Per conoscere Dylan Dog: come proseguire?

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Proseguendo il discorso cominciato nel precedente articolo associamo ora, alla scelta del primo albo, altre due storie (per noi) di primaria importanza per scoprire e conoscere Dylan Dog.

Pasquale: Ciao Oscar, ci eravamo lasciati con me che suggerivo per iniziare il n.1 “L’alba dei morti viventi”, e tu che preferivi invece il n.19 “Memorie dall’invisibile”. Come prosegue adesso la tua triade di fumetti dylaniati essenziali?

Oscar: I due albi che ho individuato sono il n.7 “La zona del crepuscolo” e il n.18 “Cagliostro!”.

Pasquale: Se ben capisco, quindi, il tuo criterio è quello di presentare al neofita, da un lato il primo il vero horror metafisico affrontato dal personaggio; dall’altro, invece, l’altrettanto caratterizzante filone cosiddetto “splatter a gó-gó”, in cui si spinge l’acceleratore sul nonsense tipico sclaviano. È così?

Oscar: Sì, corretto. Ne La zona del crepuscolo, Sclavi ci presenta l’archetipo narrativo dello sperduto villaggio dell’entroterra britannico in cui si perpetua una realtà impossibile, che sfida tutti i canoni della natura. A Inverary la banalità viene “eretta a sistema”, tanto per usare le parole del dottor Hicks: “Se proprio non si può evitare la morte, ci si può in qualche modo dimenticare di morire, estendendo all’infinito l’attimo di passaggio tra ciò che è prima e ciò che è dopo.

Dylan si imbatterà in numerose situazioni del genere (da Ramblyn a Pitsofcask, a Tueentoun, giusto per citarne alcuni) che costituiscono pertanto una delle facies che meglio caratterizzano la sua vis narrativa. Sclavi mostra ancora una volta di sapere frullare innumerevoli spunti di letteratura sia “alta” che “bassa” (da Dante, a Poe, passando per il classico cimitero infestato da gente che esce dalle tombe), attraverso lo sguardo disincantato e pur tuttavia partecipe di un giovanotto accompagnato da un assistente sparabattute
Il fascino della storia risiede inoltre nei disegni dell’inossidabile duo Montanari & Grassani, con il loro tratto netto e pulito, non artefatto, eppure sempre capace di far recitare efficacemente i vari personaggi.

Pasquale: Questa volta concordo con te: anche per me questa storia è stata ed è ancora una delle avventure che più mi hanno affascinato. Lo rilessi decine di volte ed andai a cercare ovunque i riferimenti lasciati da Sclavi qua e là nella storia. Recentemente ne ha parlato anche Marco nella sua rubrica, sintetizzando alla perfezione l’emozione della mia prima volta con l’albo. Lo cito testualmente perché non saprei spiegarlo meglio di così: “Il lento scivolare di un’intera cittadina lungo il labilissimo confine tra la vita e la morte, con l’eterno perpetuarsi delle stesse azioni tutti i giorni, per l’eternità… L’adattamento del racconto di Edgar Allan Poe sulla mesmerizzazione di Valdemar, dai toni cupi e angoscianti… Il richiamo a Xabaras, che incrocia di nuovo – sia pure indirettamente – la strada del protagonista… I dialoghi brillanti alternati a tirate quasi filosofiche… E, naturalmente, le infinite citazioni“.

Oscar: Bene, quindi questa volta siamo tutti d’accordo 🙂

Pasquale: A quanto pare sì, Crepuscolo sia!
Passiamo invece al tuo secondo albo, Cagliostro!. Perché questa storia e non, ad esempio, Golgonda? Il filone potrebbe essere il medesimo.

Oscar: Proprio perchè il filone è lo stesso, bisogna partire dalla storia che lo inaugura! Tutta la vicenda di “Cagliostro!” ruota attorno a due elementi cardine: anche qui, da un lato la signora Di Passio/Blucher che dice a Dylan di aver costellato la sua odissea americana di numerose “citazioni”, per le quali lui ha un debole; dall’altro, Dylan che accarezza Cagliostro dicendo “non è che abbia capito molto...”.

Dylan Dog nasce come personaggio che, proprio per il lavoro che fa, spesso si trova invischiato in faccende più grandi di lui; se poi queste faccende sconfinano nel sovrannaturale, è comprensibile che lui stesso faccia fatica a mettere in fila gli eventi per trovare dei nessi causa-effetto (e poi dove sta scritto che ci debba per forza essere un perchè, alla base di tutto?). Il Dylan Dog derivativo che leggiamo oggi smarmella il citazionismo, per giustificarsi chiama in causa la oramai abusata etichetta di post-modernismo: in questo modo la citazione diventa non un valore aggiunto (o anche solo una strizzatina d’occhio), quanto uno sfoggio di cultura popolare fine a se stesso. Questa storia ci mostra invece come l’autore fosse non solo imbevuto di un (positivo) background culturale – come già prima accennato – ma che ancora una volta riuscisse a veicolarlo mediante un riuscito senso di leggerezza, tirando dentro in maniera intelligente (e non aridamente erudita!) il concetto di citazione di cui sopra. L’apparente non-sense trova quindi comunque una giustificazione (sebbene sempre all’interno di quel contesto sovrannaturale di cui sopra), la quale però non ha la pretesa di porsi come contraltare logico e concreto a tutti i costi (cosa che caratterizza invece gran parte dell’opera di Chiaverotti).

Rimane quindi il divertimento di leggere dei sogni horror di un gatto magico millenario – e forse proprio per questo usato poco, e spesso male, dagli autori – illustrati da un Piccatto dalle stile acerbo per certi versi, già maturo per altri, di certo adattissimo a rappresentare una certa vena splatter attraverso il suo tratto morbido, sporco e grondante.

Pasquale: Io invece aspetterei ancora un po’ per suggerire il nonsense, e per la mia terza storia essenziale indico il n.25 Morgana.
Questo albo continua, ed in certo senso completa, quanto iniziato nel n.1 ed è, ad oggi, il punto di partenza (e di arrivo) di tutte le future derivazioni narrative sulla biografia del personaggio: negli ultimi trent’anni, infatti, per distruggerlo, approfondirlo, raccontarlo o svelarlo, si è partiti comunque da questa storia. Da qui, ad esempio, Bilotta partirà per dare il via al suo ottimo Dylan Dog alternativo; sempre da qui ripartirà Pasquale Ruju per il n.300, o si fermerà Roberto Recchioni per il n.400.
Sclavi riesce inoltre a scrivere con leggerezza una danza tra sogno (incubo), ricordo e risveglio, in cui l’assurdità della vita e l’accettazione della stessa si fondono con la ricerca dell’amore e la perdita dello stesso.
Quello che mi sorprende ancora oggi, rileggendolo, è come, nonostante l’assurdo ed il metafumetto, la storia scorra veloce ed al contempo profondamente malinconica e critica: una sorta di “credo quia absurdum” (io credo perché è assurdo, n.d.r.) che però fa del paradosso non tanto un ingombro, quanto una chiave di lettura attraverso la quale l’autore tende la mano e si offre al suo pubblico.
Anche questo Dylan Dog, per me, riesce a raccontare tutto quello che l’autore ha a cuore senza mai gridarlo, lasciandolo semplicemente sentire al lettore.

Oscar: E i disegni di Angelo Stano fanno il resto.

Pasquale: Esatto. Il tratto asciutto e diretto di ascendenza espressionista di Stano accentua ogni espressione e momento, dalle placide biciclettate alle efferate carneficine.

Oscar: E così siamo arrivati a tre alibi essenziali a testa, con uno solo in comune (per adesso). É simpatico per noi – e si spera stimolante per chi legge – continuare a scoprire che non esiste – fortunatamente – un percorso unico e unitario per definire e raccontare Dylan Dog.
Continuiamo nel prossimo articolo quindi, con altri due albi a testa, per un totale di ben cinque storie essenziali.

Pasquale: Va bene. Buona lettura care amebe, e nun ce rompete [cit.]

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