“Tapum”
di Leo Ortolani

Per fare la guerra in alta montagna ci vuole il maglione, ché fa freddo

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L’aforisma più celebre di Oscar Wilde sulla superficialità recita: “Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze“.

Questo per dire che con quest’opera l’autore parmense (anche se di natali pisani), universalmente noto come “papà” di Rat-Man, non fa alcuna deviazione dalla sua produzione “classica” – che è comica solo all’apparenza – anzi dimostra come le vette di lirismo raggiunte durante la ventennale saga incentrata sul più improbabile dei (super)eroi indicassero già da tempo una sua compiuta maturazione come autore a tutto tondo. La scelta di concentrarsi su un genere piuttosto che su un altro è alla fine solo un fatto di convenzioni: come la fantascienza ha sempre avuto nel suo DNA la peculiarità di proiettare il presente qualche minuto più in là nell’avvenire, è preclaro come quella dell’ironia sia solo l’ulteriore maschera per parlare delle umane miserie. Scegliere quindi di sovvertire le proporzioni della ricetta per raccontare storie “più realistiche ma con leggera venatura comica” – e anche qui continuiamo a parlare per convenzioni – è un passaggio che, volendo, Ortolani ha ufficializzato già da tempo, con esempi che vanno da Cinzia alla trilogia dello spazio, passando per Bedelia o la saga del Ratto.
Volendo rifarci a etichette precise, che tanto fanno stare sereni i patiti dell’incasellamento, Tapum si pone tra la rievocazione storica e un certo tipo di reportage a fumetti, che annovera nomi illustri come Joe Sacco o il nostro Zerocalcare. È proprio per questi motivi che l’autore mantiene la barra costantemente dritta, puntando l’occhio di bue su uno specifico palcoscenico cronotopico: la battaglia del monte Ortigara, combattuta nella Prima Guerra Mondiale sull’Altopiano dei Sette Comuni. La fonte principale di ispirazione, come scrive Ortolani in coda al racconto, è il libro La guerra del Bepi consigliatogli a suo tempo da Andrea Pennacchi.

La crudezza della guerra, l’inutilità non solo della guerra in sé ma anche e soprattutto nel modo in cui viene condotta, l’idealizzazione del concetto di Patria che violenta le menti dei semplici soldati – e che quindi verrà mostrata in una più conforme prospettiva demonizzata e demonizzante – portano appunto con sé un riverbero “comico” solo necessariamente involontario, quasi una versione gigantesca, enfiata, deforme del principio secondo cui vedere una persona che cade su una buccia di banana provoca una risata (lo fanno anche i panda).
Giovani alpini vengono mandati al massacro per permettere ai cosiddetti “potenti” di trovare una nicchia al tavolo dove siedono quelli ancora più potenti (chi ha detto Vienna?). Gli stati generali dell’esercito cui manca del tutto la percezione della trincea, ma che riescono sempre a trovare e a circondarsi di esaltati, da presentare come fulgidi esempi di amor patrio, e i cui ordini abbaiati con protervia andranno eseguiti a prescindere. La mancanza financo di una corretta preparazione all’arte della guerra (e in questo l’Italia nella sua storia novecentesca ha mostrato di essere maestra senza pari!), calpestata da incitamenti a regnanti che noi più facilmente possiamo associare ai biscotti per il tiramisù, contro nemici dipinti come mostri senza volto (chi ha detto Duel?), ma che in realtà non ci superano in umanità e abnegazione – e tutti alla fine a evocare una mamma che, da una parte e dall’altra del conflitto, aspetterà sull’uscio un insperato ritorno, con un maglione o una sciarpa fatti all’uncinetto perché sulle montagne fa freddo.

E dalla guerra del Bepi alla guerra di Piero – anche se forse non si chiamava così, ghe xe un bugiardo, il Piero! – il passo è doverosamente breve.

E accanto al Piero e al Bepi ci sono loro, Ortolani e Pennacchi, nei panni rispettivamente del tenente Mariani e del capitano Dolon, che si confrontano sulla vita, la morte, la guerra, la patria e le composizioni corali, tra scambi secchi di battute – perché il fronte non è posto per monologhi da tragedia greca, anche se la tragedia è tutt’intorno, eccome! – e visioni che non riescono, ma neanche vogliono edulcorare la narrazione con elementi sovra- o meta-qualcosa.
La teoria e la logica della guerra sono realmente cose serie e perfette in sé, al pari di qualsiasi altra idea nell’immaginario platonico: è la loro realizzazione, ad opera del fallibile uomo, che ne corrode l’essenza, al pari di qualsiasi altro phainómenon nella visione gnostica. Ma tutte quelle migliaia di anime cadute, sull’Ortigara come in ogni campo di battaglia in ogni luogo e in ogni tempo, hanno grama rivincita sulle filosofie presocratiche, una volta nell’abbraccio della Morte. Nomi affastellati su altri nomi, che la Patria stessa (di qualunque Patria si tratti) sarà spesso restia a ricordare; e allora saranno i sopravvissuti a vestirsi di quei nomi, nel segreto del resto delle loro vite.

Ortolani è autore unico di testi e disegni, e poco rimane da dire sul suo peculiare stile che non risulti rimasticazione di altro già scritto e detto. Il suo uso estensivo di mezze tinte per l’opera in questione non intende – nuovamente – smussare gli spigoli del passato, quanto offrire un omaggio discreto ai tanti Mariani e Dolon che hanno combattuto senza fine nella storpia riproduzione di un Valhalla nostrano, cercando (un) Dio nel fondo di un bicchiere, sbirciando le grazie della Patria tra le sue vermiglie vesti, o colloquiando con una Morte che si sorprende ai sempre nuovi modi che l’uomo ha inventato per renderle – consciamente o meno – sempiterno omaggio.
Lo stacco in nero tra un capitolo e l’altro sembra quasi un pellicola d’epoca che salta ogni tot fotogrammi, e incornicia istantanee di quella che anche troppo facilmente si può chiamare follia – per quanto, al di là di ogni facile retorica, termini più opportuni risulti ardua impresa trovarli.

Si può solo concludere citando Giobbe Covatta, che ebbe a dire che le guerre dovrebbero combatterle gli anziani, anziché i giovani: in questo modo ogni conflitto finirebbe subito per manifesta stanchezza delle parti – e di certo non ci sarebbero madri pronte ad elargire ai veteri combattenti pleonastici, preziosi consigli.

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