In concomitanza con la quinta e ultima uscita delle ristampe SBE dedicate al cinquantennale di Mister No, proponiamo la recensione di questo “classico” firmato Nolitta & Bignotti.
Sergio Bonelli, alias Guido Nolitta, era un viaggiatore avventuroso. E la sua era una passione tanto viscerale quanto irriducibile. I suoi collaboratori, all’interno della Casa Editrice, sapevano bene che, quando la nostalgia delle sue mete preferite si faceva sentire, avrebbero dovuto fare a meno della sua presenza in redazione per svariati mesi. Erano soprattutto due le mete al cui richiamo non poteva restare indifferente: la sua adorata Africa con i ritmi primordiali che scandiscono l’esistenza e l’altrettanto amato Sudamerica, con il suo languido ed avvolgente abbraccio.
Un uomo e il suo aereo
Ad inizio anni Sessanta, come da lui stesso raccontato, l’intrepido editore si trovava in Messico. E, precisamente, tra le rovine maya di Palenque, in attesa di trovare il modo più rapido per raggiungere il sito archeologico di Bonampak. Quest’ultima località, infatti, all’epoca era tanto suggestiva quanto isolata. Per arrivarci, l’audace visitatore avrebbe dovuto mettere in preventivo almeno tre giorni, tra percorso in canoa e tragitto a piedi. Decisamente troppi per i gusti dell’impaziente Bonelli/Nolitta, non ancora totalmente assuefatto alla mentalità attendista della gente del posto. E più propenso a soluzioni alternative, come quella appena prospettatagli: “Señor, se la sente di andare laggiù in aereo e atterrare in una pista in mezzo alla foresta? In questo caso ci sarebbe il Piper di Capitan Vega!” Musica per le sue orecchie e, una volta conosciuto l’aviatore che gli avrebbe fatto da taxi aereo, balsamo per la sua inventiva di sceneggiatore.
Dal Messico all’Amazzonia
Fisico aitante, look che non si dimentica –stivali, giubbotto e cinturone con pistola – e rapporto simbiotico con il suo aeroplano. Capitan Vega ha fatto della passione per il volo un mestiere: vive trasportando persone e merci attraverso i cieli del Messico. Per lui non esistono luoghi in cui sia impossibile arrivare o atterraggi troppo pericolosi da compiere. Dategli una cartina, le coordinate esatte del posto che vi interessa e il tempo di controllare il suo Piper: dopodiché accomodatevi sul sedile del passeggero a suo fianco, a tutto il resto pensa lui.
Chi conosce Sergio Bonelli può star sicuro che, dopo un incontro del genere, fosse già balenata nella sua mente l’idea per il nuovo personaggio di Guido Nolitta. Uno con l’aspetto e la mentalità di Capitan Vega poteva benissimo condurre un’esistenza altrettanto spericolata a Manaus, in Amazzonia. Jerry Drake, un ex pilota militare statunitense, adesso si fa chiamare Mister No e ha rinnegato la sua vita precedente per consacrarsi alla libertà senza limiti del suo nuovo, amatissimo rifugio brasiliano.
Rodeo aereo ad Acapulco
Come resistere, dunque, alla tentazione di spedire il suo personaggio nei luoghi d’azione del suo corrispettivo in carne ed ossa? L’ideale debito di riconoscenza con Capitan Vega per l’ispirazione fornitagli viene saldato nell’avventura Bienvenido a Mexico! (albi n. 37–40 della serie mensile, pubblicati da giugno a ottobre del 1978). Avvalendosi dell’aiuto di Franco Bignotti ai pennelli, Nolitta – stavolta – usa un espediente diverso dal solito per coinvolgere il suo pilota amazzonico in una nuova avventura. Nessun cliente losco con la polizia alle calcagna, nessun carico di merce che scotta da consegnare ad ogni costo. Mister No giunge in Messico per partecipare al rodeo aereo di Acapulco: un suo ignoto ammiratore gli ha fornito il biglietto aereo, l’iscrizione alla gara tra velivoli e l’uso dell’apparecchio con cui gareggerà. Il tutto a titolo gratuito. Ci sarebbero mille domande da farsi in proposito ma non c’è tempo: la gara comincia il giorno seguente.
Una coprotagonista mutaforma
Dopo un incipit da commedia degli equivoci Nolitta si diverte a proseguire variando di continuo tono e modalità del racconto. Il rodeo inizia con modalità e ritmi d’azione avventurosa, poi scivola quasi nel farsesco con la sequenza degna di un circo volante e vira improvvisamente sul dramma con l’inaspettata quanto tragica morte di un concorrente. Lo sceneggiatore continua, in séguito, le sue giravolte narrative, recuperando brevemente le classiche atmosfere scanzonate tipiche delle avventure del nostro per poi lanciarsi in un ultimo assolo, scoprendo la sua carta migliore. La coprotagonista della storia è Deborah Winter, una spericolata pilota d’aereo e il suo biglietto da visita è un violento destro che mette al tappeto il nostro. Ed è solo l’inizio, poiché dopo un esordio del genere la vedremo mutare forma più volte: da seducente interesse amoroso di Jerry a damigella in pericolo da salvare.
Un cattivo da operetta
Altra figura tratteggiata in maniera inusuale è il villain di questa avventura: Raymundo “Tango” Martinez, il gangster di mezza tacca già visto in Avventura in Ecuador (numeri 11 e 12, pubblicati tra aprile e maggio del 1976, sempre con i disegni di Bignotti), nella sua solita veste di bellimbusto impomatato con modi da (sedicente) seduttore latino. È lui il misterioso benefattore del nostro pilota: ha un disperato bisogno del suo aiuto per tirarsi fuori dai guai. Ma come si fa a detestare un simile criminale da strapazzo? Non si riesce neanche a prenderlo sul serio: fa sorridere quando prova goffamente a corrompere il nostro pilota offrendogli del denaro per i suoi servigi, ma fa addirittura sbellicare dalle risate quando inizia a fare il cascamorto con Deborah. E la faccia disgustata di Jerry di fronte ad un simile, stucchevole spettacolo vale da sola il prezzo del biglietto.
Tuffi dalla scogliera
E, adesso, la storia entra finalmente nel vivo? Per niente, siamo appena entrati in atmosfera e lo sceneggiatore ha molta voglia di farcene assaporare tutte le sfumature. Ennesima rimescolata alle carte del mazziere Nolitta e si riprende a giocare, stavolta con tutte o quasi le sfumature del folklore messicano. La prima tappa del tour prevede che il lettore assista agli spettacolari tuffi dalla Quebrada (altissima scogliera a picco sul mare). Non è una scelta casuale: quella che sembra essere solo un’attrazione sportiva per turisti ci racconta molto del modus vivendi del popolo messicano. Al coraggio disperato dei ragazzi che si giocano la vita si contrappone il pigro cinismo degli spettatori, al fatalismo rassegnato di molti astanti fa eco la superstizione religiosa di altri, alla tragedia avvenuta si risponde con l’invito ad abbandonarsi alle allegre note di un’orchestra di musicisti mariachi.
Combattenti mascherati
Dalla violenza trattenuta della lotta con i flutti a quella sfacciatamente esibita di un incontro di lucha libre (il wrestling dei lottatori mascherati che di lì a poco il cartone giapponese L’Uomo tigre farà conoscere anche ai ragazzini italiani). Mister No è ai bordi del ring, uno dei lottatori è uno scagnozzo di Tango Martinez. È quasi ininfluente allo sviluppo della vicenda il loro dialogo, cosi come l’esito del combattimento. Quello che conta, come sempre, è il dipingere con colori vividi il clima appassionato del sottobosco degli incontri tra i lottatori mascherati. Colpi sferrati con forza, prese acrobatiche, lanci usando le corde come trampolino. È un miscuglio indefinibile di grezzo atletismo, esibizione buffonesca e teatro dal vivo. Il pubblico si riconosce appieno in questo grottesco ed esibizionista sport e partecipa con calore agli avvenimenti sul ring, tra grida, proteste e insulti rivolti agli “atleti”. Impossibile non esserne coinvolti, viene voglia di partecipare al coro dei tifosi.
La vita esorcizza la morte
È finita, dunque? Non ancora: c’è infatti la portata principale del menu etno-sociologico approntato dallo chef Nolitta. Quale migliore tappa conclusiva del tour, per Mister No, di un “appuntamento in nero” in un camposanto nel giorno della festa dei morti? Vi sembra troppo lugubre? È lo stesso pensiero del nostro Jerry, almeno finché un ragazzino non gli offre un saporito dolcetto e sente provenire dal cimitero le note allegre di qualcuno che sta suonando e danzando. È tipico del Messico celebrare la festività dedicata ai defunti con canti e balli, anche tra le lapidi di un cimitero dove qualcuno improvvisa persino partite a carte o a dama. È la celebrazione dedicata a chi non c’è più fatta attraverso la vitalità di chi c’è ancora e vuole restare gioiosamente ancora a lungo. La vita esorcizza la morte e, a quanto pare, questo vale anche per il nostro pilota, coinvolto a tradimento in un agguato tra le tombe e risultante, comunque, vincitore nello scontro. E pronto per il gran finale con l’ausilio di un nuovo alleato.
Bignotti sugli scudi
La conclusione dell’intera vicenda è ormai scontata, cosi come appare anche abbastanza stereotipata la figura del tenente Gallego, un segugio della polizia messicana spinto più dall’ambizione personale che dal senso del dovere. Ma sono piccoli difetti fisiologici di una storia tanto articolata quanto imprevedibile: si sente che Nolitta si è divertito un mondo a descrivere le peripezie del suo pilota, almeno quanto il lettore nel leggerle. E se poi, alla sua sfrenata creatività, fanno da controcanto le doti grafiche di un Bignotti cosi sugli scudi allora il risultato non può essere che grande avventura. Il disegnatore bresciano, vero e proprio punto di forza della serie (in media un albo su tre, nei primi anni della collana, porta la sua firma), in questa storia si supera, affrontando con pari efficacia tutte le varie ambientazioni della storia, da quelle in plein air della gara aerea a quelle notturne della festa dei morti. Il suo tratto ruvido ma dolce, decisamente “latino”, si adatta alla perfezione agli eventi descritti in sceneggiatura da Nolitta, costituendone l’ideale controcanto. Menzione speciale per la sequenza dei tuffi dalla scogliera, impareggiabile per costruzione delle scene, tensione narrativa e spettacolarità delle illustrazioni. Un classico indimenticabile della serie.




