È nota a ogni appassionato zagoriano la storia apocrifa Le sachem sans plumes (Il sakem senza piume). Correvano gli anni Sessanta del secolo scorso, e la traduzione francese di Zagor godeva di un successo straordinario, al punto che due storie erano state approntate in fretta e furia da Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) per rispondere alle pressanti richieste della casa editrice lionese Lug: Il cervo sacro – disegnata dai fratelli Vincenzo e Antonio Chiomenti – e I predoni della montagna – per le matite di Mario Cubbino. Entrambe le storie furono solo in séguito pubblicate in Italia, rispettivamente nei numeri 12 e 17 (corrispondenti a Zenith 63 e 68, entrambe nel 1966).
Preso dall’entusiasmo, l’editore francese di allora, Marcel Navarro, senza nulla chiedere a Bonelli ideò un racconto autonomo affidandolo al suo uomo tuttofare, il disegnatore – poi riconvertito all’insegnamento – Bertrand Charlas. La storia Le sachem sans plumes vide la luce nello Special Kiwi numero 15 del 20 giugno 1963 e non fu mai riconosciuta da Bonelli né inserita nella cronologia ufficiale zagoriana. E alla lettura si capisce il perché: trama a tratti dispersiva (del sakem non si vede l’ombra), disegno approssimativo (avvicinare il tratto a quello di Galleppini è un complimento generoso). Siamo ben lontani dagli standard qualitativi a cui la casa di via Buonarroti abituava i suoi lettori.
Fu il nostro redattore Marco Andrea Corbetta (complice Moreno Burattini, che gli permise di estrarre una copia fotostatica da quella in suo possesso) che, nel 2009, la tradusse per piacere personale. La copia finì poi tra le mani di Sergio Bonelli, il quale cedette alle lusinghe dell’ANAFI che, nel 2011, in occasione del cinquantennale dello Spirito con la Scure, ne realizzò un volume oggi esaurito. Per colmare una lacuna e offrire una madeleine ai lettori, certo, ma soprattutto – come scrisse lo stesso Bonelli nella prefazione – in quanto evento da storicizzare, «sia a testimonianza di un periodo lontano, sia di un successo che continua».
Meno noto è il fatto che lo stesso Navarro ci provò, in un periodo imprecisato, anche con Tex, firmando una sceneggiatura e affidando questa volta i disegni ad una vera e propria star transalpina: Jean-Yves Mitton, autore di Mikros, supereroe alla francese che imperversò nelle edicole Oltralpe assieme a un altro eroe autoctono, quel Photonik di Ciro Tota (di cui Mitton assicurò pure i disegni) recentemente ripreso da Paul Renaud, disegnatore francese che per Marvel ha disegnato – tra gli altri – Uncanny X-Men, Uncanny Avengers e Capitan America.
Navarro e Mitton non erano nuovi a riprese di fumetti realizzati da altri autori: Il Grande Blek, una volta conclusa la produzione EsseGesse, subì lo stesso destino col nome Blek le Roc; addirittura stessa sorte toccò ai Fantastici Quattro e a Silver Surfer (e chissà cosa ne pensarono alla Casa delle Idee dei due episodi pubblicati nel 1980…). Erano altri tempi, pioneristici, meno ligi ai diritti; d’altronde anche Sergio Tarquinio, il cui nome è legato indissolubilmente alla Storia del West, prestò matite e chine per il Batman edito da Mondadori…
Che il gusto di Mitton si rivolgesse già allora ai classici americani lo dice anche la ripresa, sempre sua ma su testi di Scott Goodal, dell’Uomo Mascherato (otto storie pubblicate tra il 2011 e il 2012 e riunite dieci anni dopo in un integrale – oggi introvabile – dall’editore Black and White). Inutile dire che nulla di Mitton è mai stato tradotto in italiano.
Il periodo di creazione della storia inedita di Aquila della Notte resta imprecisato, se «storia» poi si può chiamare: appena quattro tavole, pubblicate nella rivista Rodéo n. 614 dell’ottobre 2002, rivista che assieme ad altre dello stesso stampo e della stessa casa editrice (dai titoli improbabili come Kiwi e Yuma, ma in un formato addirittura più piccolo di quello bonelliano) imperversò nelle edicole francesi durante tutti gli anni Settanta e Ottanta.
Navarro morì il 2 novembre 2004 all’età di ottantuno anni, mentre Mitton aveva all’epoca cinquantasette anni. Difficile quindi che la realizzazione sia di poco antecedente alla pubblicazione.
Forse le tavole furono realizzate a metà degli anni Ottanta, prima che Navarro andasse in pensione nel 1989 e che si interrompesse quindi il sodalizio con Mitton. Che i due comunque pensassero più in grande lo indica il titolo: La Grande Traque (La grande caccia). Con ogni probabilità a decretarne l’interruzione prematura fu Sergio Bonelli, come ipotizzato a corredo dell’illustrazione che, forse, doveva fungere da copertina: facile immaginare che l’editore milanese, se non aveva gradito che qualcuno gli soffiasse senza permesso la sua creatura (Zagor), gradisse ancora meno un bis con quella del padre (Tex), da sempre l’ammiraglia di famiglia. Forse qualcuno in via Buonarroti saprà meglio dirimere la questione.
Le quattro tavole che qui presentiamo, a nostra conoscenza per la prima volta in Italia, sono tratte da Lug Les archives: Supplements, appendice al Catalogo – ormai introvabile – della mostra “Lug Les archives” che la casa editrice strasburghese Black and White, fondata e diretta da Raphaël Wacker, organizzò a Lione nel giugno del 2024. Wacker opera da anni per un riconoscimento dei fumetti, compresi quelli italiani, che segnarono la sua infanzia: oltre a riproporre gli autori di casa Lug offrendo ai loro personaggi una nuova visibilità, ha reintrodotto in Francia (prima di Fordis e in lussuosi volumi cartonati) sia Tex che Zagor, secondo un orientamento non cronologico ma seguendo piuttosto la propria sensibilità. La collana di Tex è giunta al sedicesimo volume: si tratta prevalentemente di Texoni o di storie disegnate da Corrado Mastantuono (di cui Wacker è un grande ammiratore), come Au nom du père che contiene la storia Luna insanguinata, apparsa sui numeri 651-653; quella di Zagor è invece al secondo (ne abbiamo parlato qui), con il terzo previsto in questo mese di marzo. E gliene siamo grati, tanto per la riproposizione attuale in una veste curatissima che ne rivela tutto l’amore, quanto per aver riesumato questa autentica perla.
Sulla quale si sospende ovviamente il giudizio, ma che si rivela e si legge (come scrisse Sergio Bonelli a suo tempo nell’edizione anastatica targata ANAFI del Sachem zagoriano di cui sopra) quale “testimonianza di un periodo lontano [e] di un successo che continua”.
