Anche gli apolidi piangono

Analisi e confronto tra le storie pubblicate sui numeri 376, 390 e 426 di Martin Mystère

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Con il ritorno alla periodicità mensile (ma a foliazione ridotta) nel 2021, il curatore della testata Carlo Recagno è tornato a recuperare – e ulteriormente aggrovigliare – una delle sparute e sbrindellate trame orizzontali che la storia editoriale del Detective dell’Impossibile si porta dietro, vale a dire l’annoso conflittuale rapporto tra quest’ultimo e Sergej Orloff (per un esaustivo resoconto delle puntate precedenti si veda qui).
Se questo filone – che intraprende una strada bene o male più strutturata a partire dal secondo gigante – aveva avuto una matrice principalmente castelliana, lo zampino di Recagno si cela principalmente, a partire dal 2002, dietro la cosiddetta “saga delle 7 spade”. Riassumendo all’osso: Morgana è in cerca dei sette manufatti ricavati dalla mitica spada originale, la quale coinciderebbe nientemeno che con uno dei misteriosi “esagoni” lasciati sulla Terra in epoca preistorica da misteriose entità aliene – i cosiddetti Tuatha de Danann, più recentemente identificati come Kundingas.

Nel corso di poco meno di una quindicina d’anni diverse spade hanno fatto capolino, tra un Sigfrido, un Beowulf e una Giovanna d’Arco, seguendo una (lenta) trama orizzontale che aveva anche presentato punti in comune con le vicende personali di Orloff – queste ultime date in pasto alla curiosità del lettore in maniera fin troppo centellinata, fino a che la sua scomparsa non aveva segnato una battuta d’arresto anche per la saga in questione.
Nel 2021, come detto, la serie ritorna al suo habitus di un tempo nelle edicole, e praticamente subito si riprende a parlare di spade, o meglio: di spade e di Orloff. Recagno unisce i due spunti narrativi e alza ulteriormente la posta, lasciando però sul campo un’enorme ellissi per quanto riguarda sia la situazione di Morgana – definita “fuori dai giochi” – sia quella di Orloff stesso – come è sopravvissuto, dopo essere scomparso a séguito dell’azione incrociata dei due Murchadna? Cosa rappresenta realmente quella inverosimile struttura à la Matrix che popola i suoi incubi (e con ogni probabilità i suoi ricordi)? Ha davvero recuperato tutte e sette le spade, come sembrerebbe? Perché è così ossessionato da Marte?

 

Nuovi fili si aggiungono all’ordito principale, quindi, ma i tre nuovi “episodi” pubblicati finora (nei numeri 376, 390 e 426) accentuano ancor più se possibile la percezione di “soap opera”, principalmente perché la trama avanza in maniera esageratamente lenta. Tra l’altro, nel 2002 Recagno fece un inizio col botto con una storia tripla, proseguendo poi tra giganti e albi bimestrali dalla nutrita foliazione, mostrando così una smaccata predilezione per il racconto lungo – il che però non significa necessariamente “denso”; a riprova di ciò, il più limitato numero di pagine attualmente a disposizione non consente neanche più di bilanciare efficacemente il “riassunto delle puntate precedenti” con l’aggiunta di nuovi tasselli. Il risultato, come si diceva, è una velocità di deriva a dir poco rimaneggiata.

Detti nuovi tasselli affondano nel passato della serie, il che di per sé non è un fatto negativo: basti pensare ad esempio agli “uomini in grigio” che danno anche il titolo al n.426, e che risalgono addirittura ai tempi della trasferta a Buenos Aires alla ricerca del mitico Aleph. Recagno trova ora il modo di metterli dopo tanto tempo in correlazione con un’altra storia sempre di quegli anni. O ancora, l’inserimento funzionale di Maxwell, la spia nazista apparentemente immortale, e che fu a capo di Altrove per buona parte della seconda metà del secolo scorso.
Di contro, quest’opera diegetico-chirurgica avviene in alcuni casi al prezzo di “variazioni” rispetto alle versioni originali – chiamarle ret-con sarebbe forse eccessivo – che creano in ogni caso delle lievi incoerenze, e stavolta non abbiamo dei sistemi olonomici a disposizione per giustificare convenientemente il tutto. Tra queste, la più evidente riguarda la figura dei tecnomanti: introdotti en passant all’interno della miniserie Magic Patrol su Zona X, hanno quindi fatto capolino sulla serie regolare. In entrambi i casi erano stati descritti in una maniera ben precisa, molto diversa da come l’attuale curatore della serie li ha re-introdotti, sovrascrivendone l’immagine passata con una nuova, che pesca anche in questo caso dagli archivi della serie – andando molto indietro nel tempo – per creare un collegamento con Marte del quale ancora non sono chiari i contorni.

 

Sul fronte grafico il contributo di Fabio Grimaldi non si discute: se la sua firma era inizialmente apparsa accanto a quella del compianto Morales, l’autore romano ha in séguito perfezionato il suo tratto, diventando negli anni una delle firme più riconoscibili e rappresentative del Detective dell’Impossibile. Il suo storytelling non indulge in particolari sperimentazioni o scelte di regia, mantenendosi robusto e coerente con il passare degli anni – la qual cosa, per una testata come questa, rappresenta un fattore assolutamente non negativo. Se, come sembra, questa nuova incarnazione della saga delle spade in salsa “i dolori del giovane Orloff” sarà caratterizzata dalla sua impronta grafica, è sicuramente un ottimo riposizionamento dopo le prove maiuscole fornite per i primi quindici anni o giù di lì dagli Esposito Bros.
Se, con il citato Xanadu, Castelli aveva dato il via ad una profonda opera di (ri)scrittura del personaggio di Orloff, al fine di sdoganarlo dalla classica figura bidimensionale del villain anni ’80, Recagno è quindi subentrato come una sorta di “padre putativo” che ne ha guidato i successivi passi lungo un generale solco di redenzione, pur non rinunciando a disseminare qui e là dei tasselli su un suo passato pre-Martin – se ne trova traccia ad esempio nella prima parte della tripla del 2002, nel n.300, fino al recente n.426.

È facile quanto ragionevole pensare che il passato di Sergej semplicemente non esistesse, almeno fino al 2000, quando viene introdotta la figura di Christine (suo grande amore), creduta morta in un crepaccio e invece miracolosamente sopravvissuta, sebbene priva di memoria. Eppure, ancora nel 2025 si fa accenno a una misteriosa “lei” che con ogni probabilità rappresenta qualcun’altra ancora di cui mai si è sentito parlare finora. A questo punto scatta inevitabile la curiosità sullo status di apolide con il quale Orloff è stato sempre presentato, e che l’opera a metà tra il costruttivismo e il revisionismo operata da Recagno non potrà di certo prescindere dal contestualizzare e giustificare in qualche modo. Tutto questo volendo infine sorvolare sui numerosi spunti lasciati appesi nel corso degli anni – dalla stessa Christine al mistero della “batteria” del Murchadna, per tacer di Morgana e delle altre spade che – come si diceva – sembra di capire che siano state alla fine recuperate, al di là quindi di quanto esposto nel n.376.

 

È per tutti questi motivi, quindi, che un “sottile senso di inquietudine” (parafrasando un’espressione più volte comparsa nelle storie mysteriane) campeggia sullo sfondo, relativamente alle dinamiche di avanzamento di questa trama orizzontale che, nel rispetto della tradizione, procede lasciando cadere briciole di risposte da una tavola che si va invece progressivamente imbandendo di nuovi quesiti.
È una trama che, al momento attuale, vede Orloff come protagonista assoluto: a tale proposito, nel n.426 Martin ha un minutaggio irrisorio, e per di più la sua presenza è solo il frutto dell’immaginazione del suo amico/nemico. È altresì un percorso narrativo che si conclude con la visione di un Orloff paladino di un’apocalisse di stampo marziano, in sella ad un demoniaco destriero e brandendo una spada la cui reale natura è ancora da decifrare.

Citando il poeta, “Chi da quest’incubo nero ci risveglierà? Chi mai potrà?
La libertà viene (volutamente) lasciata al lettore circa l’immaginare e l’interpretare a chi o a cosa quest’incubo si riferisca, o – citando un altro poeta – “ai posteri l’ardua sentenza“.

 

Oscar Tamburis

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

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