Non diremo che, alla fine di una cavalcata lunga 5 albi, dal numero 415 al numero 419, Bepi Vigna la chiude – almeno temporaneamente – in maniera analoga a quanto accade in La guerra dei mondi di H.G. Wells.
Fatta questa doverosa premessa, va detto che si tratta di una run nella quale il numero di pagine a disposizione viene gestito in maniera soddisfacente: sono relativamente pochi i momenti nei quali si avvertono sensazioni di fill-in – sebbene alcune sottotrame avrebbero potuto essere meglio suddivise lungo la generale narrazione – e la tensione crescente tra le parti in causa poggia e si sviluppa su fondamenti verosimili.
Ora, un bivio si pone ai fini della trattazione: una disamina (molto) lunga e articolata concorrerebbe sì ad un’esaustiva analisi di scenario, ma il rischio di perdersi lungo i rivoli generati nell’arco di un trentennio (sic!) di storie è elevato; di contro, un tentativo di analisi della sola run di per sé, senza fornire un benché minimo contesto, aprirebbe al rischio (anche qui) di continue digressioni, e di emulare il Manzoni nazionale non sembra al momento il caso.
Si tenterà pertanto un approccio misto, nella speranza di non cogliere e combinare il peggio delle due opzioni di cui sopra.
Non ci si può in ogni caso esimere dall’iniziare dal mai troppo citato Almanacco della Fantascienza del 1995, quando Vigna orchestra un racconto che abbraccia secoli interi, e che già presenta al lettore la fine del personaggio: un Nathan Never avanti negli anni, in un contesto in tutto e per tutto corrispondente alla sua natia Gadalas, salvo il fatto che nell’ultima vignetta la prospettiva si allarga, e l’inquadratura richiama alla mente le battute finali di Interstellar – ma con una ventina d’anni d’anticipo. Nel corso degli anni “questo” Nathan verrà riproposto solo un altro paio di volte, e qualche altro sparuto tassello verrà fornito per spiegare il perché e il percome.
Un altro elemento fondamentale è la (anche qui) già citata tripla del Caso Rose, che segna il reale punto di partenza di quel Vigna-verse che, da ormai una decina d’anni, è diventata la mitologia “ufficiale” del nostro. Con riferimento a questo specifico aspetto, Serra è stato il principale orchestratore di archi narrativi estesi fino al terzo gigante o giù di lì, intorno alla metà degli anni ’90 del secolo scorso, tra Nemo, Dakkar, tecnodroidi, ultra-sapiens e compagnia varia. Di lì in poi è subentrato Vietti, che per circa un ventennio ha espanso i confini dell’universo narrativo neveriano tanto nel tempo quanto nello spazio, introducendo quelle guerre che Serra aveva solo paventato, sulla scia dei disaster movies che hanno dominato il botteghino più o meno nello stesso periodo, per poi lasciare incompiuta un’opera nel frattempo divenuta poco meno che monumentale. Tra l’altro, fondamentalmente suo è stato l’apporto per la creazione di Mr. Alfa.
La difficoltà di risanare le crepe – o meglio, di salvare il salvabile – ha spinto verso un sostanziale giro di vite, attraverso il quale alcune sottotrame sono state concluse (Sara McBain e il senatore Sawyer, cfr. qui), ed altre semplicemente accantonate (Andy Havilland, la questione della reale identità di Darver), forse in attesa di tempi migliori per recuperarle.
Su queste basi Vigna ha gettato una serie di nuovi spunti: un nuovo villain omni-potente (Forbes) che inizialmente trama nell’ombra, e che si scoprirà tenere in pugno da molto tempo i vertici della politica mondiale; un nuovo, deciso, passo in avanti nel campo dell’esplorazione spaziale, con l’introduzione dei motori a curvatura; il programma di colonizzazione dello spazio esterno; la mai sopita condizione di tensione sotto traccia tra la Terra e i pretoriani di Marte. Tutto ciò si intreccia con la gestione di Nathan e, più in generale, dell’Agenzia Alfa all’interno di un classicamente mutevole quadro politico, sempiterna allegoria di quello reale. Il villain di cui sopra esce (in parte) allo scoperto, riportando in scena Darver e calando un asso fortissimo con Janine; Nathan si arroga il diritto di prendere in mano le redini dell’Alfa, e a farne le spese (in tutti i sensi) è Elania Elmore. Nel frattempo Mr. Alfa continua a giocare la “sua” partita con gli omini grigi, la stazione orbitante di Urania deturpa ancora lo skyline della Città Est (ma forse in realtà non è lì), mentre Nathan trova anche tempo e modo di bazzicare lo spazio (molto) profondo – sebbene in realtà ci fosse già stato – per testare in qualche modo la capacità dell’essere umano di arrivare là dove nessuno era mai giunto prima; nel frattempo, riceve la vita eterna (forse sì, forse no) nella fortezza del deserto dei tartari, e ha una profonda esperienza di incontro ravvicinato con entità aliene su Giove (forse sì, forse no). Come se non bastasse, l’intera realtà su cui fonda l’universo neveriano sembra essere solo il risultato di un costrutto in stile Matrix, Darver avverte Nathan dell’esistenza di resti tecnologici di civiltà aliene giganti, e la stringa di energia che staziona agli estremi del sistema solare, attraverso cui l’equipaggio della base spaziale Alfa scomparve a suo tempo, sembra essersi stabilizzata rivelando un passaggio verso un quadrante sconosciuto. Tutto questo per non dimenticare che Reiser è tornato e può usare un murchadna.
E sicuramente qualche altra cosa sarà sfuggita.
Confusi? Ci auguriamo vivamente di sì!
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