In (doveroso) ossequio alla cronaca, “Il papero del mistero – Papernovela in uno sproposito di puntate” è una storia a fumetti scritta e disegnata da Silvia Ziche e pubblicata su Topolino nel 1996, la quale detiene il record di storia con più puntate comparsa sul settimanale.
La Papernovela si presentava all’epoca come parodia delle soap operas sudamericane in voga nel periodo, trasmesse in particolare sulle emittenti locali e, a livello nazionale, appannaggio praticamente delle sole reti Mediaset (all’epoca, Fininvest).
La Ziche, allora esordiente, ma adesso mastro d’opera fina, dopo 30 anni si ripresenta osando proporre addirittura un sequel: il risultato, pubblicato su Topolino n. 3677, rivela ancora una volta la sua capacità e versatilità nel catturare lo spirito del tempo, aggiornando l’originario intento parodistico per mettere stavolta alla berlina quel fenomeno di “consumismo ostentativo”, teorizzato a fine ‘800 dal sociologo Thorstein Veblen ma quantomai attuale oggi, secondo cui viviamo in una società nella quale esistere non basta, ma bisogna essere visti mentre si esiste.
L’antropocene venato di social è quindi anche troppo banalmente il fil rouge dell’intera vicenda, nella quale il collegamento alla Papernovela originaria funge solo da sponda, mentre il fulcro della vicenda è palesemente altrove. Il mondo dei paperi (come quello dei topi, del resto) deve farsi trovare pronto dal cambiamento dei tempi e dei costumi – e infatti riferimenti circostanziati a IA e piattaforme di contenuti streaming sono ben piazzati.
L’autrice mette qui in scena sé stessa, auto-vincolata da una miriade di paletti, tanti quante sono le limitazioni che Paperone pone al parentame nell’imporre loro di riprendere la Papernovela in maniera originale, ma senza scucire un decino. È un lavoro che, da una parte e dall’altra, si inerpica lungo l’aspro sentiero della sottrazione, che ancora una volta sblocca il talento narrativo della Ziche nel portare in scena il Paperone assorto alla maniera di Andreotti, mentre una opportunamente casuale live lo trasforma contro ogni buonsenso in fenomeno mediatico e di costume.
È lo zero narrativo assoluto che si rivela invece come la contrazione dell’infinito (en-sof) narrativo, ovverosia la vastità dell’immaginario degli spettatori che si sostituisce alla (mancanza di) ispirazione del creatore di contenuti; il tutto espresso attraverso la peculiare psicologia di massa dei paperopolesi, che innumerevoli volte nel corso dei decenni si sono auto-aggrovigliati all’interno di inverosimili catene logiche, pur di arrivare (bontà loro!) a provare l’esistenza di un fondo di coerenza nella – in realtà – estesa farraginosità (venata di avarizia) propria delle trovate di mercato di Paperone.
Da lì in poi il meccanismo si srotola – relativamente – tutto in discesa, spingendo ai limiti la fenomenologia bulimico-televisiva dei suddetti paperopolesi fino a sfociare nel paradosso della meta-medialità, quando i Bassotti irrompono nel deposito e rompono la muta live di cui sopra, incitando così tutti i cittadini a correre in aiuto di Paperone – ognuno di essi mosso dalla speranza di acchiappare quanti più hype, like e visualizzazioni possibile. Ma se tutti stanno filmando lo stesso evento nello stesso momento, chi guarderà (e followerà) chi? La risposta è talmente banale, che per gli stessi contorti percorsi logici di cui sopra, a risultare vincitore rimane sempre lo Zione!
Chiamando nuovamente in causa Veblen, da un lato tutti i paperopolesi stanno filmando il salvataggio del denaro di Paperone dalle grinfie dei Bassotti, prima che/al posto di viverlo; dall’altro, faranno poi a gara a pavoneggiarsi con gli altri nel dire di aver sottoscritto l’abbonamento alla piattaforma streaming di Paperone, felici per il nonsense di guardare il nulla e portare avanti la Papernovela con la propria immaginazione, in sovrapposizione al vuoto catodico proposto dal nostro – in altre parole: il sogno bagnato (in termini di fandom) per qualunque content creator.
E continuando a parlare di intento parodistico solo apparente, tanto all’epoca quanto adesso i veri protagonisti di questa storia alla fine siamo noi – gli spettatori – talmente ebbri del calderone di psicologia inversa in cui siamo caduti da piccoli, da pregare di (e pagare per) essere ingannati (chi ha detto Futurama?). L’unico a capirlo davvero è Rockerduck che, proprio per essere riuscito ad intuire il bluff, tanto da cercare di smontarlo e riproporlo, viene paradossalmente additato come eretico e opportunista.
È un meccanismo analogo a quello che fa risplendere quella perla della nostrana produzione televisiva recente che va sotto il nome di Boris. Anzi, la Ziche prima di Boris, come Boris, meglio di Boris – tanto in entrambi i casi il padrone della baracca è ormai lo stesso.
Questa storia ci mostra infatti ad un tempo come proporre una nuova stagione della Papernovela sarebbe un bel colpo, ma anche no: la storia, cliffhanger compreso, ha un suo senso compiuto che, paradossalmente, non richiede necessariamente un séguito – diversamente da alcune derive che pure è possibile scorgere nella macchina da guerra partorita dal genio congiunto di Ciarrapico, Torre e Vendruscolo.
Non va poi dimenticato che la Ziche è un’autrice completa: il suo tratto è da anni riconoscibile a prima vista, e la sua naturale propensione per il registro comico è nota anche al di fuori del Calisota – basti solo pensare, tra gli altri, a: Olimpo S.p.A, Lucrezia oppure Infierno!
Il talento caricaturale si esprime ancora di più in questo caso, e sempre per sottrazione, in perfetta poiesi di una sceneggiatura che, appunto, riesce ad imbrigliare tutta la complessità necessaria a raggiungere quella contorta semplicità che rende Paperopoli un posto tutto sommato piacevole dove vivere. A conforto di ciò, la tavola non ha bisogno di discostarsi dalla classica esapartizione, nondimeno il ritmo rimane sempre elegantemente brioso.
C’è sempre una logica in ogni follia. E Paperone ha il dono di cogliere tale logica al di là appunto di ogni ragionevole logica, estraendo come sempre il coniglio dal cappello, ma stavolta senza neanche avere il cappello. Né tantomeno il coniglio – come avrebbe altrimenti potuto diventare il papero più ricco del mondo?






