Dylan Dog n. 448 “Anatomia dell’anima”

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Dopo Dylan Dog n. 446 “L’altro lato dello specchio” e Dylan Dog n. 447 “Hazel la morta”, si conclude con “Anatomia dell’anima” – di Alessandro Russo e Sergio Gerasi – il trittico di storie dedicato alle ingerenze delle Intelligenze Artificiali nel nostro quotidiano.

Visti gli albi precedenti, le aspettative per la conclusione di questo progetto non erano altissime. E invece in questa storia Russo riesce ad affrontare il discorso sulle A.I. (che, da notare, non vengono mai citate apertamente) rimanendo in perfetto equilibrio tra gli stilemi classici del personaggio e la deriva annunciata tre mesi fa dalla curatrice Barbara Baraldi. Lo anticipiamo subito per chi non ha ancora letto l’albo (visti i numerosi spoiler che seguiranno): questa è una buona storia.
Vediamo adesso brevemente perché.

La trama si presenta inizialmente come un classico giallo dalle tinte noir con tanto di serial killer in trench, pur non rinunciando ad attingere a piene mani dalle atmosfere più intime e riflessive del personaggio. Da “Memorie dell’Invisibile” a “Lama di rasoio“, passando per quel piccolo gioiello che è “Il sorriso dell’Oscura Signora“, i riferimenti ai canoni classici del personaggio sono quindi da subito espliciti e dirimenti per lo svolgimento della narrazione. Dylan indaga aiutando l’amore mensile della sua vita, gli omicidi proseguono, Bloch gli favorisce la solita imbeccata e Groucho gigioneggia da par suo. Tutto è perfettamente in linea con il mood classico della testata, fin troppo.

Eppure, pian piano che la storia procede, Russo riesce – con intelligente maestria – ad evocare non solo il classico canovaccio dylaniato, ma anche le sfumature e le riflessioni più profonde dell’era sclaviana con un ritmo compassato che rievoca le indagini di Rick Deckard. Non solo: queste sfumature e riflessioni diventano più forti attingendo ad altri topoi del personaggio e, man mano che la storia procede, arrivano a fondersi in un Dylan Dog più complesso e “contemporaneo” che non rinuncia a quello che è stato, ma si evolve conservando i suoi punti di forza.

Ne viene fuori un lavoro appassionato che si ispira al passato del personaggio, riuscendo a combinarlo efficacemente con la sensibilità del nuovo che ci circonda. Una sceneggiatura misurata, scritta con cura, che pesa ogni scelta narrativa, ogni passaggio e ogni giudizio: i piccoli indizi che accompagnano il lettore fino al twist finale sono ben disseminati, passano quasi come citazioni nerd ma si insinuano perfettamente nello scorrere delle indagini; i giudizi sulle vite e le scelte dei personaggi che Dylan incontra si alternano ad amare considerazioni, che il nostro affronta con la consueta ironia – che sfocia in rabbia quando l’ineluttabilità delle convenzioni sociali prende il sopravvento.

Questa storia ha inoltre il merito di farci comprendere quale, nelle intenzioni, dovesse essere la mission di Recchioni, quando ha provato a creare una continuity nella serie regolare del personaggio: Dylan Dog non può essere rinchiuso nel recinto della compartimentalizzazione, come già un tempo gli eroi Disney – e anche per loro il tessuto narrativo sta venendo ormai costruito secondo modalità rinnovate. Se un tempo ogni storia era una monade, con (rari) richiami di questo o quel personaggio semel in aliquando, adesso gli autori mostrano una maggiore consapevolezza nell’immergersi nel passato di Dylan e, come accade un po’ a tutti noi, nel riportare a galla eventi e persone dal passato, con i quali ci si incontrerà/scontrerà alla luce della propria avvenuta maturazione fino a quel momento. Un buon esempio, sebbene molto in anticipo rispetto al sostrato attuale, lo si può trovare qui.

Il lavoro di Sergio Gerasi si infila perfettamente in questo clima, riuscendo a tratteggiare un Dylan istrionico e romantico che si muove perfettamente a suo agio tanto nell’indagine quanto nelle interazioni personali. Esemplare di quanto il lavoro di Gerasi sia il perfetto riflesso di una buona sceneggiatura è l’uso delicato e funzionale della costruzione della tavola di pagina 71, che si pone non come un mero esercizio di stile, ma come squisita sincronia tra disegno e racconto.

Un’opera ben scritta e perfettamente disegnata, che ci propone finalmente il Dylan Dog annunciato mesi fa da Barbara Baraldi. Un Dylan Dog finalmente lucido e appassionato, che non affronta il nostro mondo con ostinato vittimismo populista (come già più volte visto in questi mesi) ma con la forza di un personaggio che ha, nell’enorme bagaglio del suo vissuto (sclaviano e non), gli strumenti per raccontare e decifrare gli orrori di questo mondo.

La menzione d’onore alla citazione più contorta va a Raul e Gianluca Cestaro per essere andati a pescare la copertina dell’edizione francese di “Quattro mosche di velluto grigio” di Dario Argento.

La menzione d’onore per la maledetta fretta va al “lorem ipsumrimasto vagante nella prima vignetta di pagina 46.

Sinossi

Lila chiede a Dylan di indagare sulla sua amica che, dopo essere scomparsa per una settimana, è tornata diversa: non è più la stessa persona gentile e amichevole che Lila conosceva, è diventata cinica e distaccata, dedita al lavoro e indifferente nei confronti del mondo. Nel frattempo un serial killer armato di coltello sta uccidendo silenziosamente nella notte di Londra.
Dylan Dog dovrà scoprire cos’è accaduto all’amica di Lila ed evitare che alla sua “cliente” accada la stessa cosa.

Dylan Dog n. 448 “Anatomia dell’anima”
di Alessandro Russo e Sergio Gerasi
16x21cm, 96 pagine, b/n, 4,90€
Sergio Bonelli editore, dicembre 2023

 

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Pasquale

Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre.

Oscar Tamburis

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

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