Nel 1975 Sergio Bonelli manda in edicola, come editore e come autore, un suo nuovo personaggio: Mister No. Nessun personaggio prima, e nessuno dopo, gli sarà accostabile per audacia concettuale e per modernità (nell’àmbito del nostro fumetto popolare, ma anche rispetto a tanto fumetto dalle pretese autoriali).
Quella che – attraverso varie sigle editoriali – giungerà infine alla dicitura di Sergio Bonelli Editore era sempre stata, in realtà, una fucina di storie e personaggi all’avanguardia, in grado anzi di precorrere i tempi. Il Tex del padre di Sergio, Giovanni Luigi, era stato sotto i più vari aspetti un western revisionista con ben largo anticipo rispetto a quando Hollywood decise di invertire il registro dei buoni e dei cattivi della frontiera americana; lo stesso Sergio aveva poi realizzato con il suo Zagor il più riuscito “frullato di generi” possibile, con decenni di anticipo su quando questa Comics Fusion diventerà di moda (anche per stimolare artificialmente l’attenzione di lettori sempre più estenuati da storie deprivate di nerbo); e in tal modo Sergio espanderà alle sue massime possibilità un modello implicito suggeritogli dal Tex di suo padre. La Storia del West di Gino D’Antonio aveva introdotto la storia reale, seppur romanzata, nella biografia dell’eroe, e aveva creato una narrazione corale e molteplice, dunque da varie angolazioni visuali e caratteriali della figura eroica. Con Mister No, tuttavia, Sergio Bonelli/Guido Nolitta andrà in una direzione differente da quella di D’Antonio, e oltre Tex e Zagor: oltre i personaggi che verranno dopo, compreso il capolavoro straordinario che è il di poco successivo Ken Parker di Giancarlo Berardi, il più completo e riuscito eroe revisionista e militante del nostro fumetto, approdo di quell’estetica ed etica di una nuova consapevolezza politica e morale narrativa della cui necessità si era avveduto già da tempo perfino l’establishment hollywoodiano: con Mister No, Sergio crea l’unico vero antieroe del fumetto bonelliano, forse del fumetto popolare italiano.
Non un eroe al negativo come Diabolik né un eroe esistenzialmente responsabile e, come detto, militante come sarà Ken Parker, ma un genuino antieroe, un personaggio che per stile narrativo e caratterizzazione rifiuta in linea di principio di essere un eroe, quantunque sia costantemente trascinato, costretto dalle necessità della vita e dalle sue coscienza e caratura umana – dal suo cuore – a comportarsi come tale (d’altronde, diversamente non avremmo storie da raccontare).
Tex e Zagor, nelle loro macroscopiche diversità, sono entrambi eroi “sacri”, uomini che hanno assunto una missione che dà integralmente senso alla loro esistenza e modella le loro statura e profondità umane. Ken Parker, invece, è l’eroe “risvegliato”, l’eroe politico la cui consapevolezza precede il suo stesso percorso di acquisizione di una coscienza politicamente matura: è ancora un trapper ignorante ma per istinto è già un militante, ha già una coscienza politica del tutto grezza ma funzionante.
I personaggi che verranno dopo saranno tutte declinazioni della figura dell’eroe, avranno tutti una missione, magari non più sacrale come quella di Tex e di Zagor, ma comunque concreta e nel caso circostanziata da peculiarità che ne definiranno l’umanità, particolare e distinta: Martin Mystère, Dylan Dog, lo stesso Nick Raider, Nathan Never, Legs e su su, fino a Napoleone e al Magico Vento di Gianfranco Manfredi, che (a onta delle robuste oscurità della sua personalità e dell’impianto storico rigoroso della sua epopea) torna a essere un eroe con una missione sacra, tutti questi personaggi sono investiti, da sé o dagli eventi, del compito di essere eroi: indagano e decodificano per noi il mistero, l’incubo, il crimine, il futuro, l’inconscio, la coscienza sporca della nostra storia. Tutti riconducono il Caos entro i confini dell’Armonia.
Mister No resta dunque unico per non avere missioni, per il rifiuto anzi di qualsiasi missione. La storia narrativa del personaggio prende l’avvio proprio dal rifiuto e dalla decisione di esiliarsi, isolarsi là dove la vita si vorrebbe così lenta da essere praticamente immobile, uniforme, remota dagli eventi che forgiano l’eroicità e i suoi protagonisti. Naturalmente, come detto, il personaggio è necessariamente trascinato dai suoi autori a compiere la sua funzione di protagonista di storie d’avventura, ricche di umanità e profonda intensità emotiva e narrativa, ma la sua radice essenziale resta la scelta di elezione del rifiuto, la sua anarchica scelta libertaria di vivere per il risultato minimo di sbarcare il lunario, godere della compagnia di amici come lui, se del caso ubriacarsi e sempre correre dietro a una gonnella: eppure nel suo sfrontato, scanzonato ed esibito maschilismo è l’ “eroe” bonelliano più sinceramente convinto che uomini e donne pari sono, a un livello puramente preconscio e prerazionale – basti vedere il suo rapporto con Patricia, amica “fraterna”, compagna d’arme e di schermaglie infinite, amante occasionale e ricorrente, donna libera e protagonista che si impone in ogni storia dove è presente. E in definitiva uno dei più bei personaggi bonelliani di sempre, modello di un personaggio femminile più autentico della realtà.
L’ironia, la mancanza di una missione eroica, sacrale o meno, il rifiuto di qualsiasi autorità (ivi compresa, appunto, quella interiore della missione dell’eroe) non implicano alcun disimpegno dell’autore e del personaggio. La coscienza e i convincimenti etici più intimi di Mister No sono gli stessi di Tex e Zagor e di (quasi) tutti quelli che verranno dopo. La differenza è ciò che muove, che innesca le loro azioni: è insomma, in Mister No, quel furioso sentimento istintivo di indignazione che esplode dinnanzi alle ingiustizie e alle prevaricazioni, quell’impeto immediato che è solo dei migliori tra gli esseri umani; egli non si muove per “dovere”, ma ancora una volta per la scelta del rifiuto: di chiudere o voltare gli occhi, di narcotizzare la coscienza. È il rifiuto che, letteralmente, crea Mister No; e senza il quale sarebbe stato semplicemente Jerome Drake jr., eroe con una missione.
L’Amazzonia di Mister No era una volta di più una frontiera nuova, inusitata per i lettori del tempo, dove si ebbe modo di avere uno sguardo diverso al mondo degli indigeni americani (di tutt’altri indigeni), di trovare accenni a quegli argomenti ecologici che allora si affacciavano appena nel dibattito pubblico e oggi sono al centro di furibonde diatribe, di celebrare un milieu dell’ “eroe” sgangherato, anarcoide e perfino boccaccesco. Nuovo, moderno, tanto in anticipo sui tempi bonelliani da restare unico, Mister No aprirà la strada ad ambientazioni, fisiche e temporali, inedite per la grande fucina di via Buonarroti (e che Sergio sarà sempre un po’ restio a frequentare), e a personaggi progressivamente più vicini alla sensibilità, estetica e visuale dei tempi che verranno.
Una volta traguardata la metà degli anni ’80, quel riflusso sociale, creativo, politico e culturale che sfocerà poi nella rivoluzione reazionaria e individualistica degli anni ’90 si abbatterà sulla testata. La stanchezza e alla lunga l’abbandono di Nolitta e l’impegno con i propri personaggi di Castelli e Sclavi, che avevano affiancato il creatore nella costruzione definitiva delle caratteristiche del personaggio e del suo mondo (e nella scrittura delle storie più riuscite), aprivano le porte della testata a una nuova leva di autori, che nei fatti mostreranno di non aver compreso nella loro completezza le potenzialità e la natura identitaria di Mister No, e che solo molto occasionalmente seppero scrivere storie all’altezza dei tre prima citati. In sintonia con uno zeitgeist che già andava limitando i propri orizzonti di elaborazione dell’immaginario e di creazione fantastica, e che con il tempo si rinchiuderà sempre più nei limiti di una creatività resa asfittica da forme di autocensura e confinamento dell’invenzione narrativa entro schemi noti e di confort, fino a giungere al ripiegamento completo su moduli di riscrittura continua del passato, di incapacità di osare oltre il ben consueto e il già abbondantemente noto, questi epigoni di Nolitta&co. accompagneranno il personaggio in un lento scivolamento verso la morte editoriale.
Viene meno in tal modo lo slancio verso il futuro e per il futuro, materia prima dell’epica bonelliana.
Mister No era un inno alla scrittura libera, alla vita affrontata con ironia anche nel dramma più nero, al coraggio (quello dell’uomo Mister No e quello degli autori del personaggio); era un personaggio e un uomo ribelle agli incasellamenti e alle regole balorde: era un’opera spiritualmente giovane. Una società e con essa un fumetto che venivano rinchiudendosi nei confini di strutture sempre più ordinate e ripiegandosi dentro il rassicurante abbraccio di un passato vissuto senza reale memoria, un passato rivissuto e ripercorso nel suo aspetto di superficie, senza addentrarsi nella sua comprensione a tutto tondo, sono invece una società e un fumetto vecchi in ispirito. E perciò incompatibili con un personaggio – un uomo – che tra i suoi tanti rifiuti annoverava in primo luogo quello di cedere a un tale avvizzimento.
Mignacco, Marzorati e Masiero, i protagonisti di questa stagione del tramonto di Mister No sono professionisti impeccabili, ma letterariamente si sono dimostrati gli interpreti notarili dei tempi in cui hanno operato. E del resto è stata comunque tutta la produzione bonelliana a vivere la parabola del suo rappresentante più recalcitrante ad adattarsi a questo progressivo declino della fantasia e della dinamicità creativa e narrativa. L’invecchiamento anagrafico e l’isterilimento degli autori che per decenni avevano fatto sognare generazioni di lettori (la progressione della traiettoria di Berardi con Julia è in questo senso esemplare e, fumettisticamente, drammatica) ha messo a nudo l’inadeguatezza del ricambio generazionale e l’evidenza di una creatività imbolsita dalla mancanza di prospettive sociali, dinamismo politico, diversità culturale autentica. Non che dal 2000 circa in avanti, da quando cioè la Bonelli vara i suoi ultimi progetti originali di ampio respiro, non vi siano state novità di reale qualità e i cui autori non si siano dimostrati capaci di osare e in possesso di una visione ampia e lungimirante: Caravan, Saguaro e Mercurio Loi hanno rappresentato tre percorsi, tra loro lontanissimi, di sana modernizzazione della tradizione narrativa bonelliana. Erano tuttavia proposte o limitate in partenza (e difficilmente ripetibili per sforzo creativo) come la miniserie di Medda, Caravan; oppure limitate dall’incapacità della stessa casa editrice di coniugare tradizione e ammodernamento, condannando il Saguaro di Enna per pura incuria editoriale; ovvero ancora limitate da un pubblico ormai disabituato alla difformità, all’inusuale, al non allineato e alla vitalità, come è accaduto per il Mercurio Loi di Bilotta. Quel che si è perduto, non in toto comunque, non è la creatività individuale, ma il sistema: quel che ancora vi è stato di buono è stato il frutto di exploit di talenti individuali, dell’azione di sparuti ultimi giapponesi nella jungla. Oggi non resta praticamente nulla: l’ultimo guizzo è la serie – un capolavoro grafico e narrativo – del Commissario Ricciardi, che però in perfetto ossequio allo spirito della nostra epoca è un progetto di trasposizione di un personaggio letterario, e quindi non una creazione originale.
Mister No è stato in anticipo sui tempi anche nel declino e nella prematura chiusura, che arriva a maturazione nel 2005, ma non prima che il suo editore e padre Bonelli/Nolitta riprenda in mano le sue vicende. In una vera e propria esplosione fuori tempo massimo della più genuina bonellianità, Sergio finirà con lo scrivere un racconto continuo, seppur suddiviso in capitoli, che vedrà la luce nel corso di più di un anno, andando a formare la più lunga storia bonelliana mai raccontata. Un testamento spirituale e umano anarchico nell’anima e nella scrittura, intenso nella partecipazione emotiva e nel quale l’autore Nolitta sciorinava tutte le caratteristiche e le potenzialità che facevano ancora di Mister No il personaggio più innovativo della casa editrice e in grado di fornire la migliore guida esistenziale dei tempi presenti e a venire, nel mentre che l’editore Bonelli ne decretava la chiusura perché non più al passo con quei tempi. Per quanto simbolico, Sergio Bonelli in quell’occasione inferse un colpo mortale non solo per il suo alter ego letterario, ma per il futuro stesso della sua casa editrice.
Are the stars out tonight?
I don’t know if it’s cloudy or bright*
It’s cloudy, Jerry, all brightness faded away.
* Da I only have eyes for you (Harry Warren, Al Dubin, 1934), forse la canzone più amata da Mister No.







