Nathan Never: viaggi, presenze, ritorni e variazioni sul tema

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In quanto serie fantascientifica (o, come si usa dire oggi, sci-fi), per Nathan Never il tema dell’espansione dell’uomo nello spazio, in termini prima di ricerca e poi di conquista, è stato presente fondamentalmente sin dagli esordi. La narrazione dello sviluppo della tecnologia a tale scopo ha accompagnato, più o meno in sordina, l’evoluzione dell’universo dell’agente speciale, e quest’ultimo si è sempre trovato bene o male in prima linea nei momenti clou di questo percorso. 

Nel Nathan Never n.377 della serie regolare – del quale, prima o poi, si troverà aggio e coraggio di parlare – si apprende che l’umanità è ormai pronta a spingersi oltre l’Universo ad oggi conosciuto: la tecnologia dei nuovi propulsori a curvatura apre infatti nuovi scenari ed infinite possibilità. Nathan viene convocato da Solomon Darver, divenuto a seguito di varie vicissitudini il direttore globale del programma di esplorazione dello spazio profondo, e invi(t)ato da questi a spingersi dove letteralmente nessun uomo era mai giunto prima.

Questa premessa fa da sfondo alle due storie pubblicate nei Nathan Never n.378 e n.379 che, pur essendo nominalmente a sè stanti, creano in realtà un unico arco narrativo ad opera tra l’altro degli stessi autori, ossia Bepi Vigna ai testi, e Max Bertolini ai disegni.

Il Pianeta delle Nebbie

Nathan intraprende il suo primo viaggio interstellare “ufficiale” per indagare sugli strani fenomeni verificatesi sul pianeta Thedus, nel Sistema Solare di Alpha Centauri. Senza addentrarci troppo nella trama, va tutt’al più sottolineato che Vigna attinge inevitabilmente a piene mani dall’immenso immaginario legato alle tematiche dell’esplorazione (anche) dello spazio profondo, dalle suggestioni de “Il pianeta proibito” (a sua volte debitore della Tempesta shakespeariana) agli aspetti più routinari (il rispetto dei protocolli, ricordato una pagina sì e l’altra pure!) che rimandano a opere come Star Trek, passando attraverso rimandi interni alla serie stessa. La storia scorre senza particolari scossoni, né in negativo né in positivo, configurandosi come un buon prodotto sci-fi fatto di buio, spazio profondo e incubi.

Il vero valore aggiunto è dato dai disegni di Bertolini che riesce, con retini, sfumature e inquadrature, a rendere al meglio ogni singola situazione, grazie ad una sceneggiatura quasi fatta apposta per valorizzare sia la sua precisione nel dettaglio sui campi aperti, sia la sua capacità di esaltare il pathos nelle più strette inquadrature fatte di nebbia. Non mancano infine rimandi alla continuity, con nuovi semi qui gettati ma che verosimilmente si potranno valutare solo in (si spera non troppo lontano) futuro.

Presenze

La storia narrata in Nathan Never n.131, cui già si faceva cenno nel numero precedente, viene qui invece completamente ripresa e riscritta, innestandovi ulteriori suggestioni prese di peso da Solaris.

Nathan non fa in tempo a tornare da Thedus che, “già che era lì”, viene nuovamente inviato in missione nello spazio profondo, stavolta costretto a fare i conti con i propri fantasmi. Questo tema invero è già di per sé uno dei leitmotiv del personaggio e poco importa il pretesto in sé: i suoi fantasmi ci sono sempre stati è questa non è che un’altra occasione per affrontarli. Nathan è però cambiato nel tempo. La sua maturazione psicologica, indipendentemente da come sia stata gestita nel corso degli anni, si è sviluppata attraverso un percorso interiore di (dolorosa) accettazione di sé: ciò fa sì che le visioni e i turbamenti scaturiti dalle presenze care alla sua memoria attecchiscano meno rispetto a prima, e il nostro è ora in grado di uccidere (metaforicamente parlando), o quantomeno affrontare a viso aperto i mostri che comunque risalgono dall’abisso delle sue memorie. Un diminuito coinvolgimento emotivo, se da un lato è un segno positivo per il personaggio, dall’altro poco aiuta il lettore a farsi trasportare dalla storia: per superare quindi lo scarso risultato finale registrato all’epoca, lo stesso Vigna cerca stavolta di caricare maggiormente sul versante dell’impatto emotivo, sfruttando meglio i fantasmi degli altri personaggi presenti nella storia, oltre che il senso stesso della loro comparsa. Questa volta quindi la premessa del rimorso personale che diviene rimorso generale dell’essere umano, posta alla base della precedente storia, viene meno; una lettura meno sociologica e più personale permette all’autore di dare un tono totalmente nuovo alla vicenda e di evitare le classiche e lunghissime dissertazioni corredate da spiegoni presenti invece nell’albo precedente. Il risultato è una narrazione di certo meno prolissa e contorta ma, purtroppo, non altrettanto ritmata.
Il generale tono più introspettivo della storia, unitamente ad uno sviluppo più in interni, non permette a Bertolini di prodursi nell’apoteosi che pure aveva saputo mettere in campo nel numero precedente: la minore carica di spettacolarizzazione gli permette però di concentrarsi e giocare con le espressioni e i corpi, ottenendo comunque anche qui un risultato di livello – sebbene rimanga poca cosa se paragonato al pregevole lavoro carico di angosciante e claustrofobico orrore narrato da Roberto De Angelis nel n.131.

Una falsa storia doppia

Va dato merito a Bepi Vigna di essere riuscito a riscrivere se stesso (dopo che già aveva riscritto Stanisław Lem) creando una coppia di storie back-to-back che, partendo da premesse già conosciute, riesce a giungere a nuove e diverse conclusioni. 

Sembra quasi che ci sia oggi, da parte dell’autore, una nuova volontà di scrivere il personaggio rispetto a vent’anni fa: si riscontra da un lato, oltre alla (necessaria) capacità di reinterpretare numerose fonti di ispirazione sul tema, il piacere di mantenere una coesione interna al personaggio, mostrando come questi sappia ora interfacciarsi con maggiore maturità con aspetti del suo passato. Tecnicamente parlando, ciò si traduce nella (anche qui necessaria) capacità di recuperare, in forma ragionata e ordinata, personaggi e tematiche disseminati in ormai più di 30 anni di vita editoriale – basti anche solo pensare alla cover del n.379, che raccoglie e reinterpreta suggestioni tratte dalle cover dei n.21 e 92. Dall’altro lato, è cosa nota che, proprio perché il tema dell’espansione dell’uomo nello spazio è presente nella serie fin dagli esordi, Nathan abbia già viaggiato in lungo e in largo nell’universo in più di un’occasione (si veda ad es. qui), grazie ad eventi di portata straordinaria che trascendono il “normale” sviluppo tecnologico della razza umana: questi stessi eventi hanno però spesso influenzato occultamente suddetto sviluppo, che quindi è arrivato, sebbene con tempi più dilatati, a risultati che erano già stati segretamente raggiunti; ciò che conta però è che ora tali risultati siano “canonici” nella serie, e quindi passibili di fornire agli autori nuova linfa per arricchire i prossimi canali di sviluppo anche sulla suggestiva deriva di epopee spaziali come quelle narrate in capolavori quali 2001 Nights

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