Dopo gli avvenimenti narrati nell’articolo precedente, Ed Brubaker – ormai da quasi due anni alla guida della testata – si ritrovò a dover gestire il personaggio di Capitan America all’interno di una delle più acclamate saghe di tutti i tempi dell’Universo Marvel: Civil War, la guerra civile dei supereroi.
Civil War fu una miniserie di sette numeri, pubblicati dal luglio 2006 al gennaio 2007, che coinvolse praticamente tutti i personaggi della Casa Editrice. Infatti, mentre nella miniserie veniva narrata la storia portante, le singole testate degli eroi coinvolti contenevano riferimenti – anche minimi – a questa, tra cui alcuni avvenimenti “dietro le quinte” oppure versioni estese delle scene clou della saga. Così accadde anche per i numeri 22, 23 e 24 di Captain America Vol. 5, pubblicati da novembre 2006 a gennaio 2007, scritti da Ed Brubaker e disegnati da Mike Perkins.
Annunciata dall’editor-in-chief Joe Quesada sin dal dicembre 2005 (la notizia fu ripresa addirittura dal quotidiano New York Times), Civil War nacque in uno dei leggendari brainstorming creativi della Casa delle Idee. Come scrittore della miniserie fu scelto lo scozzese Mark Millar e quale disegnatore il canadese Steve McNiven, dal tratto elegante e dinamico.
Le premesse della saga si basarono su alcune domande che si posero gli autori: a quante delle nostre libertà siamo disposti a rinunciare in nome della sicurezza? Cosa è più importante, la sicurezza o la libertà? Le persone preferiscono essere al sicuro o essere libere? Il Sogno Americano promette entrambe le cose, ma cosa succede quando sembra che non sia possibile conciliarle?
Tutte domande di sicura attualità, e lo erano anche nel 2006, a cinque anni dall’attacco alle Torri Gemelle di New York. In quel periodo in America venne varato il Patriot Act, una legge che aumentava il potere della polizia e dei servizi di spionaggio “a discapito” delle libertà individuali dei cittadini.
Traslitterate nel mondo dei fumetti, le domande sopra formulate si potevano riassumere in queste: fino a che punto si possono spingere autonomamente i supereroi? Non sarebbe più giusto che le loro azioni vengano controllate dal Governo?
Da sempre i supereroi Marvel hanno agito praticamente indisturbati, al massimo con una formale supervisione delle autorità (come nel caso del gruppo dei Vendicatori), ma la libertà di difendere il prossimo secondo il proprio modo di sentire e di celare la propria identità sotto una maschera erano diritti acquisiti.
C’era, però, chi pensava che questa fosse una situazione anomala, anche se le identità segrete per molti eroi erano necessarie (rivelarle pubblicamente avrebbe significato mettere a rischio la sicurezza dei propri familiari e dei propri amici).
Purtroppo, accadde che i giovani eroi facenti parte del gruppo dei New Warriors, nel tentativo di catturare una banda rintanata in una cittadina del Connecticut, sottovalutarono la potenza di uno dei nemici – Nitro l’Uomo Esplosivo – che si fece esplodere nel cortile di una scuola elementare provocando centinaia di morti!
Miriam Sharp, un’avvocatessa che aveva perso il figlio nella strage, si fece portavoce di un gruppo di cittadini che chiese al congresso degli U.S.A. di trasformare in legge l’Atto di Registrazione dei Superumani. Una settimana dopo l’Atto divenne legge e obbligò tutti gli esseri dotati di superpoteri a rivelare la propria identità e a registrarsi per operare sotto l’egida dello Stato.
Ben presto si crearono due fazioni ben distinte: chi pensava che fosse giusto porre un freno alle attività dei supereroi, migliorandone così il servizio offerto e limitandone i danni collaterali, e chi riteneva che ciò fosse la fine di quello che gli eroi in costume avevano sempre rappresentato.
La comunità dei supereroi si spaccò a metà.
A guidare le due fazioni che si batterono in quella che divenne la Guerra Civile dei Supereroi vi furono due delle figure più rappresentative di quel mondo: Iron Man e Capitan America.
Il primo considerava quel provvedimento legislativo come necessario per proteggere le persone dai superumani fuori controllo, mentre il secondo lo percepiva come un attacco alle libertà civili. Come già era accaduto in passato quando aveva rinunciato al costume per non dover obbedire a delle direttive superiori, Steve Rogers riteneva che non fosse giusto cedere la propria autonomia a un’autorità esterna. Ma, cosa ancora più importante, era convinto che quella legge fosse sbagliata, che fosse una violazione dei diritti civili fondamentali suoi e degli altri eroi, che non fosse giusto che d’ora in poi sarebbe stato il governo a decidere chi fossero i buoni e chi i cattivi.
Difficile capire chi fosse nel giusto. Le diverse opinioni dei contendenti erano fondate, le sfumature difficili da cogliere. Gli eroi in costume avrebbero dovuto decidere se acconsentire alle richieste del proprio governo o finire in prigione.
“E tu, da che parte stai?” fu la domanda che la Casa Editrice pose in continuazione ai suoi lettori. Da quella delle istituzioni, e quindi delle restrizioni dei diritti nel nome di un presunto interesse superiore, o da quella della libertà di opinione e pensiero, a qualunque costo? E la risposta non era assolutamente scontata.
E così Capitan America decise di entrare in clandestinità, divenendo un fuorilegge e fuggendo dall’eliveivolo dello S.H.I.E.L.D. sotto una pioggia di proiettili, andando a formare un movimento di resistenza con altri supereroi, i Secret Avengers.
Le conseguenze narrative di tutto ciò si avvertirono su moltissimi personaggi: l’Uomo Ragno rivelò davanti alle telecamere la propria identità segreta per supportare lo schieramento di Iron Man, salvo poi passare dalla parte di Capitan America (grazie a un discorso appassionato di quest’ultimo sulla convinzione personale); i coniugi Mister Fantastic e Donna Invisibile – dei Fantastici Quattro – si divisero sui temi etici; Golia, uno dei primi eroi neri della Marvel, morì tragicamente; lo S.H.I.E.L.D., sotto il comando del nuovo direttore Maria Hill (una donna inflessibile e determinata), intervenne contro i superumani che non volevano sottoporsi all’Atto di Registrazione istituendo un corpo speciale per catturare i dissidenti.
Sharon Carter, l’Agente 13 dello S.H.I.E.L.D. che da poco tempo aveva ripreso il suo rapporto sentimentale con Steve Rogers, si ritrovò in una situazione alquanto scomoda quando le venne ordinato di catturare l’uomo che amava. La donna sembrò eseguire gli ordini, riuscendo a incontrarsi con Capitan America in un’isolata stanza d’albergo. Cercò di convincere Steve ad abbandonare la sua battaglia personale poi, quando fu pronta a far scattare la sua trappola, decise di non tradirlo. Combattuta tra l’amore e il dovere, scelse allora di entrare in analisi presso uno degli psichiatri in forza allo S.H.I.E.L.D., ignorando che colui al quale si era affidata era in realtà il redivivo dottor Faustus in combutta con il Teschio Rosso (Captain America Vol. 5 n. 22).
Bucky Barnes, il Soldato d’Inverno, ex agente segreto agli ordini del K.G.B., finalmente libero dalle manipolazioni cui era stato sottoposto dai sovietici, si ritrovò invece a lavorare per Nick Fury, l’ex capo dello S.H.I.E.L.D. che aveva deciso di offrire un appoggio logistico a Capitan America e i suoi “ribelli” (Captain America Vol. 5 n. 23).
Quando, poi, il Capitano venne finalmente rintracciato dagli agenti dello S.H.I.E.L.D. che si preparavano a catturarlo, intervenne Sharon Carter che, grazie a un particolare congegno, riuscì a neutralizzare le armature indossate dagli uomini dell’agenzia e a portare in salvo l’eroe a stelle e strisce.
Nel frattempo, il Teschio Rosso, tramando nell’ombra contro il nostro eroe, riportò in vita il mostruoso genetista Arnim Zola (Captain America Vol. 5 n. 24).
Alla fine, divenne necessario che lo scontro si risolvesse con la vittoria di una delle due parti. Gli schieramenti si affrontarono in un’epica battaglia tra le strade di New York, messe a ferro e fuoco proprio dagli eroi che avrebbero dovuto difenderle. Capitan America affrontò Iron Man tra le macerie di Times Square, colpendo insistentemente l’elmo rosso-oro con il suo scudo. A fermarlo intervennero dei civili che avevano assistito allo scontro. In pochi secondi, Steve Rogers realizzò quello che era accaduto: “Hanno ragione. Non stiamo più combattendo per la gente, Falcon. Guardaci. Stiamo solo combattendo”. E all’Uomo Ragno che lo invitava a ripensarci, dicendogli che stavano per vincere, Steve rispose “Tutto tranne la causa”.
Ordinò, quindi, di cessare immediatamente ogni ostilità. In un finale scioccante, Cap comprese che la battaglia stava causando troppa distruzione e che la causa che stava difendendo non era quella che il popolo desiderava.
Così decise di arrendersi alle autorità.
