Pubblicato da Skybound, studio fondato da Robert Kirkman e partner di Image Comics, dal 2018 al 2022 (in Italia da SaldaPress), Oblivion Song è ambientata in una Philadelphia in cui, dieci anni prima, trecentomila abitanti sono scomparsi all’improvviso, trasportati in una dimensione ostile ribattezzata Oblivion.
Dopo anni di ricerche e di recuperi, il governo ha deciso di sospendere le operazioni accettando di fatto la perdita dei dispersi rimanenti. Nathan Cole non accetta la resa e continua, giorno dopo giorno, ad attraversare il confine tra i due mondi nella speranza di riportare indietro chi è rimasto.
Kirkman costruisce l’opera assorbendo influenze e contaminazioni facilmente riconoscibili, che rielabora per dare substrato e ambientazione alle sue tematiche più classiche quali la famiglia, la comunità, il senso di colpa, il perdono. C’è qualcosa di The Leftovers, non tanto nel mistero in sé quanto nel modo in cui una comunità continua a vivere dopo un evento inspiegabile che ha spezzato il senso del reale; qualcosa di Annihilation o più in generale di quella fantascienza da zona contaminata e weird ecology, fatta di ecosistemi impossibili, alterazione biologica e attrazione ipnotica verso l’ignoto; ed echi di The Road, di Lost e forse anche di Un cantico per Leibowitz, soprattutto per quella dimensione quasi spirituale della rovina e della memoria.
Nel romanzo di Walter M. Miller, il cantico è l’eco malinconica di una civiltà perduta, il segno di una memoria che sopravvive alla rovina e attorno alla quale l’umanità continua a orbitare. In Oblivion Song, invece, la canzone è il richiamo di un altrove traumatico che non consola, non preserva e non custodisce. Il canto del titolo è quello che si sente a Oblivion nei pochi momenti in cui non c’è un mostro a inseguirti, quando il vento, le creature in lontananza, gli insetti e l’ambiente finiscono per fondersi in una specie di musica.
Ma è una musica ambigua, non pacificata, quasi il suono di un incubo che ha riforgiato chi lo ha attraversato e che rende estremamente difficile tornare davvero a vivere nel nostro mondo.
La dimensione alternativa che invade il nostro mondo, l’altrove come specchio distorto della realtà, hanno una presenza così capillare nella narrativa recente – da Stranger Things in poi – che Kirkman non riesce sempre a sottrarsi alla sensazione di territorio già esplorato.
Oblivion Song è inoltre, nel suo impianto narrativo di fondo, profondamente americano. L’agenzia governativa che gestisce la crisi, la decisione politica su chi vale la pena salvare, il protagonista solitario che va avanti quando le istituzioni si ritirano, il framing quasi militare di quello che è essenzialmente un disastro civile — tutto questo appartiene a un immaginario che ha le sue radici nel cinema catastrofista degli anni Novanta, da Independence Day in poi, e che Kirkman maneggia con la disinvoltura di chi lo ha fruito e metabolizzato a fondo.
C’è anche qualcosa del samurai bianco, dell’outsider che sceglie il lato sbagliato e vi trova una autenticità che il proprio mondo non riesce più ad offrire, in quella tensione tra chi Oblivion la subisce e chi finisce per abitarla e persino comprenderla.
La morale
Sotto la superficie del disastro c’è, latente, una lettura prometeica, quella di chi apre una soglia senza reale comprensione di cosa ci sia dall’altra parte.
Kirkman costruisce spesso drammi morali partendo da personaggi convinti di stare facendo la cosa necessaria o la cosa giusta, per poi essere travolti dalle conseguenze di quella convinzione: e Oblivion Song non fa eccezione, nella sua corsa tecnologica guidata dalla curiosità e dall’impossibilità di controllare davvero ciò che si è scoperto.
Ma, come accade spesso nelle opere di Kirkman, vi è anche la famiglia a dare sostanza alla narrazione, la famiglia intesa come l’àncora, la giustificazione di ogni scelta, ed è qui raccontata con una varietà di declinazioni che attraversa ogni personaggio con la propria specifica logica.
Nat entra ed esce da Oblivion per trovare il fratello – ma abbandonando la compagna; Ed a Oblivion ha costruito la propria vita, la propria comunità, la propria famiglia; Marcus non vuole tornare nella zona perché ha una famiglia che ha bisogno di lui e alla fine ci torna proprio per proteggerla;
Keith tradisce la comunità che lo aveva espulso, non per ideologia né per vendetta bensì per salvare chi ama e, in questa scelta, Kirkman comprime tutto il suo pensiero sulla lealtà, sull’appartenenza, sul modo in cui l’amore familiare funziona spesso come bussola morale e, allo stesso tempo, come cortocircuito etico.
A fare da contrappunto a tutto questo ci sono il senso di colpa, il perdono, l’espiazione, il catalogo emotivo classico di Kirkman, presente e riconoscibile, come sempre, con i personaggi che cercano di rimediare al danno che hanno fatto e di ottenere, da sé stessi prima ancora che dagli altri, una qualche forma di assoluzione.
La società aliena
La lettura più interessante, e anche quella meno scontata, è quella sociologica / ecologica. Oblivion, pur essendo un mondo mostruoso, finisce per apparire a qualcuno come una possibilità. Kirkman lascia intravedere, fra le righe, una società contemporanea incapace di accogliere davvero chi non riesce più a rientrare nei suoi meccanismi. Il mondo reale ci tutela solo finché si resta dentro l’ingranaggio. Bisogna trovare un lavoro, funzionare, andare avanti, sopravvivere dentro regole che sembrano civili ma che spesso espellono chi non riesce ad adattarsi.
Oblivion è brutale, ma ha regole chiare. Si sopravvive oppure si muore. È una natura feroce, scoperta, leggibile. E così il paradosso diventa evidente. Sopravvivere in un contesto in cui si è alieni viene contrapposto all’alienazione del singolo nella società contemporanea con la comunità che non sa più come accogliere chi è stato dall’altra parte, con tutta la letteratura del PTSD dei reduci che si insinua in sottotraccia.
Chi torna da Oblivion è cambiato, porta qualcosa di Oblivion dentro di sé, e la comunità che nel frattempo è andata avanti non sa bene come guardarlo — incapace di accogliere quello che non riesce a riconoscere come uguale, esattamente come non riesce ad accogliere chi dall’ingranaggio è già scivolato fuori.
Il problema è che Kirkman spinge su questa poetica fino a farla diventare strumentale e, a quel punto, la credibilità vacilla. L’idea che si possa preferire un mondo alieno pieno di creature che vogliono divorarti perché almeno lì le regole sono chiare è una metafora comprensibile finché rimane metafora, ma quando il racconto la rende eccessivamente centrale il lettore comincia a opporre resistenza. Chris McCandless andò nel vero wilderness americano, non in una dimensione aliena, e morì di fame e debilitazione fisica.
Kirkman chiede molto di più alla suspension of disbelief del lettore, proponendo la vita comunitaria in una dimensione aliena come alternativa valida. Quello che è chiaro è che non tutti guardano Oblivion con gli stessi occhi.
Funziona meglio invece la dimensione ecologica che arriva al lettore in modo più convincente. Nathan non affronta Oblivion come un territorio da conquistare perché, come Ed, è un personaggio che manca, strutturalmente, di quella paura atavica dell’estraneo che governa tutti gli altri. Non hanno timore di ciò che non conoscono ma lo osservano, lo studiano, lo rispettano. E questa disposizione, che nel mondo reale li rende incapaci di rientrare nell’ingranaggio sociale, a Oblivion diventa una competenza, quasi una forma di privilegio epistemico.
La contaminazione che sta distruggendo l’ecosistema dall’interno è metafora esplicita, forse anche troppo smaccata, ma risulta credibile sul lungo periodo proprio perché non è un’ideologia sovrapposta al personaggio ma una conseguenza diretta del modo in cui Nathan si muove nel mondo, di qua e di là dalla soglia.
Vi è infine anche qualcosa di più atavico e più primordiale, la paura di ciò che non si conosce, di ciò che sfugge a qualsiasi categoria familiare, la paura per l’altro, lo straniero, l’alieno. Le creature di Oblivion non sono solo nemici ma sono anche la materializzazione di quell’angoscia ancestrale per il radicalmente altro che percorre tutta la storia umana e che Kirkman attiva senza mai nominarla esplicitamente.
Di contro, purtroppo, la caratterizzazione dei personaggi secondari è essenzialmente ridotta a sfondo: troppo esili per incarnare davvero quella comunità che l’opera vorrebbe rendere credibile e persino commovente, troppo veloce la narrazione per dare sostanza a questa seppur interessante idea.
All’atto pratico, man mano che la storia procede, Kirkman sceglie di dare forza al messaggio e al rapido svolgimento della trama più che alla sua digestione, e la tendenza all’astrazione buonista e a tratti ingenua si fa sempre più evidente, nell’atto eroico disinteressato, nella ricerca di coesistenza come unica via percorribile e in dinamiche che in qualche tratto vanno persino contro qualsiasi regola elementare di sopravvivenza. I salti temporali tra un periodo e l’altro dovrebbero aiutare la metabolizzazione del tutto ma finiscono per rendere la risoluzione ancora più straniante, come se Kirkman avesse fretta di arrivare dove vuole andare senza avere troppa premura di portare il lettore fino in fondo con sé.
Il comparto grafico
Il comparto grafico è il punto di forza più evidente e coerente dell’opera e il merito principale va a Lorenzo De Felici, capace di produrre qualcosa di visivamente traboccante e intelligentemente calibrato sulle scelte narrative di Kirkman.
La differenza tra i due mondi non è solo scenografica ma diventa linguaggio, con la Terra resa attraverso linee controllate, ambienti urbani riconoscibili, composizioni stabili, e Oblivion che rompe continuamente la tavola con forme irregolari, masse organiche e vegetazione che non obbedisce ad alcuna logica. Anatomie distorte e profondità confuse, creature enormi che occupano fisicamente la tavola con lo spazio che appare instabile: e questo smarrimento percettivo rispecchia quello dei personaggi in modo preciso e tutt’altro che banale.
De Felici non disegna Oblivion come un semplice scenario fantascientifico, bensì come uno stato mentale, come la materializzazione grafica del trauma e dell’ignoto, dell’alterazione e della perdita di orientamento che i personaggi vivono continuamente, e questa scelta toglie all’opera qualsiasi vocazione spettacolare in senso classico sostituendola con qualcosa di più viscerale e meno rassicurante.
Le scene di combattimento evitano la spettacolarità supereroica pura, preferendo un’azione caotica, pesante e sporca che rafforza la componente survival più che quella eroica.
Fondamentale, in tutto questo, il contributo del colore di Annalisa Leoni, che lavora con palette aggressive e artificiali, rossi incandescenti, viola tossici, arancioni sporchi, verdi malsani, rendendo Oblivion qualcosa che non sembra mai davvero naturale, una ferita aperta che sta continuamente trasformando tutto ciò che tocca.
Nel complesso Oblivion Song resta un’opera godibile, solida e visivamente potente. Mescola elementi già visti altrove, dalle dimensioni parallele alla città contaminata fino all’action survival post-apocalittico e, anche se non sempre, riesce a trasformarli in qualcosa di affascinante. Un racconto che riesce ad essere efficace tanto nell’esecuzione emotiva quanto in quella più spettacolare e avventurosa, nonostante la scrittura non sempre trovi la forza necessaria per sostenere le ambizioni tematiche prefissate.
Quindi l’opera funziona. Funziona perché ha ritmo, perché ha un immaginario riconoscibile, perché De Felici e Leoni costruiscono un mondo estremamente efficace e infine perché, dietro la sua apparente semplicità, c’è comunque una riflessione leggibile sulla nostra società, sul trauma, sulla famiglia, sulla colpa e sull’impossibilità di tornare davvero a casa dopo essere stati altrove e sulla nostra società nonché sul nostro posto nel mondo.
Non è un capolavoro. È un intrattenimento derivativo, piacevole, a tratti ingenuo, ma anche cupo, affascinante, ben ritmato e più persistente di quanto sembri. Il suo merito maggiore sta forse nell’aver preso un’idea abbastanza esile, averla caricata di topoi riconoscibili e averla trasformata in un fumetto compatto, scorrevole, imperfetto ma coinvolgente.
Un’opera che non convince sempre per profondità di scrittura, ma che lascia dietro di sé una traccia, soprattutto quando smette di spiegare il proprio messaggio e lascia parlare il canto disturbato, alieno e malinconico di Oblivion.
