesce però a compensare l’assenza di slancio della sceneggiatura, limitandosi ad accompagnarla nel suo lento evolversi.
