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La cagnolina e Ken Parker: la poesia di Berardi & Milazzo

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Sono trascorsi ben ventisette mesi (!) dal mio precedente episodio di questa rubrica in cui preannunciavo questo articolo… però l’ho sempre rimandato per la difficoltà a rendere certe sensazioni suscitate dalla mia scoperta tardiva del personaggio di Berardi & Milazzo (e anche, probabilmente, a causa della delusione che mi ha suscitato la sua “fine”). Mi sono deciso ora in quanto abbiamo una serie di articoli ravvicinati da pubblicare su Ken – in vista del suo inserimento nella nostra sezione Mondo Fumetto – e mi sembrava giusto iniziare da questi miei ricordi sparsi.


Mi sono chiesto tante volte, in passato: “Ma se avessi letto Ken Parker quando avevo dodici anni – il primo numero apparve in edicola nel 1977 – e avessi proseguito, mi sarebbe piaciuto?” Solo un paio d’anni prima avevo apprezzato la novità del “rivoluzionario” Mister No, ma si trattava di un antieroe le cui avventure erano ambientate negli anni ’50 in Brasile e non nel XIX secolo negli Stati Uniti, quindi con un doppio cambiamento rispetto ai fumetti Bonelli letti fin lì… mentre con Ken si tornava – apparentemente – al western, almeno dalle poche pagine che avevo sfogliato prima che l’edicolante del paesello decidesse di non ordinarlo più (vista la mancanza di acquirenti). Una collana, quindi, che sembrava ancorata alla tradizione bonelliana… e che invece, dopo pochi albi, si sarebbe rivelata letteralmente agli antipodi dal classico Tex, per non parlare di altri eroi Bonelli. Mi sarebbe piaciuta lo stesso? E quanto sarei riuscito ad apprezzare le novità introdotte dal suo sceneggiatore, Giancarlo Berardi? O lo stile grafico così particolare (agli inizi, a dire il vero, non ancora focalizzato appieno) del suo disegnatore, Ivo Milazzo?

È una domanda oziosa destinata a restare senza risposta, visto che – dopo anni e anni in cui continuavo a sentire commenti lusinghieri da quei pochi che leggevano Ken – arrivai fino alla seconda metà degli anni Novanta prima di procurarmi la collezione completa, su consiglio degli amici uBicciotti appena conosciuti (che già mi avevano convinto a recuperare la Storia del West). Naturalmente, a trent’anni suonati e potendo leggere la collana tutta d’un fiato senza che passasse un mese – e a volte anche di più… – tra un albo e l’altro, le sensazioni sono state diverse da un’ipotetica lettura “in diretta” durante la mia adolescenza: e posso dire, tanto per essere chiaro fin dall’inizio, che Ken Parker (parlandone da “critico” e non solo da lettore) è, secondo me, il personaggio migliore dell’intero panorama bonelliano. Certo, il mio fumetto del cuore resterà sempre Zagor e il periodo d’oro giellebonelliano di Tex mi sembrerà sempre strepitoso… ma i 59 albi della serie originale di Ken, con la loro continuity ben congegnata, le tematiche spesso innovative e l’evoluzione caratteriale del protagonista – con i suoi errori e le sue scelte, spesso sofferte – sono inarrivabili.

C’è stato qualche fill-in? Sì, inutile negarlo (sarebbe stato difficile, d’altronde, sfornare 59 albi tutti di ottimo livello), fin dal n. 6 Sangue sulle stelle in cui si interrompeva temporaneamente la caccia a Donald Welsh… e non tutti i disegnatori apparsi sulla serie sono stati all’altezza del creatore grafico di Ken o di Giorgio Trevisan. Ma la media qualitativa è stata notevolmente più alta delle altre collane bonelliane, penalizzate – sul lungo termine – dal loro carattere di “pubblicazione infinita” con i relativi difetti: ripetitività dei temi, ritorni (spesso eccessivi) dei comprimari eccetera eccetera.
Via via che procedevo nella lettura, non potevo che confermare l’apprezzamento entusiastico esternato dai miei “colleghi di redazione”, che mi avevano segnalato in particolare alcuni veri e propri capolavori: il fondamentale Chemako, con uno spaccato realistico e senza fronzoli della vita quotidiana dei nativi americani; lo scoppiettante La ballata di Pat O’Shane, con il definitivo salto di livello di Milazzo e la trama scandita dalle strofe berardiane che sostituivano le didascalie (destinate poi a sparire nei numeri successivi); l’alternanza di registri e la spassosa scena nel saloon in Uomini, bestie ed eroi, l’albo con cui si chiudeva il primo, serratissimo ciclo di avventure.

E poi i sapienti – e innovativi – montaggi alternati di Casa, dolce casa, oppure la maestria con cui veniva affrontata l’omosessualità in Diritto e rovescio… L’elenco di albi di ottimo livello rischierebbe di allungarsi ulteriormente, fino all’eccezionale Sciopero in cui (come ci spiegava il nostro Francesco Manetti nel database storico di uBC), “abbandonato il selvaggio ma pur sempre affascinante mondo del West, Berardi riesce ad offrirci, in sole 96 pagine, una descrizione lucidissima delle condizioni di vita del proletariato dei grandi centri urbani dell’Est”. Roba mai vista prima, in Bonelli.
Davvero un peccato che, dopo l’interlocutorio albo successivo – I ragazzi di Donovan – la serie si sia interrotta… Ricordo perfettamente che Sergio Bonelli, quando lo intervistammo nel 1998, si sbilanciò a questo proposito, affermando che “quando avevamo raggiunto una tiratura decente, è scoppiata questa illusoria prospettiva delle riviste d’autore e loro [Berardi e Milazzo, NdR] hanno preferito uscire dalla serialità, che ovviamente impone certe scelte. Poi si sono messi per conto loro e hanno cominciato a uscire ancora più sporadicamente”.

Eh sì: perché dopo aver lasciato l’allora Editoriale Daim Press, Berardi & Milazzo approdarono sulle pagine di Orient Express con Un principe per Norma. Tutta un’altra cosa rispetto al format bonelliano, grazie alle pagine a colori di gran formato che valorizzavano i disegni dell’accoppiata Milazzo & Trevisan nell’alternanza di realtà presente e finzione scenica, intrecciando le avventure di Ken / Amleto e Norma “Marilyn Monroe” / Ofelia a quelle di uno stuolo di comprimari perfettamente in parte, caratterizzati anche solo da un paio di battute.
Peccato che, dopo questo albo in stretta continuity con le vicende rimaste in sospeso, le – poche – avventure successive apparvero con ancora minor frequenza, prima di riprendere nel 1992 (si veda la breve annotazione bibliografica alla fine dell’articolo) con altre storie che, in alcuni casi, mi hanno lasciato perplesso… fino a giungere all’albo che – nel 2015 – ha definitivamente messo la parola “fine” a Ken Parker e di cui, onestamente, preferisco non parlare. Tengo a precisare, però, che tutto questo non muta il mio apprezzamento per la serie originale, come dicevo all’inizio.

Prima ho indicato alcuni albi fondamentali, definendoli veri e propri capolavori. Se dovessi scegliere il mio preferito, sarebbe sicuramente Adah… ma proprio per questo motivo gli ho riservato un approfondimento a parte, che verrà pubblicato tra pochi giorni nell’altra mia rubrica Evergreen.
Per chiudere queste mie considerazioni sparse su Ken, invece, preferisco accennare ad un’altra storia che mi è piaciuta moltissimo e che ha fornito lo spunto per la copertina e il titolo di questo articolo: si tratta naturalmente di Lily e il cacciatore, un albo straordinario sotto vari aspetti. Straordinaria la sceneggiatura, in cui Berardi – pur partendo da una trama “tradizionale” (un attacco indiano a soldati inesperti) – crea i presupposti per gli sviluppi successivi, dove fa interagire per pagine e pagine Ken e Lily. Straordinario l’inserimento della leggenda di Re Artù, con la madre di Ken che consola l’eroe “bambino”. Straordinari i disegni di Milazzo, con i personaggi che saltano letteralmente fuori dalla distesa innevata che caratterizza l’intera storia (e straordinaria la gamma di espressioni che riesce a conferire a Lily), oltre a dilettarsi con uno stile fiabesco per l’intermezzo arturiano. E, soprattutto, straordinaria l’indimenticabile sequenza in cui Berardi & Milazzo – attraverso il “dialogo” tra il cacciatore e la cagnolina – espongono la concezione del protagonista sull’esistenza, toccando vertici di vera e propria poesia… tanto straordinaria da meritarsi di essere riproposta per intero.

Ah, un consiglio finale se ancora non conosceste Ken Parker: provate a leggerlo, recuperando almeno gli albi da 1 a 59 oppure seguendo la ristampa attualmente pubblicata dalla Sergio Bonelli Editore. Come mi dicevano gli amici uBicciotti quasi trent’anni fa, vale davvero la pena (ri)scoprire questo capolavoro senza tempo.

ken parker 07Ken Parker nasce nel 1974 come fumetto da pubblicare (con il titolo di lavorazione Jedediah Baker) nella Collana Rodeo, la serie-contenitore che alternava ristampe di personaggi scritti da G.L. Bonelli, il nolittiano Un ragazzo nel Far West, alcuni one shot e, soprattutto, la Storia del West di Gino D’Antonio. Secondo la monumentale guida Tutto Bonelli 1941-1979, però, non si trattava di un episodio isolato: “fu solo dopo la visione del terzo episodio in preparazione che Sergio Bonelli, valutando la qualità del prodotto, decise di far diventare Ken Parker una nuova collana western della casa editrice”.
La serie debuttò a giugno 1977 e si concluse con il numero 59 a maggio 1984, senza riuscire a rispettare costantemente la periodicità mensile (fatto più unico che raro per i fumetti targati Bonelli), per poi continuare la sua avventura editoriale presso altre case editrici. L’intera collana verrà ristampata – in 62 numeri – nella
Serie Oro (gli ultimi tre albi includevano le avventure uscite su rivista negli anni ’80), mentre la Sergio Bonelli Editore pubblicherà in séguito i 13 albi della collana Ken Parker Collezione – in cui vengono ristampate tutte le storie uscite nella rivista Ken Parker Magazine a partire dal 1992 – e 4 speciali inediti, prima dell’interruzione della serie all’inizio del 1998. L’episodio “conclusivo” di Ken Parker, richiesto a gran voce dai lettori, apparirà soltanto molti anni dopo, nell’edizione Mondadori del 2015.
Da aprile 2025, la SBE ha iniziato la ristampa mensile di Ken Parker in una versione brossurata di gran formato e con alette, mentre a maggio ha pubblicato l’episodio conclusivo cui accennavo sopra,
Fin dove arriva il mattino, in una versione cartonata da libreria.

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