Unicuique suum. Che è il modo, dandosi un tono, per dire: “a ciascuno il suo”.
Libero da obblighi di trama, dal dover costruire una storia “importante”, Tito Faraci conferma di rendere al meglio ed essere nel suum: sei tavole possono sembrare poco o perfino niente, ma a volte sono tutto, e in quel minuscolo tutto si ritrova e si ha più che in un romanzo. E così non ne esce una storiona che sfida i colossi del passato, ma un racconto pressoché perfetto che rende loro onore.
Accompagnato passo passo dai disegni chiari, puliti, di Marco Palazzi – descrittivamente puntigliosi e calligrafici, viene da dire – Faraci offre al lettore una minimale scheggia poetica; minimale nelle dimensioni, ma davvero a tutto tondo nella resa narrativa e nell’indagine umana, puntuale nella raffigurazione appunto poetica dei personaggi e del mondo, per e da essi portato in vita.
Se si parla di poesia nel mondo Disney – poesia vera, non esposizione (melo)drammatica di eventi più o meno catastrofici o luttuosi – vi è un solo personaggio a disposizione degli autori: Pippo. Il sodale del più famoso Topo della storia condivide un’anima del tutto surreale con un altro personaggio, ovvero Paperoga; ma, diversamente da questo, Pippo ha una corda di buffa, fanciullesca tenerezza che uno scrittore di talento è in grado di declinare non solo nei territori appunto dell’assurdo e del fuori luogo, ma anche in quelli di una profondità immediata, semplice fino all’ingenuità, eppure autentica e priva di retorica, in grado di raggiungere un bimbo anche sepolto da decenni e decenni di vita vissuta da ormai vecchia pellaccia e di storie lette con l’occhio ipercritico del rompicoglioni di professione: un territorio giustappunto poetico.
Di più: parafrasando una delle battute più famose di Alberto Sordi ne Il Marchese del Grillo (“Quanno se scherza bisogna esse’ seri!”), Pippo meglio di qualsiasi altro personaggio può essere serio, in modo completamente puro, al contempo facendo sganasciare dalle risate.
Una giornata sfolgorante: Pippo e la vita reciprocamente immersi in una congiunzione di gioia istintiva, di universale piacere di godere del momento perfetto, e un fuoco di fila di battute e situazioni quintessenzialmente “da Pippo”; Faraci cala in questo setting del tutto ovvio, perfino banale, un piccolo elemento di disturbo rappresentato da un omino triste, tutto desolato all’interno dello sfavillio di joie de vivre che ci è presentato.
Di qui l’autore ci dischiude quel mondo ricchissimo di senso che si nasconde dietro le uscite apparentemente prive di ogni senso di Pippo; eleva un ingenuo, ma delicato e sincero inno alla bellezza della vita come dovrebbe essere vista da ogni bambino (e recuperata da ogni adulto che possa fermarsi e soffermarsi tra le tribolazioni che comunque la vita porta a ciascuno di noi).
Senza derogare alla leggerezza disneyana Faraci fornisce al lettore – e, credo, non solo al più maturo come posso essere io – un punto di vista esistenziale secondo la lezione dei Maestri del passato e della loro capacità di usare questi buffi animali antropomorfizzati per rappresentarci a noi stessi in tutta la nostra umanità.
