La psicologia del “divenire”: oltre l’eroe monolitico
Impossibile parlare di Dago senza approfondire la figura del suo creatore: Robin Wood. Dopo una puntata dedicata ai disegnatori del Giannizzero Nero, il nostro approfondimento periodico su Dago obbligatoriamente si concentra sul suo creatore.
Definire la grandezza di Robin Wood attraverso Dago – il suo personaggio più celebre – significa analizzare un punto di svolta fondamentale nel fumetto mondiale. Il Dago di Wood non è solo la storia di un nobile veneziano tradito che diventa schiavo e poi giannizzero: è il manifesto di una narrazione “totale” che ha elevato il fumetto popolare a letteratura storica e introspettiva.
L’impatto di Wood sulla nona arte è paragonabile a quello dei grandi romanzieri d’appendice del XIX secolo, ma con una sensibilità psicologica moderna che ha reso il “Giannizzero Nero” un’icona immortale.
Una delle caratteristiche del suo Dago è sicuramente la capacità di adattamento: non è un eroe monolitico e Wood ce lo insegna fin dall’inizio della saga del suo personaggio. Cesare Renzi non “diventa” Dago in una sola tavola; la sua trasformazione è un’erosione lenta e dolorosa.
Nei manuali di storytelling dedicati al fumetto c’è sempre una parte dedicata agli archetipi: quelle figure che al di là del genere, del tipo di storia e dello stile, ricorrono sempre. Se esiste l’eroe senza macchia e senza paura, beh possiamo sicuramente affermare che Wood ha creato un eroe atipico.
Wood infonde in Dago un pessimismo cosmico (figlio della sofferenza e del tradimento) bilanciato da un’etica incrollabile. Dago è un uomo che ha perso tutto, compreso il proprio nome, e questa “libertà forzata” gli permette di osservare il mondo con un distacco critico che è il marchio di fabbrica dello sceneggiatore.
Wood ha saputo trasformare la solitudine in un punto di forza narrativo. Dago è sempre “l’altro”: veneziano tra i turchi, giannizzero tra i cristiani, nobile tra gli schiavi. Questa condizione di eterno straniero permette a Wood di esplorare la condizione umana da angolazioni sempre inedite.
La tridimensionalità del dolore: la struttura dei personaggi
A differenza di molti eroi dei fumetti che “cercano” l’avventura, Dago è spesso un testimone. Wood lo trascina negli eventi della Storia (il Sacco di Roma e l’assedio di Vienna sono solo alcuni esempi). Dago non cambia la Storia, ma la Storia cambia lui. Questo realismo magico-storico rende l’epopea del Dago di Wood un capolavoro difficile da eguagliare.
Anche le figure dei villains sono particolari: Wood non ha mai creato un villain fine a sé stesso. Ogni antagonista di Dago (da Kair-ed-Din il Barbarossa a Giacomo Barazzutti) è guidato da una logica ferrea, spesso tragica.
Altri nemici rimangono nell’immaginario collettivo come figure iconiche: si pensi alla campagna di Vienna e all’incontro di Dago con Vlad Tepes.
Wood amava mostrare la nobiltà nel fango. Un pirata spietato poteva avere un codice d’onore più alto di un nobile veneziano. Questa ambiguità morale è il marchio di fabbrica dello scrittore paraguaiano.
Gli archetipi femminili introdotti da Wood
Anche nella presentazione delle donne nella serie di Dago, Wood crea qualcosa di alternativo rispetto ai normali cliché.
Prendiamo Roxana, una figura rimasta impressa nell’immaginario dei lettori e appartenente al periodo iniziale della saga del Giannizzero Nero. È l’esempio perfetto della capacità di Wood di romanzare la storia senza tradirne l’essenza. Nella sua sceneggiatura, Roxana non è solo l’amante del Sultano: è una stratega machiavellica. Wood la descrive come una donna che ha trasformato la sua schiavitù in un’arma, una “Dago al femminile” che gioca a scacchi con i destini delle nazioni.
Queste donne non sono mai “accessorie”. Wood usa personaggi come Roxana o le nobili veneziane per mostrare che, mentre gli uomini combattono con le spade (potere palese), le donne governano attraverso l’informazione e il desiderio (potere occulto).
Talvolta le figure femminili introdotte da Wood non sono semplicemente “cattive”. Sono pragmatiche: preferiscono scegliere la sopravvivenza al romanticismo. Questa sfumatura grigia è il marchio di fabbrica dell’autore: la donna ha il diritto di essere ambiziosa e persino spietata quanto un uomo.
Personaggi come la piratessa o la cortigiana onesta servono allo sceneggiatore per riflettere le contraddizioni di Dago. Spesso sono loro a impartire lezioni morali al Giannizzero, smascherando la sua malinconia o il suo eccessivo orgoglio.
Wood ha rivoluzionato il lettering e le didascalie. In Dago, la voce fuori campo non descrive ciò che vediamo (errore comune di molti sceneggiatori), ma aggiunge un livello metafisico. Spesso le didascalie in Dago non descrivono l’azione (che è affidata al talento di maestri come Alberto Salinas o Carlos Gomez), ma esprimono riflessioni filosofiche, malinconiche e poetiche.
Le sue introduzioni non sono mai “Intanto, a Costantinopoli…” o didascalie classiche come “Nel frattempo” o “Poco dopo”.
Sono riflessioni sulla polvere, sul vento, sulla solitudine. Wood usava frasi brevi, sincopate, quasi come una poesia modernista: capì che un uomo che ha subìto un trauma come il tradimento della propria famiglia parla poco. Ha costruito il carisma di Dago sui suoi silenzi, lasciando che fossero l’ambiente o i comprimari a riempire lo spazio sonoro. In Dago il silenzio diventa protagonista di molte sequenze delle sue avventure. Wood padroneggiava l’arte della sintesi: sapeva quando far tacere i personaggi per lasciare che il destino facesse il suo corso, alternando momenti di estrema violenza a pause riflessive quasi liriche.
Anche su certe inquadrature o piani sequenza, il dono della sintesi è sempre stata una caratteristica fondante dello stile dello sceneggiatore. La sua capacità di produrre storie autoconclusive di 12-14 pagine (il formato settimanale di Lanciostory e Skorpio) che avessero la profondità di un romanzo di 500 pagine è un caso che andrebbe studiato nelle scuole di sceneggiatura.
Il realismo lirico e statico da affidare a Salinas
Come già affrontato nella puntata precedente, abbiamo visto come le prime due grandi fasi grafiche dell’epopea di Dago abbiano riguardato due disegnatori: Alberto Salinas e Carlos Gomez.
Con questi due giganti del disegno, Wood è riuscito ad adattare il suo stile di sceneggiatore, dote che ha prodotto dei mutamenti nelle dinamiche delle storie e nello sviluppo e crescita di Dago.
Con Salinas, Wood scriveva per un maestro del tratteggio classico. Lo stile di Salinas era elegante, quasi calligrafico, ma meno dinamico rispetto ai canoni moderni.
La composizione della tavola e quindi il ritmo dato alla sceneggiatura da Wood venne focalizzato su tempi lunghi. Le vignette di Salinas sembravano incisioni d’epoca; Wood riempiva quegli spazi con monologhi interiori densi e poetici. La parola sosteneva l’immagine, creando un’atmosfera di solennità quasi teatrale.
Il Dago di Salinas era un eroe malinconico, il cui volto portava il peso dei secoli. Wood scriveva per un uomo che appariva più vecchio della sua età anagrafica, un filosofo in armatura che osservava la decadenza del mondo. Molta introspezione, dialoghi colti e una costruzione della tavola che privilegiava il dettaglio storico del costume e dell’architettura.
Il dinamismo cinematografico da affidare a Gomez: sintesi e azione
Quando Gomez subentrò negli anni Novanta, Wood comprese immediatamente che la “musica” doveva cambiare. Il tratto di Gomez è esplosivo, plastico, fortemente influenzato dal dinamismo dei comics americani ma con una precisione europea. Wood iniziò a “togliere” parole. Sapendo che Gomez poteva rendere un combattimento o una cavalcata con una forza visiva travolgente, lo sceneggiatore lasciò che l’immagine parlasse. Le sequenze d’azione divennero più lunghe e articolate, con un montaggio delle inquadrature molto più “cinematografico”.
Di conseguenza, con Gomez Dago è diventato un eroe più fisico, atletico e sensuale. Wood iniziò così a scrivere situazioni che mettessero in risalto questa nuova vitalità: più duelli, più interazioni fisiche, una gestualità più marcata. Il cinismo di Dago divenne più graffiante e meno rassegnato. Pur mantenendo una ricostruzione storica sempre certosina, il ritmo si fece serrato. La narrazione di Wood divenne più “visiva”, riducendo le didascalie filosofiche a favore di scambi verbali rapidi e taglienti.
Nonostante queste differenze, la grandezza di Wood è stata nel non tradire mai l’essenza del personaggio. Che fosse il Dago ieratico di Salinas o quello scattante di Gomez, la voce interiore (quella che Wood definiva “l’anima del Giannizzero”) è rimasta identica: un mix di onore, disillusione e un’ironia sottile verso le follie degli uomini.
Wood ha dimostrato che una grande sceneggiatura non è un vestito rigido, ma un tessuto elastico capace di adattarsi alla mano dell’artista senza strapparsi.
Il Macromondo e il Micromondo delle storie di Wood
Che siano grandi storie o piccole storie, la potenza narrativa di Wood le ha sempre innalzate a livelli epici. Prendiamo un paio di esempi.
Nelle avventure americane di Dago, Wood non scrive un semplice racconto di conquista, bensì mette in scena lo scontro tra due diverse forme di “assoluto”. Wood dipinge Hernán Cortés non come un “cattivo da fumetto”, ma come un uomo divorato da un’ambizione che confina con la follia religiosa e politica. Dago, in questo scenario, funge da coscienza critica. Wood usa la giungla e le città azteche per isolare Dago. Qui, il Giannizzero Nero è l’unico che riesce a vedere l’umanità in entrambi i fronti. La potenza di Wood sta nel far sentire al lettore il peso del clima, il sudore e la sensazione che un intero mondo stia per scomparire sotto i colpi di un altro. In questi grandi cicli, Wood rallenta il ritmo: usa ampie descrizioni per dare solennità, trasformando la spedizione in un’odissea metafisica dove Dago cerca di capire se esista un limite alla crudeltà umana in nome di Dio.
Prendiamo poi come esempio una piccola storia (solo in apparenza) che è stata recentemente riproposta nel n.125 della Nuova Ristampa Dago Colore. La missione di Dago lo porta in Provenza, in piccole realtà. È una missione particolare: nel proprio villaggio, dove si trova la sua amata Casa, gli abitanti hanno portato ciascuno un po’ d’oro per formare due fedi per due futuri sposi nel paese. Dago deve trovare qualcuno che lavori questo oro per creare gli anelli del matrimonio e comincia a viaggiare. Ecco ciò che possiamo definire la “Potenza del minimo”: una storia semplice. Ma arrivato nel territorio della Contessa di Furlan viene aggredito e rapinato dell’oro. Così inizia una caccia, tutta focalizzata sul proprio senso del dovere, il senso della parola data, il senso di una promessa. Dago è obbligato a trovare proprio quell’oro e nessun altro tipo di ricchezza simile. Rivuole l’oro che gli hanno consegnato gli abitanti del suo villaggio. Perché l’ha promesso. Wood ci dice che l’onore di un Giannizzero non si misura solo contro i grandi sovrani, ma nel mantenere una promessa fatta a degli umili. È qui che emerge il Wood più intimo: il viaggiatore che sa che un piccolo gesto può pesare quanto una corona.
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Un grosso problema, nella struttura globale della saga di Dago, si è verificato con la scomparsa di Robin Wood. È da qui che a piccoli passi, alternati a cadute e rialzate in piedi, i nuovi curatori della serie provano a mantenere viva in Dago l’eredità del suo creatore.
Ma ne parleremo nella prossima puntata.
CONTINUA…

