Per conoscere Dylan Dog: da dove cominciare?

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Ciao, tu che hai letto tutti i Dylan Dog, da quale mi suggeriresti di iniziare?

Pasquale: Ciao Oscar, ieri un mio caro amico mi ha detto che, nell’ultimo anno, ha preso in edicola alcuni fumetti di Dylan Dog; questi gli sono piaciuti così tanto che mi ha domandato quali albi dovrebbe leggere per poter capire ed apprezzare in toto il personaggio.  Mi aiuteresti a buttar giù una “lista essenziale” di quei Dylan Dog necessari a scoprirlo e apprezzarlo, pur senza far smarrire questo nuovo lettore in quasi quarant’anni di storie?

Oscar: Caro Pasquale, la risposta è semplice e complessa ad un tempo: è semplice, perchè la lista va fatta inevitabilmente prendendo come spunto principale la prima cinquantina di storie della serie regolare (checché se ne possa dire, il nucleo fondante del personaggio sta lì, per cui è lì che va cercato l’essenziale di cui dicevamo).
La complessità deriva dalla necessità di introdurre un qualche tipo di criterio di lettura, per una conoscenza guidata e graduale.
Idea: seguiamo l’esempio del buon Cristian per Zagor, e proviamo ad “aggredire il dominio” in maniera progressiva. Mi spiego meglio: iniziamo a pensare a quale sarebbe il primo numero che ciascuno di noi farebbe leggere ad un neofita – o comunque qualcuno che si è approcciato al Dylan derivativo degli ultimi anni. Magari potremmo poi associarne altri 2, per un totale di 3, quindi altri 2 (per un totale di 5), e infine un blocco di altri 5 numeri in fila, per arrivare a 10.

Pasquale: Ci sto, così non andiamo “di pancia”, ma seguiamo una sorta di ordine. Altrimenti ci verrebbe quasi spontaneo propendere più per albi che abbiamo amato – e quindi un tipo di suggerimento basato più sul cuore che sulla effettiva necessità di “imparare a conoscere il personaggio”. Sul limitarsi poi ai primi cinquanta albi concordo, ma forse è perchè siamo due puristi della vecchia guardia!
Comincio: a mio parere, il primo albo di Dylan Dog da leggere è il n.1, “L’alba dei Morti Viventi”

Oscar: Perché?

Pasquale: Perché c’è tutto il Dylan di Tiziano Sclavi (quasi tutto, dai), che si mostra capace di citare, con apparente semplicità e scioltezza, tutto quel cinema horror anni ’70 e ’80 che ha caratterizzato un genere (ed un’epoca) e riesce a tirar fuori un’avventura che parla ad una generazione che in Italia faticava, fino a quel momento, a trovare una forma di fumetto che fosse sua e non ereditata dai padri: horror, splatter, sesso, ironia con un antieroe scanzonato, romantico e imperfetto che si lascia travolgere dagli eventi pur senza farsi sopraffare. Mai perfetto, sempre carismatico.
Critica sociale, pessimismo, senso di inadeguatezza di una generazione, di molte generazioni.
E poi c’è l’avventura, il tratto di Angelo Stano, le domande lasciate in sospeso. E c’è Groucho – per tacere della monumentale ed iconica copertina di Claudio Villa.
Per te invece? Se fosse un solo albo, una sola storia, quale sarebbe?

Oscar: La questione per me è meno ovvia di quanto si possa pensare: inevitabilmente, la cinquantina di storie su cui bene o male abbiamo deciso di muoverci è costellata di “prime volte”, intese come storie in cui compare per la prima volta questo o quel personaggio (buono o cattivo che sia), o che inaugurano un certo filone.
Il n.1, pur racchiudendo tutto quello che dici tu (e altro ancora) è anche inevitabilmente didascalico perché deve presentare il paradigma del personaggio: chi è, cosa fa, come lo fa, chi lo accompagna, che carattere ha, chi è la sua nemesi. Pur essendo Sclavi riuscito a mettere tutto dentro in una forma miracolosamente semplice e lineare, è appunto troppo “introduttivo”.

Pasquale: È proprio per questo che, dovendo sceglierne uno, sceglierei questo. È semplice, ma nonostante ciò innovativo ed efficace: presenta bene il personaggio lasciando agli albi successivi la possibilità di sconvolgere il lettore con la sua poetica.

Oscar: Io invece penso ad una storia che abbia gli stessi elementi, ma che sia slegata dal vincolo di doverli presentare al lettore e che incidentalmente riesca anche a non essere un numero che introduca un personaggio, o una tematica. Forse però sto ponendo troppi paletti, per cui punto sul n.19, “Memorie dall’invisibile”.

Pasquale: Scelta complessa: perché?

Oscar: In questo albo gli stessi elementi che indichi tu sono ugualmente presenti, ma Dylan si muove senza doversi presentare, anzi Bree Daniels – la ragazza che lo assolda – ha anche delle caratteristiche particolari che infrangono in qualche modo la classica dinamica investigatore/cliente (per quanto Bree sia IL grande amore di Dylan, ancora oggi ripreso e rivisto, vedasi i team-up con Morgan Lost)
Nel n.19 assistiamo inoltre a quella che possiamo definire “reificazione della metafora”: l’invisibilità dell’uomo qualunque che diventa un fenomeno reale, ma che viene vissuta con ironico distacco, mentre l’orrore vero si nasconde dietro la maschera del perbenismo.

Pasquale: Lo sapevamo che sarebbe stato complicato. Alla fine abbiamo però due albi comunque importanti, che presentano due strade differenti di approccio al personaggio: io preferisco il primo numero per non “spaventare” il nuovo lettore che si approccia oggi a Dylan Dog, dopo una manciata di albi recentissimi, quindi più “poveri” e di questi contenuti e, soprattutto, per non “bruciare” così presto una storia tanto importante ed affascinante come quella scelta da te – la quale, a mio parere, necessita di un più solido background per essere apprezzata, soprattutto oggi, per chi non è cresciuto con Dylan.

Oscar: Ed io al contempo vedo in “Memorie dall’invisibile” la prosa intimistica ed insieme ironica di Sclavi nella sua forma più vera e per certi versi disarmante. Un miscuglio di registri narrativi che si erge rispetto al panorama della letteratura a fumetti – perlomeno nostrana – dell’epoca (per certi versi, l’unica “voce nuova” era stata quella di Martin Mystére che aveva debuttato pochi anni prima, ma lì le premesse di partenza del personaggio sono totalmente diverse, per cui un confronto “alla pari” è fuori discussione: basti semplicemente pensare agli alterni toni che hanno caratterizzato i primi due team-up tra Dylan Dog e Martin Mystére, usciti proprio in quegli anni, a firma prima di Alfredo Castelli, poi di Tiziano Scavi).

Tornando al discorso principale, come detto nel n.19 l’elemento soprannaturale non rimanda ai cosiddetti “mostri” (come ad es. gli zombie del n.1), bensì parte da premesse del tutto diverse e di certo per l’epoca innovative. Lo stesso autore non manca di farcelo capire con tutta una serie di frasi azzeccatissime, quasi degli slogan (come poi alcune sarebbero effettivamente diventate, nel successivo impegno di Dylan nel sociale); inoltre, ciò che emerge è un personaggio a tutto tondo, che fa i conti con le bizzarrie della vita da un osservatorio particolare, grazie al mestiere che si è scelto. Il suo intervento nello sciogliersi della trama è spesso marginale, sono gli invisibili fili del destino che tessono un ordito nel quale anche Dylan ricade il più delle volte accidentalmente. L’elogio di questa “causale casualità” è stato di fatto uno dei punti di rottura con il passato, e uno dei punti di forza del personaggio.

In ogni caso, lo sforzo che si richiede al neofita è quello di leggere questi albi cercando di immedesimarsi nello spirito di quei tempi, altrimenti quella carica di innovatività che noi due ancora scorgiamo, rileggendo queste storie pur a distanza di anni, rischierebbe di venire fortemente travisata dai filtri delle odierne dinamiche sociali – un po’ come se un giovane ascoltasse oggi i Beatles e li bollasse con un “già sentito”, senza capire che il 90% del pop (British, ma anche mondiale) che ascoltiamo è nato proprio da loro.

Pasquale: Bene, adesso il neofita che si approccia a Dylan Dog ha davanti a se due linee parallele e può cominciare la sua scoperta del personaggio. Se poi, una volta letti questi albi, è ancora interessato, io continuerei il gioco, come detto in premessa, aggiungendo altre due storie nel prossimo articolo.

Oscar: Va bene. Buona lettura care amebe, e nun ce rompete [cit.]

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