Per conoscere Dylan Dog: come completare

/
9 mins read

Concludiamo con questo articolo il percorso di presentazione/scoperta del personaggio Dylan Dog. Associamo ora gli ultimi cinque albi da noi reputati di primaria importanza per scoprire e conoscere Dylan Dog, attraverso i quali il neofita può (potrebbe?) approcciarsi al personaggio, completando così le nostre rispettive immaginarie antologie di dieci albi

Qui i precedenti capitoli: Per iniziare; Come proseguire pt. 1 e Come proseguire pt. 2

Oscar: Oooh, ritorniamo a parlare del nostro indagatore dell’incubo preferito (anche perchè è l’unico, e così non ha concorrenza sul lavoro).

Pasquale: Sì, avviamo a conclusione questa nostra simpatica avventura, individuando gli ultimi albi che aiutino un nuovo lettore ad imparare a conoscere Dylan Dog. Avanti Oscar, completa tu la tua “top ten”.

Oscar: Mi sono chiesto se fosse il caso di continuare a seguire il criterio delle “prime volte” che ho usato – come si dice – nelle “puntate precedenti”, ma in realtà la cosa è meno semplice del previsto: allargando infatti il campo d’azione, inevitabilmente gli albi da consigliare aumentano.

Pasquale: Però è anche vero che il bello del gioco sta qui: darsi delle regole e cercare in ogni modo di rispettarle. In pratica quello che non ho fatto io!

Oscar: Ecco… allora, io mi propongo di seguire un altro criterio, ossia scegliere per ogni decade (num. 1-10, 11-20, etc.) un albo che ritengo in qualche modo meglio rappresentativo.

Pasquale: Va bene, per la decade 1-10 quale albo scegli?

Oscar: A questo punto non posso esimermi dall’indicare il n.1 “L’alba dei morti viventi” che tu invece hai preso proprio come primo esempio. Nella mia visione, il lettore a questo punto è stato dotato di un campionario minimo ma sufficiente di conoscenze sul personaggio, per cui può addentrarsi nella lettura del numero introduttivo della serie. A questo punto non mi dilungo oltre, visto che già tu nei hai parlato come si conviene.

Pasquale: Finalmente, direi! Invece per la decade 11-20 quale albo scegli?

Oscar: Qui baro un po’ (ma nemmeno tanto), indicando la storia doppia dei n.16 “Il castello della paura” e il n.17 “La dama in nero”, che tra l’altro sono tra i primissimi numeri che lessi all’epoca, e quindi presentano comunque per me un particolare valore affettivo. Al di là del fatto che si tratta della prima storia doppia della serie (ma in generale di storie doppie ce ne sono state pochissime, nel corso di 35 anni e passa di storia editoriale) il soggetto di Tiziano Sclavi mette come al solito insieme fonti di ispirazione diverse, dal castello infestato, al delitto della camera chiusa, alla caccia al tesoro.

Pasquale: Eh, ci infila perfino le Charlie’s Angels!

Oscar: Infatti. Questa è l’ennesima riprova del camaleontismo narrativo di Dylan Dog, capace di interpretare da par suo molteplici sfumature dell’orrore (letterario e non solo). Nessuna particolare “tirata” filosofica, che pure nei primi numeri della serie era presente in una storia sì e nell’altra pure, ma azione e svago a tinte horror, ben presentate dall’inossidabile duo Montanari & Grassani.

Pasquale: Vai adesso con la decade 21-30.

Oscar: Riprendendo i discorsi già affrontati, punto il dito stavolta sul n. 24 “I conigli rosa uccidono”.

Pasquale: Bene, cambiamo quindi autore: questa è infatti la prima storia “a solo” su Dylan per Luigi Mignacco, già allora penna di rilievo della casa editrice di via Buonarroti, e che già era comparso come autore della sola sceneggiatura per il n.14 “Fra la vita e la morte”.

Oscar: In effetti, manco a farlo apposta, questi due numeri hanno in comune il fatto di presentare entrambi alcuni dei più classici “villain” di Dylan Dog, vale a dire il dottor Hicks per il n. 14 (che tra l’altro è parente dell’Hicks comparso nel n. 7) e Pink Rabbit per il numero in questione.

Pasquale: Pink Rabbit è comparso in ben 4 storie nel corso degli anni (3 sulla serie regolare, la quarta su un almanacco), e sempre a firma di Mignacco.

Oscar: Per la sua storia di esordio come autore dylaniato completo, Mignacco, oltre ad inventarsi un nemico relativamente originale, ha abbondato con lo splatter (rimane sempre d’impatto la sequenza iniziale) reso ancor più pregnante dalle matite di Luigi Piccatto, ma soprattutto non ha saputo rinunciare al classico finale in crescendo (dove l’atmosfera da cartoon vede anche il contributo di Cesare Valeri), con tanto di twistone finale da manuale. Tale espediente, se messo correttamente in scena produce il suo bell’effetto, ma presenta l’enorme rischio di annacquarsi se lo si trasforma in una formula ripetitiva – e quindi alla lunga prevedibile. In più, ti dirò: se ci si fa caso, Sclavi da un lato è sempre stato molto parco nell’introdurre “cattivi” ricorrenti (e infatti l’Hicks di cui dicevamo è uno dei pochissimi da lui inventati); dall’altro, ha sempre cercato di ovviare al semplice meccanismo del ribaltamento della prospettiva (descrizione di un fenomeno/episodio apparentemente sovrannaturale, ma in realtà spiegabilissimo) quale mezzo per concludere una vicenda, anche per lasciare il lettore volutamente privo di tutte le certezze (certezze delle quali spesse volte era privo anche lui stesso, e ciò a riprova ancora una volta della carica innovativa con la quale si era presentato nelle edicole del Belpaese).

Pasquale: Ne mancano due, adesso. Per la decade 31-40 quale albo hai scelto?

Oscar: A questo punto, continuo sulla falsariga e prendo come riferimento il n. 34 “Il buio”, che segna l’esordio col botto di Claudio Chiaverotti ai testi, e di Piero dall’Agnol ai disegni. Senza entrare in aneddoti e fattarielli vari di cui più volte nel tempo si è parlato, sia qui che altrove, basti solo dire che anche Chiaverotti si è presentato al pubblico con un “suo” cattivone, vale a dire Mana Cerace l’abitatore del buio, con tanto di filastrocca simil-sclaviana personalizzata.

Pasquale: É opinione condivisa che il Dylan di Chiaverotti porterà nel tempo a livelli anche marcati di leziosità tutta una serie di caratteristiche (es: le famose “tirate” filosofiche di cui prima parlavi), riducendo spesso il personaggio ad una copia sbiadita dell’originale.

Oscar: In effetti alcune sue cifre stilistiche verranno poi riproposte sic et simpliciter, con minime variazioni, anche per i suoi progetti “creator owned“, vale a dire Brendon prima, e Morgan Lost dopo. Nelle sue storie iniziali, però, ben prima quindi di tale deriva, Chiaverotti arrivò a porsi come vero e proprio contraltare di Sclavi, quantomeno dal punto di vista quantitativo. Nel n. 34 si gioca sapientemente gran parte delle sue carte, riuscendo ad imbastire una trama ad effetto, con un avversario di tutto rispetto, splatterosa quanto basta e dal ritmo elevato; anche lui però non rinuncia fin da subito al rassicurante “plot twist“, sebbene qui ancora riesca ad elaborarlo come elemento della trama coerente con il resto.

Pasquale: Ora l’ultimo albo: come concludi la tua personale presentazione del personaggio?

Oscar: Qui veniamo alle dolenti note perché, pur volendo fare una scrematura, non mi riesce di venire a patti con due storie, ossia il n. 41 “Golconda!” e il n. 46 “Inferni”, entrambe fondamentali nel percorso di conoscenza del personaggio che sto strutturando. Ho deciso quindi di fare uno strappo alla regola e parlare di entrambe.

Pasquale: Non vale! Considerando anche la storia doppia arrivi in pratica a 12 albi. Sei un baro! Quindi ti interrompo e ti racconto i miei ultimi albi!

Oscar: Seee, tanto so già dove tu andrai a concludere. Il tuo disegno votato alla ricostruzione della continuity del personaggio ha due passaggi obbligati: il n.100 “La storia di Dylan Dog” ed il n.121 “Finché morte non vi separi” (e meno male che ci eravamo dati dei paletti!).

Pasquale: Magari sarà prevedibile, ma se ci pensi, con questi due albi Sclavi riesce a (non) dare al lettore una visione completa e profonda di chi sia Dylan Dog. Dopo cento storie tutti chiedevano spiegazioni, risposte e svelamenti. Lui fa invece un salto indietro e ci racconta la genesi di un personaggio che, probabilmente, una genesi non la voleva avere.

Oscar: Oppure Sclavi non la voleva scrivere.

Pasquale: Probabile: con il n.121 Sclavi invece fa l’opposto di quanto ci si aspettasse e dettaglia perfettamente il passato di Dylan Dog con una storia d’amore intelligentemente in bilico fra realismo e sogno. É pur vero che stavolta viene coadiuvato dall’allora editor della serie, vale a dire Mauro Marcheselli, che con Tiz ha condiviso un percorso umano e professionale intenso e duraturo, accompagnandolo in questa sua immensa opera di “psicanalisi pubblica”. Anche qui, tanto è già stato detto, per cui non ritengo il caso di deviare oltremodo dal solco principale. Tornando quindi a noi, non ho mai saputo (né voluto sapere) quali fossero i piani di Sclavi per il personaggio. Quello che mi interessa è suggerire questi due albi che sono, a mio parere, due efficaci espressioni delle potenzialità infinite del personaggio. Li considero quindi due storie importanti per capire la poetica Sclaviana e l’unica (ad oggi) decente biografia del personaggio.

Oscar: Quindi, conclusa la tua ricostruzione della biografia di Dylan ti mancano ancora tre albi.

Pasquale: Adesso è il turno di “Cagliostro!”. Mi sono perso in un altro percorso e non ho potuto inserirlo prima, ma confermo quanto hai detto nel precedente articolo e condivido appieno il fascino e l’importanza di questa storia.

Oscar: Il penultimo, allora? Prima del gran finale?

Pasquale: Una delle storie per me più importanti di Dylan Dog è il n.81 “Johnny Freak” di Mauro Marcheselli e Tiziano Sclavi. E non saprei come spiegarlo meglio di come fatto dal nostro collega Gianluigi Fiorillo alcuni anni fa: riporto quindi le sue parole e ti inserisco il link al nostro storico articolo.
<<All’epoca della sua uscita “Johnny Freak” costrinse molti critici della cultura canonica (quella, per intenderci, che mette alla berlina il fumetto come una delle patologie della società consumistica) a rivedere certe posizioni. Non si era mai visto il tema della diversità affrontato in modo così duro e toccante, senza scadere nella retorica. Che lo si potesse fare in un fumetto (popolare, n.d.r.) era addirittura impensabile. […] Perché “Johnny Freak” è un albo da ricordare? Semplice: anche il più disincantato dei lettori non potrà fare a meno di tirare un sospirone di commozione alla fine della lettura.>>

Oscar: Ora, prima dell’ultimo tuo albo, riprendo io in mano le redini e ti parlo di “Golconda!” e “Inferni”. Il primo porta a naturale compimento il percorso che parte con il n.18 e prosegue con il n.26, così come visto in precedenza: tutti gli elementi già citati sono qui ulteriormente pompati verso l’inverosimile, e ancora una volta Dylan è vittima di una congerie talmente surreale di eventi che il risultato finale – appunto, inverosimilmente – finisce per scorrere in maniera assolutamente fluida, e il lettore paradossalmente rimane più colpito da Brecht e Busto Arsizio (chi ha letto, sa a cosa mi riferisco!) che non al piccattiano sangue che inonda una vignetta sì e l’altra pure. Il famoso discorso del sovvertimento finale della prospettiva viene anche qui applicato, ma in maniera originale e arguta, e alla fine il nonsense viene messo a nanna dai folletti. Cosa volere di più?

Pasquale: Discorso diverso invece nel secondo caso, dove intanto nell’universo dylaniato fa capolino l’aldilà come forse mai prima di allora.

Oscar: E infatti Dylan viene chiaramente descritto come un “catalizzatore di forze occulte”, ma come nel classico binomio “genio e sregolatezza”, qui il personaggio assomma in sé “aura e disincanto”, affacciandosi per la prima volta verso l’aldilà “definitivo” (l’inferno, o almeno uno di essi, che ancora adesso riveste un ruolo narrativo di primo piano) e contemporaneamente incaponendosi per risolvere il caso come fosse un classico del poliziesco…e infatti alla fine ammette chiaramente di avere perso. Già questo, assieme alla forza della sequenza iniziale, basterebbe per rimarcare una volta di più quello che tu dicevi prima a proposito della caratura del personaggio. In appendice, il tratto di Carlo Ambrosini che conferisce al racconto un’atmosfera molto anni ‘50, così che il racconto viene a costituirsi come una sbilenca bilancia a tre piatti che – sempre inverosimilmente? – funziona.

Pasquale: Eh, già, la tua ultima domanda è tutt’altro che retorica… per quanto mi riguarda, invece, sarò banale ma a mio parere, se uno deve leggersi dieci, e solo dieci, albi di Dylan Dog, non può non includere il n.74 “Il Lungo addio”. Certo, è una storia fuori dai canoni, una storia che stravolge le carte in tavola, eppure va letta perché racconta anche questa, e molto bene, un’importante sfumatura del personaggio.

Oscar: Beh, in effetti questa storia è tutto tranne che banale, mi sembra. E poi non va sottaciuto che in fondo Marina, Lilly, Bree e Morgana sono probabilmente i personaggi femminili più importanti nella storia di Dylan Dog il quale, non dimentichiamolo, ha nella componente romantica un tòpos forte e complesso. E’ quindi un valore aggiunto alla nostra piccola avventura il fatto che, scava scava, abbiamo in modi e tempi diversi fatto emergere anche questo aspetto.

Pasquale: Ehi, è vero! A questo punto, per giungere a conclusione, posso affermare che in questa avventura il lirismo di Sclavi, coadiuvato dai disegni acquerellati di  Carlo Ambrosini, finisce al servizio del sogno e della rimembranza romantica per raccontarci dell’infanzia e di quelle cotte estive care ai racconti per ragazzi. Non si tratta però di una semplice storia d’amore adolescenziale: questo albo è soprattutto un viaggio onirico e astratto all’interno del personaggio che ne definisce caratteristiche e peculiarità. Sclavi (anche stavolta coadiuvato da Marcheselli, e questo vorrà pur dire qualcosa!) riesce ancora una volta, pur rinunciando alle tinte horror, a raccontarci dell’amore e della morte in maniera mai banale. E riesce anche a infilare “nessuna-dico-nessuna” battuta di Groucho!

Oscar: E con questo abbiamo finito il nostro amarcord lungo quattro articoli alla (ri)scoperta di Dylan Dog. Un ulteriore aspetto (a nostro vantaggio) da considerare è che le nostre scelte comuni sono solo tre: ciò dimostra ancora una volta come la scoperta del personaggio Dylan sia un percorso tutt’altro che scontato, o ascrivibile ad una qualche sequenza predefinita (o predefinibile).

Pasquale: Buona lettura care amebe, e nun ce rompete [cit.]

Articolo precedente

Pelle d’Uomo: cambiare pelle per salvarsi la vita!

Prossimo Articolo

Torino Comics: tre teste, nessun fumetto

Ultimi Articoli Blog