Le isole della Cometa

Tra Miyazaki, Lost, funghi, e... Amaro Montenegro!

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Cosa c’è di più suggestivo di un tramonto da ammirare mentre la brezza marina ci accarezza il volto, e i piedi affondano nelle placide acque di un’isola dei tropici? Magari sorseggiando una bibita rinfrescante a base di ananas? Ancora meglio: cosa c’è di più coinvolgente se non vivere in queste condizioni l’avventura più importante della nostra vita, vale a dire la ricerca di un ineffabile orizzonte di libertà interiore, tassello cardine verso l’ambìta epifania della propria identità?
Signore e signori, ecco a voi l’arcipelago Rodent, dove – come per la Bahia di Al Bano e Romina Power – “[…] la magia va per mano con la fantasia, e farà che tu sia qui domani“. O almeno questo è ciò che accade al giovane Mick, che precipita con il suo aereo su una delle cosiddette “isole della Cometa” a séguito di una tempesta, e fa ben presto conoscenza con alcuni dei personaggi che caratterizzeranno il racconto ideato da Alex Bertani (attuale direttore responsabile del settimanale) e Pietro B. Zemelo, per i disegni di Nico Picone, e finora articolato su due stagioni – la prima pubblicata nel 2023, da Topolino # 3518 a # 3523; la seconda nel 2025, dal # 3607 al # 3612.

L’arcipelago deriva il suo particolare nomignolo dai resti di una cometa che si dice sia precipitata in quei luoghi in epoche remote. Accanto a questo, però, le “Comete” erano un gruppo di straordinari piloti di idrovolanti, che avevano fatto di quelle isole il teatro delle loro leggendarie azioni di salvataggio, fino al loro improvviso scioglimento una quindicina di anni prima degli eventi qui in esame.
Già solo fino a qui, i rimandi sono abbastanza espliciti tanto al celeberrimo Porco Rosso dello studio Ghibli, quanto agli avventurieri in idrovolante che la sera, al termine di un delicato salvataggio, si concedevano un meritato sorso di “sapore vero”.
In più, il riferimento a bussole particolari, luoghi dall’aura esoterica, ma anche accenni al particolare magnetismo del luogo (verosimilmente dovuto alla caduta del corpo celeste), per non parlare dell’ambientazione in sé, concedono ben più di una strizzata d’occhio a Lost.

Gli autori accompagnano il lettore in questo peculiare universo narrativo attraverso una dettagliata mappa dell’arcipelago, unitamente ad una breve introduzione dei personaggi principali, ma anche e soprattutto dei principali idrovolanti impiegati – o solamente evocati – nel corso della vicenda.
La complessità dell’intreccio richiede stavolta uno sdoppiamento del tradizionale parterre di personaggi “topeschi”: a Mick si contrappone “rosso malpelo” Babou, a Minerva invece la “Lara Croft-ish” Maya, sua sorella gemella. Una moltiplicazione su più larga scala interessa invece i pippidi (in evidente analogia con la caterva di bis-bis-bis- che popolano il nutrito albero genealogico di un certo goffo simpaticone di Topolinia): accanto a Dippo e allo zio Salud, infatti, un’intera isola dell’arcipelago Rodent è patria della loro stirpe – e anche i nostri due sono originari di lì.
Gli stessi autori si sono anche divertiti a costellare l’opera con allusioni (verosimili o meno) ad altri personaggi Disney. Cosa ci viene in mente se si parla di un ex-membro delle Comete, diventato un papero miliardario? O di una strega che vive con il suo volatile di compagnia (e non nutre sentimenti di simpatia verso un “papero taccagno”)?

È questo un affresco che si svela lentamente – forse anche troppo. Ne consegue, da un lato, che molte delle suggestioni della prima stagione vengono messe a fuoco più per via delle informazioni iniziali fornite in merito a contesto e personaggi, che non per gli effettivi sviluppi della trama. Dall’altro, la seconda (e ultima?) stagione, pur perseguendo un prevedibile percorso di evoluzione psicologica degli attori principali, e giocando tra l’altro su agnizioni e passaggi di testimone, si sviluppa orizzontalmente su binari leggermente differenti da quanto visto in precedenza: in un’ottica di world–building e pianificazione a lungo termine è una mossa comprensibile, se non fosse che l’ultima tavola della storia non si conclude con “fine seconda stagione” o similia, contrariamente a come accadeva con il primo ciclo di episodi nel 2023. Si tratta in ogni caso di una condizione non sufficiente per poter decretare con certezza che la serie abbia già chiuso i battenti: sempre con riferimento alle informazioni iniziali fornite per orientare la lettura, sono ancora molti i luoghi e i personaggi (a partire dai restanti membri delle Comete originali) rimasti solamente accennati, o comunque non approfonditi a dovere, e sui quali gli autori avranno di certo qualcosa in più da dire.

Sono evidenti gli echi del racconto di formazione, per Mick principalmente (ma non solo): il fil rouge che punteggia l’intero impianto narrativo, soprattutto nella prima stagione, è la ricerca di quell’anelito di libertà che si pone anche come metafora del viaggio alla scoperta del proprio vero sé, lontano dalle convenzioni (e convinzioni) della cosiddetta società civilizzata cui si contrappone il senso (spesso apparente) di spensieratezza con cui si tende a etichettare qualsiasi scenario tropicale (chi ha detto Fantasy Island?).
Nell’offerta ricade anche il tormentone “le Comete tornano sempre”, da intendere in maniera volutamente duplice – il passaggio della cometa sui cieli tropicali, ma anche la volontà (soprattutto da parte di Babou) di raccogliere l’eredità lasciata cadere quindici anni prima.
Nella seconda stagione il topic principale viene ovviamente ampliato, introducendo nuovi personaggi, necessari per innescare l’inevitabile esercizio narrativo circa la presenza di analogie/differenze tra i “buoni” e i “cattivi”: ciò marca a chiare lettere il superamento al giorno d’oggi della classica distinzione manichea tra diverse tipologie di characters, financo in casa Disney. Scompare il tormentone – e sì che nella logica del racconto le due stagioni sono strettamente consecutive l’una all’altra – mentre il problema della riparazione/sostituzione della “valvola a fungo” per il Daylight serve quasi come McGuffin per far procedere la vicenda generale attraverso alcuni snodi narrativi obbligati.
Le ascendenze e i richiami letterari a questo punto si sprecano, e nessun elenco per quanto particolareggiato risulterebbe esauriente: basti quindi solo pensare a gente come Verne e Conrad, ma anche (su un piano solo apparentemente più modesto) a personaggi come Corto Maltese e Sandokan, fino a Mister No.

Nico Picone confeziona un lavoro di devitiana memoria, mostrando al contempo come le nuove generazioni di disegnatori abbiano creato una propria linea grafica che incamera e al contempo aggiorna lo stile Disney “made in Italy” che tutto il mondo ci invidia. La sua prova si mantiene sempre su ottimi livelli pur nel lungo periodo. La palette di colori si concentra su alcune frequenze dominanti: come esempio, toni a metà tra il giallo e il verde si riconoscono nella maggior parte dei momenti che riguardano Mick, per poi virare sul binomio blu/rosso come “color code” per Babou. Un velo d’ocra punteggia invece le sequenze ambientate nel passato.
La costruzione delle tavole è costantemente dinamica, e anche se in misura millimetrica tende sempre a sfidare la classica gabbia esapartita. Molto più numerose sono però le inquadrature sbilenche o tendenti a ricreare effetti visivi come i prolungati piani sequenza (alla De Palma, per intenderci, ma portati alla ribalta in tempi più recenti in operazioni come questa). Anche la recitazione dei personaggi rispecchia un sentire che richiama autori più contemporanei: in alcuni casi, nello specifico, sono abbastanza riconoscibili dei rimandi a soluzioni espressive ascrivibili a Zerocalcare.

Una considerazione finale, come già detto e ripetuto in passato, va anche in questo caso espressa circa il fatto che la narrazione Disney negli ultimi decenni è notevolmente cambiata, aggiornandosi e per certi versi ricodificandosi, pur all’interno di una propria cifra sempre distinguibile e rappresentativa. Nello specifico, per “le isole della Cometa” un confronto è apprezzabile, in termini del già citato world–building, tra l’arcipelago Rodent e la mappa dell’Argaar, teatro della saga della Spada di Ghiaccio (cfr. qui e qui): all’epoca si ragionava per “unicum”, vale a dire l’epopea che vede i personaggi addentrarsi in un mondo nuovo non era necessariamente vincolata alla pretesa di visitarlo per intero, né all’obbligo di tornarci a intervalli prestabiliti – se non in presenza di idee valide per un “ritorno” all’altezza dell’originale. Già questo mostra come l’ingerenza di un medium su un altro (in questo caso, del cinema sul fumetto) fosse molto limitata.
Oggi invece fumetto e schermo (in special modo le serie TV) tendono sempre più a svilupparsi su logiche simili, con il primo che insegue il secondo, soprattutto per quanto concerne la cadenza narrativa: “Le isole della Cometa” è chiaramente pensato già in partenza per essere strutturato in stagioni (termine proprio del cosiddetto “piccolo schermo” e solo di recente entrato anche nel gergo fumettistico), le quali vedranno verosimilmente la luce sulla base del gradimento dei lettori. Forse è per questo che alla fine della seconda stagione compare appunto la sola parola “fine”: magari il piano originario prevedeva due stagioni di “warm-up” per testare il gradimento dell’iniziativa; di conseguenza, molto è rimasto di proposito nell’ombra del “non detto” – uno su tutti: la ricerca dell’ex-Cometa Mick, scomparso misteriosamente, zio di Babou e sorta di mentore per il “nostro” Mick, all’anagrafe Mortimer McMouse – per creare quel senso di cliffhanger necessario a giustificare l’eventuale messa in produzione di capitoli successivi.

In Italia ormai solo le fiction RAI sono rimaste ancorate a logiche di produzione di almeno trent’anni fa, dove tutti gli episodi si producono in blocco prima della messa in onda. L’attuale realtà delle cose è – nel bene o nel male – legata a logiche produttive molto più elastiche e di conseguenza atemporali (o basate su cadenze molto più rilassate che in passato): l’unica consolazione/speranza è che tempi di produzione lunghi possano condurre a risultati degni di nota e di ricordo. “Le isole della Cometa” si è rivelata come uno di questi casi, e anche se non ci sono (almeno per ora!) vasi da salvare, il mix di emozioni delle fonti di ispirazione risulta pienamente conservato.

Oscar Tamburis

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

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