Praga, 1928. Dylan riceve una lettera da un rigattiere, Josif Krubach, che lo invita a raggiungere la città cecoslovacca per fare luce su un’eredità misteriosa — un negozio di anticaglie lasciato da un padre sparito quando il figlio aveva quattro anni. Dentro, un diario con cinque anelli, ciascuno necessario al compimento di un antico rituale per evocare il golem. Dietro ogni anello, una storia. Dietro ogni storia, un morto.
Marco Nucci costruisce un racconto volutamente contorto e stratificato, fatto di scatole e narrazioni sovrapposte, che fa perdere Dylan Dog — e con lui il lettore — in una Praga perennemente avvolta dalla nebbia, dove nulla ha contorni precisi e il reale sfuma nell’onirico senza appigli.
Un racconto che può sembrare un esercizio di stile manieristico, ma anche il tentativo di costruire una mitologia interna all’universo dylaniato — qualcosa a metà tra un what if e un prodromo – e che finisce per palesarsi, nel finale, come una genesi obliqua del personaggio forse più criptico ed enigmatico dell’universo dylaniato (Xabaras escluso).
La scrittura di Nucci ha un respiro opaco e volutamente elusivo: i dialoghi sono fortemente evocativi ma mai eccessivi o fuori posto, e i rimandi alla cabala, ai tarocchi e a Hieronymus Bosch costruiscono un alone mistico che strizza l’occhio al Dylan più intimista e onirico con una poetica d’antan che funziona finché il ritmo regge. Nella parte centrale, tra vaneggiamenti onirici e continue digressioni, il passo si appesantisce e la lettura diventa più faticosa. Il finale – già leggermente annunciato – recupera, chiarifica e dà senso retroattivo a molto di quello che è stato messo in scena.
A valorizzare il tutto vi sono i disegni di Corrado Roi che produce qui tavole di rara bellezza, padroneggiando nebbia, personaggi, architetture e chiaroscuri con una maestria che valorizza ogni scena. Roi prende tutto quello che la sceneggiatura gli offre — i luoghi angusti, le allucinazioni, la femme fatale, l’horror — e lo amplifica, esaltando i pregi e minimizzando i difetti. L’atmosfera praghese è densa e palpabile tanto che, nel girovagare di Dylan, sembra quasi di poter intravedere, dietro l’angolo, il Teatro dei Passi Perduti di dampyriana memoria.
Una storia ambiziosa e ottimamente sceneggiata, discontinua e a tratti ostica, ma capace di conquistare per fascino ambiguo e per la capacità di Roi di esaltarne i pregi e minimizzarne i difetti.
